
La grande guerra si caratterizzò per la sua azione totalizzante, difatti si trattò di una “mobilitazione totale”, in quanto totali furono le sue dimensioni, intese come numeri di combattenti mobilitati, nazioni coinvolte, risorse mobilitate, numeri di feriti, di morti e di civili che per varie questioni politiche furono costretti alla fuga. Quindi la mobilitazione totale fu intesa come quel complesso di operazioni e provvedimenti mediante i quali un’intera nazione passò, in ogni singolo elemento, dallo stato di pace allo stato di guerra.
L’aspetto totalizzante si evidenziò soprattutto nel modo in cui fu coinvolta la popolazione civile, alla quale non furono risparmiate atrocità di ogni genere, “in ogni paese migliaia di persone furono internate, deportate, persero le libertà civili, furono costrette alla fuga” (Bianchi, 2006). In particolar modo, una parte di questi civili era formata da cittadini di nazionalità nemica che, al momento dello scoppio della guerra, si ritrovarono in un paese non loro, un paese “nemico”, e fu proprio su di loro che ricaddero una serie di provvedimenti.
Queste azioni furono giustificate dal fatto che i cittadini di nazionalità nemica potevano rappresentare delle possibili minacce interne, delle spie, dei sabotatori. La grande guerra era basata sul consenso e, come tale, ogni forma di dissenso doveva essere eliminata, il che creò un senso di forte insicurezza, giustificato anche dall’influsso della propaganda, che non fece altro che aumentare sentimenti di ostilità, di vendetta. Non mancarono, infatti, atti di ritorsione da parte dei cittadini, i quali si fecero promotori di azioni di violenza contro coloro che, fino a poco tempo prima, erano considerati “amici” ed ora nemici da combattere. Ed ecco perché si parlò soprattutto di una “militarizzazione ideologica”: il principio che l’avversario politico dovesse essere inteso come un nemico da eliminare era penetrato profondamente nella politica e nella mentalità collettiva (Bianchi, 2006).
In nome della guerra gli interventi colpirono tutti i cittadini di nazionalità nemica senza nessuna distinzione, furono colpiti sia uomini che donne senza risparmiare giovani e anziani, in età compresa tra i 17 e i 45-56 anni, che per svariati motivi – lavoro, studio, famiglia o anche per svago – si trovavano in un paese nemico. Tra le vittime ritroviamo sudditi tedeschi, austro-ungarici, britannici, francesi, russi, minoranze con aspirazioni nazionalistiche come ad esempio gli armeni nell’Impero ottomano, o ancora polacchi, cechi, ucraini e italiani nell’Impero austro-ungarico (Caglioti, 2012). Ai cittadini di nazionalità nemica fu negata ogni forma di diritto politico, civile, sociale ed economico, privati di ogni libertà, sia privata che pubblica, con obblighi e molteplici restrizioni.
Numerosi furono i provvedimenti contro i cittadini di nazionalità nemica introdotti dagli esecutivi, che fecero ampio uso dello strumento della decretazione d’emergenza; che determinò una sospensione totale o parziale della tradizionale divisione dei poteri e la prevalenza dell’esecutivo, solo in alcuni casi si mantenne in parte attivo il ruolo del Parlamento (Latini, 2005).
In Italia, in Germania e in Austria fu attribuita centralità all’esecutivo, ma molto spesso vennero conferiti poteri straordinari alle autorità militari, che estesero il loro potere a innumerevoli settori della società. La società civile fu assoggettata al modello militare, ciò significò sottomissione e dimostrazione di fiducia assoluta (Procacci, 2006).
Gli interventi messi in atto contro i cittadini di nazionalità nemica furono i più svariati, le differenze furono date da diversi aspetti, sia contestuali che processuali. Ma più in generale questo sistema dal punto di vista giuridico fu simile e prevedeva 3 tipi di politiche:
- politiche che limitarono la libertà personale e di movimento;
- politiche che limitarono le libertà civili;
- politiche che limitarono le attività economiche.
L’aspetto interessante fu che molto spesso queste misure furono viste come occasione per eliminare la concorrenza straniera e rafforzare l’economia interna. Ogni Stato diede la sua impronta, sottolineando un aspetto specifico. Solitamente erano previsti:
- registrazione obbligatoria,
- sequestro e nomina di un supervisore;
- liquidazione, in caso di attività economiche.
In Gran Bretagna, nel periodo antecedente il conflitto, le misure restrittive erano dirette verso gli immigrati. Al momento dello scoppio della guerra, si estesero ai cittadini di nazionalità nemica. La legge denominata Offical Secretes Act, emanata nel 1911, riguardava prettamente i controlli verso gli immigrati, infatti la polizia poteva eseguire controlli più severi, sequestri ed effettuare arresti.
In seguito allo scoppio del conflitto, esattamente il 5 agosto 1914, il governo introdusse l’Alien Restriction Act, una legge che rendeva molto più severe le misure contro gli immigrati, tesa a stabilire la categoria di indesiderabili e rendere discrezionale, e non più libero, l’ingresso nel Paese. Da quel momento, quindi, non si parlò tanto di immigrati ma di una nuova categoria: i cittadini di nazionalità nemica. La specifica riguardante la nazionalità verso cui dirigere gli interventi veniva dedotta a seconda degli schieramenti di guerra, infatti in diverse misure si faceva riferimento soprattutto ai sudditi tedeschi. Questi ultimi erano tenuti a registrarsi presso la polizia locale, dove dovevano comunicare fornire la propria nazionalità, l’occupazione, l’aspetto, la residenza e se avevano prestato servizio presso qualsiasi regime straniero.
Nel contesto inglese, si parlò di una vera e propria Germanofobia mossa dalla destra britannica che alimentò il sentimento anti-straniero, che aumentò inseguito alla dichiarazione di guerra contro la Germania avvenuta il 4 agosto 1914. Inoltre, le zone dove erano situate basi militari, stabilimenti navali o ancora forniture di carbone, divennero vietate per i sudditi nemici. Il 27 novembre 1914 fu emanato il Trading with the Enemy Amendment Act, che costituì il nucleo principale della legislazione britannica inerente al trattamento delle proprietà possedute dai cittadini nemici. L’autorità, che agiva in questo caso, era il Board of Trade che si occupava di emanare provvedimenti diretti verso le attività economiche o bancarie possedute da sudditi nemici. Ad esempio, il 27 gennaio del 1916, il Board of Trade decise di chiudere centinaia di imprese di proprietà tedesca e buona parte degli immobili furono venduti all’asta.
Anche in Francia le misure furono prevalentemente di natura economica e dirette principalmente verso i sudditi tedeschi. Il 27 settembre del 1914, fu emanato un decreto che vietava i rapporti commerciali con i cittadini di nazionalità nemica e il sequestro o la liquidazione di molte attività economiche possedute dai cittadini nemici. L’articolo 2 dello stesso decreto vietava ogni atto o contratto stipulato con soggetti di nazionalità tedesca o austro-ungarica. In Francia, il presupposto fu di distinguere tra desiderabili e indesiderabili, in base al possesso o meno del permesso di soggiorno.
In Russia gli interventi ebbero una portata differente, il presupposto iniziale fu di prendere provvedimenti per espellere i cittadini di stati nemici. Man mano, però, questi si estesero a tutte le minoranze etniche, soprattutto agli ebrei tedeschi. Il 22 settembre 1914 il governo emanò un decreto che proibiva ai sudditi nemici di acquistare qualsiasi proprietà o eseguire transizioni economiche; dalla proibizione si passò al sequestro, con la normativa successiva, emanata tra febbraio e dicembre del 1915, che prevedeva il sequestro delle proprietà terriere possedute da sudditi nemici. Una serie di piccole e medie imprese di proprietà di sudditi nemici furono liquidate. Ciò che, però, suscitò particolare interesse in Russia fu l’espulsione progressiva degli ebrei, iniziata poco dopo lo scoppio della guerra e protrattasi per tutta la durata del conflitto. Le espulsioni ebbero inizio nel novembre del 1914, gli ebrei furono deliberatamente separati dal resto della popolazione, in quanto rappresentavano un elemento ostile, su cui gravava l’accusa di tradimento. Migliaia di ebrei, per lo più anziani, donne e bambini, furono trattati come delinquenti, spie da annientare.
I provvedimenti messi in atto dagli Stati Uniti nei confronti di cittadini di nazionalità nemica seguirono le linee generali adottate dalla Gran Bretagna e dalla Francia, con lievi differenze. Le misure erano dirette principalmente verso i cittadini di origine tedesca, per i quali furono previsti innumerevoli restrizioni e controlli severi. Le misure ebbero, anche qui, un carattere prevalentemente economico, dal momento che i tedeschi negli Stati Uniti possedevano diverse imprese e filiali. La normativa inerente il trattamento delle attività commerciali e le proprietà possedute da cittadini di nazionalità nemica, venne racchiusa nella legge denominata Trading with Enemy Act, emanata il 6 ottobre del 1917 che vietava di fare affari con nemici o alleati del nemico.
Il Presidente aveva il potere di concedere o negare autorizzazioni inerenti il funzionamento di attività economiche, questo potere fu delegato al Board of Trade. Le autorizzazioni rilasciate specificavano le modalità attraverso cui le attività in questione dovevano esercitare le loro funzioni. In alcuni casi venne prevista la nomina di controllori, laddove le compagnie avevano nel Consiglio di Amministrazione delegati prevalentemente di nazionalità nemica. Era, dunque, richiesta una riorganizzazione del normale funzionamento delle attività. L’intento era quello di mantenere rapporti pacifici con i residenti di nazionalità nemica rimasti nel territorio. Per quanto riguarda, invece, il trattamento dei beni di proprietà nemica, sempre il Trading with Enemy Act prevedeva, tramite un altro provvedimento specifico, l’Alien Property Custodian, il controllo, e in alcuni casi il sequestro, di tutti i beni appartenenti ai sudditi nemici situati in territorio statunitense. Ma l’aspetto particolare del contesto americano fu l’ampio margine d’azione dato ai privati cittadini che riuniti in associazioni, eseguivano dei controlli e varie indagini, come ad esempio la American Protective League.
In Italia, furono emanati una serie di decreti, influenzati dall’andamento della guerra e dalla volontà di voler dimostrare lealtà agli alleati, anche se nel Paese non vi era un numero consistente di cittadini nemici. Il primo decreto luogotenenziale fu emanato il 24 giugno 1915 e vietava nel Regno le vendite immobiliari ed altre operazioni ai sudditi dell’impero austro-ungarico, successivamente esteso anche ai sudditi dell’impero ottomano. Il 30 Gennaio 1916, fu emanato un altro decreto che dava la facoltà al Governo del Re di adottare, in determinate circostanze, provvedimenti a titolo di ritorsione o di rappresaglia a carico dei sudditi di Stati nemici.
Nei confronti dei cittadini di nazionalità tedesca, il 21 maggio 1915, l’Italia firmò un accordo segreto con la Germania, che impegnava le due nazioni a un rispetto reciproco nei confronti dei propri cittadini. Tale patto fu annullato in seguito a quello siglato alla Conferenza di Parigi nel giugno 1916 e con la conseguente dichiarazione di guerra alla Germania. Infatti, il 18 gennaio 1918 fu emanato un decreto che stabiliva il sequestro di tutti i beni personali (denaro, conti correnti, beni immobili, gioielli, oggetti d’arte, vestiti, posate d’argento, ecc.), posseduti dai sudditi tedeschi.
La Germania adottò un’ordinanza il 4 settembre 1914 che abilitava le autorità dei diversi Stati dell’impero di istituire un regime di vigilanza sui cittadini nemici situati nei rispettivi territori. L’autorità di vigilanza aveva il potere di controllare tutte le operazioni eseguite dalle imprese dei sudditi nemici, in particolare: controlli sui documenti, inventari, conti correnti e i contenuti delle varie trasmissioni di informazioni. Con altri due decreti, emanati rispettivamente il 22 Ottobre del 1914 e il 7 ottobre del 1915, si prevedeva un regime di amministrazione controllata su tutte le imprese e case filiali, con la dichiarazione obbligatoria di tutti i beni appartenenti a cittadini di nazionalità nemica.
In caso di dichiarazioni inesatte o false, erano previste pesanti sanzioni. In particolar modo gli interventi messi in atto dall’Impero tedesco furono emessi a titolo di ritorsione, quindi come risposta agli interventi posti in essere dal governo inglese e francese: un’ordinanza emanata il 31 luglio del 1916 prevedeva la liquidazione di tutte le imprese o filiali possedute da sudditi inglesi, o comunque il cui capitale era posseduto in maggioranza da questi ultimi. Gli ordini erano messi in atto da Commissari e vari Amministratori, però prima dovevano essere approvati dal Governatore Generale. In conclusione, come scrisse John Aktinson Hobson nel 1917:
Molte regole e restrizioni imposte durante il conflitto saranno mantenute in nome della difesa nazionale o, più in generale, del bene pubblico. Il passaggio dalla guerra alla pace sarà il passaggio da un militarismo più accentuato a un militarismo meno accentuato, ma il carattere fondamentalmente militare dello stato, quando il paese uscirà dalla guerra, rimarrà impresso in tutte le funzioni del governo. […] E non c’è alcuna ragione di ritenere che dopo una breve periodo di adattamento […] le libertà individuali, di movimento, di commercio, cosi come la giustizia e l’autogoverno saranno ripristinate. Nessuna persona ragionevole può pensarlo. Perché questa guerra, per chiunque sappia osservare, è stata in ogni paese una rivelazione delle forze della reazione che non può essere ignorata.
(Bianchi)



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