Il 2 Agosto 1980, alle 10:25, una bomba esplode nella stazione di Bologna, uccidendo 85 persone e ferendone 218. Si tratta dell’atto terroristico più grave della storia della Repubblica Italiana.
La Giustizia individua tre colpevoli, tre giovanissimi neofascisti dell’epoca: Giuseppe Valerio Fioravanti, 22 anni, la moglie Francesca Mambro, 21, e Luigi Ciavardini, 17. I tre si dichiarano innocenti: ammettono di aver organizzato e commesso parecchi omicidi ma, insistono, con l’eccidio di Bologna non c’entrano.
Nonostante le sentenze passate in giudicato, nel tempo s’è allargata, anche a sinistra, la schiera degli innocentisti. Anche perché i mandanti non sono mai stati individuati ed altre piste (l’incidente, il terrorismo mediorientale, i servizi segreti di altri Paesi) sono state ipotizzate.
Stefano Manni, 48 anni, considerato dagli inquirenti al vertice del gruppo “Avanguardia Ordinovista” arrestato dal Ros dei Carabinieri, a seguito di fitte indagini, intercettato, definendo la strage “l’opera d’arte”, sosteneva che “la via dell’Italicus è l’unica percorribile”.



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