
Definito il “cantante” non per le sue doti canore, Mino Pecorelli non risparmia nessuno. Intrighi di Palazzo, legami tra poteri oscuri, scandali politici e militari vengono minuziosamente raccontati dalla sua penna, insieme a nomi e cognomi importanti degli Anni di piombo, finché la sua voce non viene messa a tacere per sempre.
Nato a Sessano del Molise il 14 giugno 1928, Carmine “Mino” Pecorelli a 16 anni, durante la Grande Guerra, si arruola nel Corpo Polacco distinguendosi durante la battaglia di Montecassino. Si diploma a Roma e si laurea in Giurisprudenza a Palermo. A Roma inizia la carriera di avvocato e, grazie alla specializzazione in “fallimenti fraudolenti”, entra in contatto con i meccanismi che legano affari e politica.
Dopo una breve parentesi nell’ufficio stampa del ministro Sullo, decide di cambiare lavoro diventando un giornalista. Comincia così a collaborare con varie testate, gavetta fondamentale al fine di intrecciare rapporti con fonti grazie alle quali riesce ad anticipare i principali fatti di cronaca del momento. Nel 1968 il grande salto: fonda la sua testata OP-Osservatore Politico. Per alcuni si tratta solo di stampa scandalistica, per altri, invece, è strumento di ricatto per il mondo politico. Di certo, dietro le rivelazioni scottanti sembrano esserci messaggi cifrati. Tra i temi trattati: abuso edilizio e frode fiscale, scandalo Italpetroli, Lockheed, caso Sindona, dossier “Mi.Fo.Biali” (che coinvolgeva Vito Miceli del SISDE, Mario Foligni del Nuovo Partito Popolare e la Libia), i comportamenti privati della famiglia di Giovanni Leone (Presidente della Repubblica dal ’71 al ’78 ) e la presenza di una loggia massonica in Vaticano.
Nel 1978, proprio nel momento in cui avviene il sequestro di Aldo Moro, Pecorelli trasforma la sua testata in periodico. Sul rapimento e sull’omicidio del fondatore della Democrazia Cristiana, dimostra di sapere parecchio: la falsità del Comunicato n. 7 e del memoriale ritrovato durante la perquisizione del covo; Cossiga che viene a sapere dal Generale Dalla Chiesa dove tengono nascosto Moro, ma non interviene così come tanti altri che si tirano indietro abbandonandolo. In quegli anni, il suo bersaglio preferito è Giulio Andreotti. Si narra di una cena durante la quale il suo braccio destro, Franco Evangelisti, abbia tentato di corrompere Pecorelli con un assegno di 30 milioni di lire (prestati da Francesco Caltagirone) per non pubblicare un dossier sugli assegni che il “Divo” avrebbe versato all’imprenditore Nino Rovelli e a Mario Giannettini del SID.
La sera del 20 marzo 1979, poco distante dalla sede del giornale, un sicario colpisce Pecorelli con un colpo di pistola al volto e 3 alla schiena; si tratta di proiettili “Gevelot”, alquanto rari, ritrovati poi tra le armi della Banda della Magliana nascoste nei sotterranei del Ministero della Sanità. Tra le mani ha la copertina di OP con la foto di Andreotti e il titolo “Gli assegni del Presidente”, ma la bozza dell’articolo non verrà mai ritrovata.
Nel 1981 il suo nome compare nelle liste della Loggia massonica P2 di Licio Gelli; con molta probabilità vi era entrato per ricevere informazioni dagli appartenenti. Pecorelli era un personaggio scomodo che aveva pestato i piedi a molti quindi, nella fase iniziale, le indagini seguono diverse piste: Licio Gelli, Cosa Nostra, la Banda della Magliana (tirata in ballo da Raffaele Cutolo, boss della NCO) e i Servizi segreti.
Nel 1993 Tommaso Buscetta indica come mandanti dell’omicidio Giulio Andreotti, Gaetano Badalamenti e Pippo Calò e come esecutori materiali Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati. Dopo l’assoluzione del 1999, nel 2002 la Corte d’Assise d’Appello di Perugia condanna sia Andreotti che Badalamenti a 24 anni di reclusione confermando l’assoluzione per i presunti esecutori materiali del delitto. Nel 2003 la Cassazione annulla la condanna senza rinvio.
Nel marzo del 2019 la Procura della Repubblica di Roma accoglie la richiesta della sorella di Pecorelli, riaprendo le indagini che sono ancora in corso. A distanza di oltre 40 restano un mistero: il mandante, il sicario e il movente del delitto. Che Pecorelli fosse una voce scomoda legata a poteri forti e Servizi segreti è quasi scontato, ma possiamo affermare con altrettanta certezza che la sua motivazione, visto il conto in banca e lo stile di vita morigerato, non fosse materiale ma semplicemente diretta alla ricerca della verità in un momento storico difficile e delicato della storia del nostro Paese. Rendergli giustizia dopo tanti anni è il minimo che si possa fare, un debito morale da onorare in nome della verità da lui tanto amata.
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