Di Andrea Manno
Per completare il discorso riguardante il surplus di disciplina in carcere iniziato nell’articolo precedente (Gli elementi costitutivi del carcere secondo Foucault: il “sovrapotere” e il “sapere connesso”), occorre esaminare il terzo elemento che Foucault (1975) ha individuato come costitutivo dell’istituzione carceraria: l’Efficacia inversa.
Con questa espressione Foucault vuole intendere il fatto che il carcere, invece che debellare la delinquenza, ne garantisce piuttosto la sopravvivenza; l’autore, inoltre, individua in quest’apparente effetto inverso, non un fallimento, ma un successo dell’istituzione. Con questo elemento infatti viene capovolta completamente la prospettiva da cui guardare al sistema penitenziario: il suo vero obiettivo sarebbe quello di fabbricare la delinquenza, ma una delinquenza che possa essere posta sotto controllo, che possa essere gestita; e attraverso tutte le sue procedure di disciplinamento, classificazione, registrazioni, controlli, produzione di conoscenza, il carcere consente tutto questo.
Per dirla con le parole dell’autore:
Alla constatazione che la prigione fallisce nel ridurre i crimini, bisogna piuttosto sostituire l’ipotesi che la prigione è riuscita assai bene a produrre la delinquenza, tipo specifico, forma politicamente o economicamente meno pericolosa – al limite utilizzabile – di illegalismo; a produrre i delinquenti, ambiente apparentemente marginalizzato ma controllato dal centro; a produrre il delinquente come soggetto patologizzato. Il successo della prigione: nelle lotte attorno alla legge e agli illegalismi, specificare una delinquenza (ibidem, pag. 305).
Una delinquenza che diventa essa stessa strumento di controllo sociale, dal momento che, sempre secondo l’autore, la prigione autorizza, attraverso diversi strumenti, tra i quali anche le misure alternative, una sorveglianza che può andare oltre il ristretto contesto dell’istituto, che può seguire il delinquente anche fuori da esso, e che permette quindi un controllo di un campo sociale molto vasto. Per Foucault quindi la delinquenza, oltre ad essere un effetto voluto del sistema, “ne diviene anche un ingranaggio e uno strumento” (ibidem, pag. 311).
Tuttavia, come sottolinea Vianello nella sua opera “Sociologia del penitenziario”, non bisogna pensare che questa sia per l’autore una finalità o una strategia “deliberatamente perseguita fin dalle sue origini, ma una volta riconosciuta la sua utilità essa continua ad essere implementata e rinvigorita” (cfr. Garland 1999, pag. 29).
Questi, dunque, gli elementi che permettono al carcere di sopravvivere nonostante il suo fallimento, una sorta di funzioni latenti di cui la società moderna sente di non poter più fare a meno, e che perciò devono continuare ad essere eseguite tramite il sistema penitenziario.
Tuttavia questo non potrebbe essere possibile senza il quarto elemento costitutivo del carcere secondo Foucault, lo Sdoppiamento utopistico (Foucault 1975, pag. 298). Se infatti le critiche portate al carcere sono sempre state molte e sostanziose (ibidem, pagg. 291-295), sembra impossibile che non ci si sia mai stato un intervento da parte delle istituzioni per mettere mano alle tante questioni sollevate; e, infatti, come testimoniato dalle tante riforme carcerarie che si sono susseguite in tutti i paesi occidentali, le risposte ci sono state.
Ma allora perché, nota l’autore, quel che veniva contestato al carcere ai tempi delle sue origini, è incredibilmente simile a ciò che gli viene criticato anche oggi?
Semplicemente perché le varie riforme, al di là del provvedere al miglioramento delle condizioni di vita di detenuti e detenute, o del provare ad offrire loro delle opportunità che rendessero più sensato il tempo speso in cattività (cose assolutamente dovute), nella sostanza non hanno fatto altro che mantenere intatto lo status quo.
Come afferma infatti Foucault (1975), alle monotone critiche portate da quasi due secoli all’istituzione carceraria:
La risposta è stata invariabilmente la stessa: la riconferma dei principi invariabili della tecnica penitenziaria. Da un secolo e mezzo, la prigione è stata sempre considerata il rimedio di se stessa; la riattivazione delle tecniche penitenziarie come il solo mezzo per riparare il loro perenne scacco; la realizzazione del progetto correttivo come il solo metodo per sormontare l’impossibilità di realizzarlo nei fatti (pag. 296).
Questo il senso dell’espressione “sdoppiamento utopistico”, usata da Foucault per denominare il quarto ed ultimo degli elementi che secondo lui sono alla base dell’istituzione carceraria: cambiare il carcere è un’utopia, che si può avere l’illusione di perseguire solo sdoppiando i livelli su cui si interviene e lasciando perdere quello decisivo: la questione della tecnica detentiva.


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