Il poliziottesco, conosciuto anche come poliziesco all’italiana, è stato un genere cinematografico italiano in voga fra gli anni settanta e i primissimi anni ottanta del XX secolo, la cui tematica si basava generalmente su indagini poliziesche che prendevano sovente spunto da fatti di cronaca nera dell’epoca, sviluppandoli in chiave enfatica, spesso in senso critico, a volte demagogica o in taluni casi anche comica.
La genesi del poliziottesco è legata, principalmente, ad uno dei generi di maggior diffusione nel mondo cinematografico, cioè il poliziesco; per quanto riguarda questo genere la prima produzione italiana ascrivibile ad esso risale agli albori del cinema sonoro con la pellicola di Guido Brignone Corte d’Assise, interpretata da Elio Steiner e Lya Franca, che fu il secondo film sonoro italiano ad essere distribuito nelle sale cinematografiche (il primo fu il sentimentale La canzone dell’amore) nell’autunno del 1930.
Il punto di partenza del poliziottesco è invece dato, probabilmente, da un film di Carlo Lizzani del 1968: Banditi a Milano, con Tomas Milian nella parte di un commissario napoletano dalla colorita umanità e Gian Maria Volontè in quella del criminale milanese Pietro Cavallero; altri episodi che sono solitamente annoverati tra albori del genere possono essere considerati Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica del 1971 di Damiano Damiani, La polizia ringrazia di Stefano Vanzina (meglio conosciuto con lo pseudonimo di Steno) del 1972, interpretato da Enrico Maria Salerno e soprattutto con La polizia incrimina, la legge assolve di Enzo G. Castellari del 1973 con protagonista Franco Nero, che codificò definitivamente questo genere cinematografico. Il poliziottesco riscosse grande successo tra il pubblico (sia italiano che internazionale) per tutti gli anni settanta; in seguito, nei primi anni ottanta, il filone si esaurirà, vedendo cessare quasi completamente la produzione di pellicole di questo genere.
Il poliziottesco italiano è pesantemente imparentato con alcuni omologhi statunitensi che presentavano figure di tutori della legge intransigenti, spesso violenti e immersi in una realtà urbana degradata come Serpico di Al Pacino, l’ispettore Callaghan di Clint Eastwood e il poliziotto ‘Popeye’ interpretato da Gene Hackman ne Il braccio violento della legge; in Italia il genere raggiungerà il suo apice con la figura del commissario di ferro, atletico, agile e tutto d’un pezzo, interpretato dal compianto Maurizio Merli, celebre soprattutto per la cosiddetta trilogia del Commissario Betti.
Altra famosa saga del poliziottesco italiano divenuta cult è stata la Trilogia del milieu diretta da Fernando Di Leo in cui invece i protagonisti sono dei criminali. Il poliziottesco rispecchiava le realtà metropolitane italiane degli anni settanta e diverse tematiche spesso ricorrenti in queste pellicole (criminalità organizzata, traffico d’armi, prostituzione, spaccio e consumo di droga, criticità del sistema giudiziario) sono ancora oggi attuali.
Nonostante spesso la maggior parte di questi film siano politicamente intrisi di un notevole grado di qualunquismo, anche se non mancano caratterizzazioni di destra e di sinistra, il genere ha anche molti debiti col cosiddetto cinema di impegno civile italiano, portato alla ribalta da autori quali Marco Bellocchio, Francesco Rosi, Damiano Damiani (che poi si cimenterà esso stesso con il genere) ed Elio Petri.
I protagonisti sono quasi sempre dei commissari di polizia sui generis che si sentono incompresi dai propri superiori, molto spesso anarcoidi ma essenzialmente onesti e spinti da una genuina generosità e innegabile dedizione al corpo anche se d’indole violenta e quasi sempre inclini ad utilizzare, per raggiungere i propri scopi, gli stessi metodi e ad abbassarsi allo stesso livello dei delinquenti (e dei terroristi) che insanguinavano le strade d’Italia negli anni di piombo e che loro si proponevano di combattere. Per nulla moralisti, sovente distinguono tra chi ruba per vivere e chi vuole creare deliberatamente un danno agli altri, arrivando in certi casi a tollerare i primi.
Più raramente, il ruolo di protagonisti era affidato invece a dei comuni cittadini i quali, dopo esser stati vittime di qualche episodio criminoso (rapine, pestaggi, sequestri, omicidi di persone a loro care) ed aver toccato con mano le inefficienze e lentezze dell’ordinamento giuridico italiano (molto spesso accusato, in questi film, di essere troppo garantista con i criminali e troppo poco con le vittime), decidono di farsi giustizia da soli, diventando una sorta di vendicatori, talvolta agendo essi stessi con metodi criminali e perciò ricercati ed arrestati dalle forze dell’ordine. Esempi in tal senso sono il cittadino si ribella, Il giustiziere sfida la città e l’uomo della strada fa giustizia.
La differenza stilistica tra il poliziottesco e il genere poliziesco/noir è da individuare nella predilezione per l’azione e la violenza, entrambe piuttosto spiccate ed esplicite; inoltre il titolo è quasi sempre riferito all’impressione che si tratti più di un film che narra di poliziotti e della loro aura di vendicatori, piuttosto che di film imperniati su indagini e con un finale rassicurante in cui la legge vince sulla delinquenza; scelta, quest’ultima, diffusa nei film a carattere poliziesco dell’epoca, anche se con alcune eccezioni.
Il poliziottesco talvolta appare come un sottogenere di commistione tra molti generi “adulti”: il noir e l’horror, talvolta con un notevole apporto splatter (genere in auge in Italia già alla fine degli anni sessanta, mutuato da autori quali Dario Argento, Mario Bava e Lucio Fulci), ed una metamorfosi dello spaghetti-western, dal quale provengono registi ed attori. Quest’ultima si evince principalmente dalla visione da far west che veniva data alle realtà metropolitane italiane (luoghi principali nei quali venivano ambientati questi film) in quel periodo storico.


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