
Di Michela Donvito
È il 13 Gennaio del 1966, siamo a Parabita, una tranquilla cittadina vicino Lecce, e nell’armadio c’è Luigi. Luigi De Matteis ha solo 9 anni quando viene ritrovato cadavere nella casa di Addolorata Astore, la sua vicina, con mani e piedi legati e tutto cosparso di vernice dorata. L’autopsia sul corpo del bambino stabilirà che il piccolo è morto il 10 gennaio per soffocamento, dopo ben tre giorni di agonia, rinchiuso nell’armadio. Sul corpicino vengono trovate tracce di percosse e, su mani, ginocchia e ventre, ustioni di terzo grado.
Cosa è successo a Luigi? Che ci faceva morto nell’armadio e perché era tutto dorato?
In Puglia non nevica quasi mai, ma quel giorno fa freddo. Luigi si affaccia alla finestra e vede i fiocchi bianchi cadere, forse per la prima volta e sicuramente anche per l’ultima. Corre fuori a giocare coi suoi compagni, accanto casa sua, ma anche vicino alla casa della morte. Scompare improvvisamente. La mattina seguente la madre dà l’allarme e vengono setacciate tutte le vie di Parabita e dintorni.
Addolorata Astore è nota in paese come La Monaca ed è conosciuta per i suoi atteggiamenti “paranormali” e per il suo attaccamento morboso alla religione, è stata destituita dal suo ruolo di infermiera a causa delle sue stranezze e allontanata dalla comunità religiosa per aver rubato una statua di Gesù dal Presepio durante le festività natalizie. Nel paese gira voce che la donna sostenga che i morti debbano essere dipinti d’oro in quanto anime sante, che sia ossessionata da questo pensiero e che voglia santificare un bambino per tenerlo in casa e adorarlo. Nessuno, però, avrebbe mai pensato, per quanto la donna fosse strana, che quest’ossessione un giorno sarebbe diventata realtà.
Secondo la ricostruzione ufficiale: Luigi avrebbe lanciato palle di neve contro la facciata della casa della donna facendola infuriare, Addolorata lo adesca con una scusa e in seguito lo avrebbe prima seviziato violentemente legandogli mani e piedi, poi ustionato con acqua bollente, coperto, e infine cosparso di vernice dorata e messo nell’armadio. Sono i cani dell’unità cinofila a ritrovare il corpo senza vita del bambino, abbaiando e raschiando contro la porta di casa della donna mentre questa si trova in chiesa a pregare. La Astore dichiara ai carabinieri di disconoscere qualsiasi autorità al di fuori di Dio e che solo da Lui avrebbe preso ordini.
Questa la sua versione dei fatti: avendo trovato il piccolo Luigi a terra svenuto nella neve, lo avrebbe portato nella sua abitazione per soccorrerlo. L’acqua bollente le sarebbe servita per curare le ferite del piccolo e “per uccidere i microbi”, poi lo avrebbe legato solo perché il bambino si dimenava e in quel modo avrebbe potuto curarlo meglio. Perché smettesse di urlare, gli avrebbe messo una coperta sul volto e, credendolo morto, lo avrebbe riposto nell’armadio. Sul mobile aveva una vernice dorata che, cadendo, avrebbe sporcato il corpo del fanciullo.
La donna viene condotta in caserma, gli abitanti del paese vogliono linciarla, poi viene rinchiusa nel carcere di Lecce, in isolamento. In cella Addolorata, sembra quasi ironico visto il nome, è serena. Pronuncia frasi sconnesse e, quando viene interrogata, riferisce che avrebbe risposto solo al Papa. Afferma che:
Il suo piccolo Luigi tutto d’oro è un santo.
La perizia psichiatrica stabilisce che la donna è affetta da paranoia con delirio mistico-religioso. Addolorata, quindi, viene scarcerata perché ritenuta incapace di intendere e di volere e rinchiusa nell’ospedale giudiziario di Pozzuoli. La famiglia del piccolo Luigi si trasferisce all’estero, sperando di rifarsi una vita.


Lascia un commento