
Di Nunzia Procida
Alle porte del Novecento, Oscar Wilde osserva che “Oggigiorno si conosce il prezzo di tutto, ma non si conosce il valore di niente”, una considerazione che trova conferma tuttora, soprattutto se proviamo a quantificare il peso in termini economici della violenza e della pace.
Secondo il decimo rapporto sul Global Peace Index (GPI) [1] pubblicato dall’Institute for Economics and Peace (IEP), l’impatto della violenza sull’economia globale è stato quantificato per il 2016 in 13.600.000.000 (13,6 trilioni) di dollari: un valore pari al 13,3% del PIL mondiale, equivalente a 1.876 dollari annui per ogni persona presente nel mondo, circa 5 dollari al giorno pro capite.
Cifre che fanno sembrare quasi inesistenti gli investimenti a sostegno del mantenimento della pace, che rappresentano solo il 2% delle perdite economiche causate dai conflitti in tutto il globo. Se il mondo riuscisse a ridurre la violenza del 10%, stima il report, si guadagnerebbe l’equivalente di 1.360.000.000.000 (1,36 trilioni) di dollari l’anno, pari al valore delle esportazioni globali di cibo nel 2015.
Il GPI considera 163 Stati (da quest’anno anche la Palestina) valutandoli in base a 23 indicatori qualitativi e quantitativi, tra cui il livello di violenza all’interno di un paese, la presenza sul territorio del crimine organizzato, il numero dei detenuti nelle prigioni di stato, l’accesso alle armi, il disordine sociale, il numero di reati violenti, il rischio di possibili azioni terroristiche, le spese militari. Al contempo, il GPI permette di individuare anche una serie di condizioni sociali al fine di “misurare” ciò che realmente si ritiene necessario alla ricchezza del funzionamento umano: la democrazia, la stabilità politica, la trasparenza, diritti civili, buoni rapporti con gli Stati vicini.
Dall’edizione 2016 dell’indice è emerso che la pace è leggermente diminuita a livello globale (dello 0,53% rispetto all’anno precedente) e che si sta ampliando il divario tra i Paesi pacifici e quelli in conflitto. I Paesi in cui l’indice di pace ha visto il calo maggiore sono stati: Gibuti, Guinea-Bissau, Polonia, Burundi, Kazakistan e Brasile.
Nonostante l’Europa sia la regione più pacifica del mondo, il suo punteggio complessivo è peggiorato a causa del maggiore impatto del terrorismo, della violenza e dell’instabilità socio-politica in Turchia. Il numero di vittime del terrorismo è aumentato dell’80% rispetto all’anno precedente. Dal 2011, la quota annuale relativa agli attacchi terroristici nel mondo è triplicata e il terrorismo si è ormai diffuso globalmente: solo 69 paesi non hanno subito le conseguenze di un attentato terroristico nell’ultimo anno.
Osservando la classifica mondiale, le prime posizioni sono ampiamente dominate dall’Europa: l’Islanda si è collocata prima fra gli Stati più pacifici al mondo, seguita da Danimarca, Austria, Nuova Zelanda e Portogallo, l’Italia si posiziona 39a su 163. Gli Stati più conflittuali, invece, sono: Siria, Sudan del Sud, Iraq, Afghanistan e Somalia.
[1] Il GPI (Indice della Pace Globale) è uno strumento atto a monitorare i parametri che favoriscono la Pace, intesa dagli esperti che lo hanno elaborato come assenza di violenza sorretta dal rispetto dei diritti umani.



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