Di Michela Donvito
Unguento unguento
portami al noce di Benevento
sopra l’acqua e sopra il vento
e sopra ogni altro maltempo…
Molti avranno sentito parlare delle Streghe di Benevento, personaggi leggendari la cui fama si diffuse in Europa a partire dal XIII secolo, durante la dominazione longobarda. All’epoca Benevento era capitale di un ducato longobardo e gli invasori, pur formalmente convertitisi al cattolicesimo, non rinunciarono alla loro religione tradizionale pagana. I Longobardi cominciarono a svolgere un rito singolare nei pressi del fiume Sabato, che erano soliti celebrare in onore di Wotan, padre degli dei: veniva appesa ad un albero sacro la pelle di un caprone e i guerrieri si guadagnavano il favore del Dio, correndo freneticamente a cavallo attorno all’albero e colpendo la pelle con le lance, con l’intento di strapparne brandelli che poi mangiavano.
Le riunioni sotto il noce, uno dei tratti salienti della leggenda delle streghe, provengono quindi molto probabilmente da queste usanze longobarde, ma si ritrovano anche nelle pratiche di culto di Artemide (la dea greca in parte assimilabile ad Iside) svolte nella città di Caria. Il duca Romualdo adorava una vipera d’oro (forse alata, o con due teste), che probabilmente ha qualche relazione con il culto di Iside, dato che la dea era capace di dominare i serpenti.
Le Streghe di Benevento non vengono chiamate “streghe” ma Janare o Ianare (si pronuncia allo stesso modo): il nome forse deriva da Giano che era il Dio bifronte, con una faccia sul viso ed un’altra dietro la testa. Un’altra tradizione vuole che il termine janara voglia dire seguace di Diana, poiché la dea Diana, venerata dai Romani, corrispondeva all’Artemide dei Greci, identificata con Ecate che era rappresentata con tre teste e tre corpi (corrispondenti ad Artemide, Persefone e Demetra – o Selene), Persefone (la romana Proserpina) è la dea del mondo sotterraneo e proprio in virtù di tale identificazione, regnava anche sui demoni malvagi e sulle tenebre.
Secondo la tradizione, le Janare si davano convegno sotto il noce di Benevento la notte del sabato e sotto i rami dell’albero – che aveva la caratteristica di essere sempre verde, in ogni stagione – celebravano i loro riti orgiastici, congiungendosi con spiriti e demoni che prendevano spesso la forma di galli o caproni. La credenza popolare secondo cui Benevento sarebbe il luogo di raduno delle streghe italiane è piuttosto ricca di risvolti, e ne rimane vago il confine tra realtà e immaginazione: svariati sono gli scrittori, i musicisti e gli artisti che ne hanno tratto ispirazione o vi hanno fatto riferimento.
Le persecuzioni delle streghe possono considerarsi iniziate con le prediche di San Bernardino da Siena, che nel XV secolo predicò aspramente contro di loro, con particolare riferimento a quelle di Benevento. Spesso egli le additava al popolo come responsabili delle sciagure, e senza mezzi termini affermava che dovevano essere sterminate. Un’ulteriore spinta alla caccia alle streghe venne data dalla pubblicazione, nel 1486, del Malleus Maleficarum, che spiegava come riconoscere le streghe, processarle ed interrogarle efficacemente tramite le più crudeli torture. In questo modo, tra il XV e il XVII secolo furono estorte numerose confessioni di supposte streghe, le quali più volte parlano di Sabba a Benevento.
Si ritrovano elementi comuni come il volo, pratiche come quella di succhiare il sangue dei bambini, tuttavia si trovano discrepanze circa, per esempio, la frequenza delle riunioni. Nella maggior parte dei casi le “streghe” venivano bruciate, mandate al patibolo o comunque punite con la morte con metodi più o meno atroci.
In due processi tenuti al Santo Uffizio di Roma nel XVI secolo, raccolti da Bertolotti nel 1883, durante gli interrogatori salta fuori il nome di Benevento e le danze sotto al noce. Il primo dei due processi fu a carico di Bellezza Orsini, accusata di malefici e venefici. Ella era esperta di erbe e fabbricava medicine: un giovane in cura presso di lei morì in seguito a malattia, ma i parenti del morto accusarono Bellezza di averlo stregato e ucciso. Accanto a questa denuncia se ne raccolsero anche altre. Bellezza fu condotta nel carcere di Fiano e sottoposta a numerosi interrogatori con tortura, durante i quali ella “confessò” fra le altre cose:
Andamo alla noce de Benevento e illi [lì] facemo tucto quello che volemo col peccato renuntiamo al baptismo e alla fede e pigliamo per signore e patrone el diavolo e facemo quel che vole luj e non altro.
E più avanti ribadisce:
E andamo alla noce de Benevento dove ce reducemo tucte insieme e illi facemo gran festa e jova [gioco] e pigliamo piacere grande e poi il diavolo piglia quattro frondi de quella noce e cusì ne ritornamo a casa e dove volemo ad streare [stregare] e far male ad qualcheduno…
Stremata dalle torture la povera Bellezza Orsini si suiciderà in carcere, colpendosi più volte la gola con un chiodo. Sfuggirà così al rogo. A Benevento erano conservati circa 200 verbali di processi per stregoneria, presso la Curia Arcivescovile. Da una fonte anonima si è appreso che gli atti furono distrutti prima dell’arrivo delle truppe garibaldine nel 1860, per evitare che essi fossero utilizzati come materiale di propaganda anticlericale nel difficile decennio che precedette la presa di Roma.


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