
L’ Angelo sterminatore o Vedova nera del Pavese, così viene definita Milena Quaglini. Nata nel 1957 a Mezzanino, nell’Oltrepò pavese, infanzia e adolescenza sono segnate da un padre alcolizzato e violento, che spesso si accanisce su di lei e sulla madre. Nonostante ciò, riesce a diplomarsi in ragioneria e a 19 anni scappa, vivendo tra Como e Lodi, adattandosi a fare tutti i lavori possibili: badante, donna delle pulizie, cassiera. Tutto, pur di stare lontana dal padre. Si sposa giovanissima e dal matrimonio nasce Dario, il primo figlio. Finalmente sembra aver trovato un equilibrio e la famiglia che tanto desiderava, purtroppo però l’incanto dura poco. Il marito si ammala di diabete e muore improvvisamente, la donna cade in depressione diventando dipendente dall’alcol, mali che la accompagneranno per tutta la vita.
Si trasferisce a Travacò Siccomario, dove trova lavoro e un nuovo amore: Mario Fogli, camionista saltuario con problemi di alcolismo, che diventa il suo secondo marito e da cui ha due figlie. Stavolta spera di riuscire a costruire un rapporto fatto di amore e fiducia, ma i fatti non le danno ragione: Fogli si rivela ossessivo, violento, prevaricatore e morbosamente geloso, tanto da costringerla a lasciare il lavoro perché convinto che “la donna che lavora è donna che tradisce”. Tra i due, che intanto sono diventati attivisti della Lega Nord, continuano i litigi. L’uomo è pieno di debiti e, il giorno in cui si presenta alla porta l’ufficiale giudiziario per il pignoramento, Milena lo lascia e con le due figlie va a vivere a Este, in Veneto.

Trova lavoro come portinaia in una palestra, ma i soldi non bastano mai e allora inizia a fare la badante da un anziano di 83 anni, Giusto Dalla Pozza. Quest’ultimo, vedendola in difficoltà economiche, le offre con l’inganno un prestito di 4 milioni di lire. Milena accetta, lo vede come un gesto di affetto paterno, ma il 25 Ottobre 1995 Dalla Pozza inizia a ricattarla: le dice che deve restituirgli quei soldi, in rate da 500mila lire o “in natura”. Cerca di violentarla e, per difendersi, Milena lo colpisce con una lampada e scappa. L’uomo muore 10 giorni dopo e il caso è archiviato come caduta accidentale fino alla confessione di Milena, che viene condannata a 20 mesi di carcere per eccesso di legittima difesa.
La donna torna quindi dal marito a Broni, in Lombardia, cercando di ricostruire la famiglia ma le liti sono all’ordine del giorno. Ormai è esausta, ha ripreso a bere e assume antidepressivi: tenta il suicidio, ingerendo una forte dose di sonniferi e tagliandosi le vene. La sera del 2 Agosto 1998, dopo l’ennesimo litigio, Milena mette a letto le bambine e aspetta che Fogli si addormenti. Ha bevuto, prende la corda di una tapparella e gliela stringe intorno al collo per incutergli paura. L’uomo tenta inutilmente di sopraffarla, ma viene colpito da un portagioie e soffocato per incaprettamento (effettuato con la stessa corda). Una volta morto, la donna avvolge il corpo in un tappeto e lo lascia fuori al balcone. Il mattino dopo chiama i Carabinieri e si costituisce. Grazie alla riduzione della pena per semi-infermità mentale, viene condannata a 6 anni e 8 mesi. Le bambine vengono affidate alla sorella.

Inizia la disintossicazione in una clinica di Pavia, salvo poi riprendere a bere dopo pochi mesi. I medici, considerate le sue condizioni, non vogliono che torni in carcere ma nessuno dei familiari la vuole. Portata in una nuova comunità conosce Salvatore, ex carabiniere, che le offre ospitalità, salvo poi tentare di violentarla. Milena è costretta a trovarsi una nuova sistemazione, risponde ad un annuncio su un giornale: a Bascapè un uomo cerca una domestica.
Lui è Angelo Porrello, tornitore, abbandonato dalla moglie, 53 anni di cui 6 passati in carcere per violenza sessuale sulle tre figlie, ma questo Milena non lo sa. I due iniziano una relazione. Il 5 Ottobre 1999, l’uomo chiede a Milena di vestirsi in modo provocante, ma lei si rifiuta. Porrello inizia a picchiarla e la violenta per due volte. Sta per farlo la terza volta, quando la donna gli fa bere un caffè in cui ha sciolto un forte tranquillante di cui fa uso. Appena l’uomo si addormenta, mette il corpo nella vasca da bagno piena d’acqua e va via. Al suo ritorno trasferisce il corpo dell’uomo ancora in vita in una concimaia in giardino.
Il 10 Ottobre viene denunciata la scomparsa di Porrello, il 24 dello stesso mese viene ritrovato il suo cadavere dalla ex moglie. Gli esami fatti sul DNA e sui farmaci ritrovati in casa non lasciano spazio a dubbi, il 23 Novembre 1999 la Quaglini confessa:
L’ho ucciso io!
Il 29 Novembre 1999 ammette anche l’omicidio di Dalla Pozza, le si riaprono così le porte del carcere di Vigevano. Durante la detenzione viene tenuta costantemente sotto controllo a causa della depressione. È oppressa dai problemi economici: una scatola dei suoi medicinali costa 42 euro ed è il suo avvocato a provvedere. Vorrebbe risposarsi con un tale Roberto e rispolvera la sua passione per la pittura ricominciando a dipingere e vendendo i suoi quadri, ma purtroppo non basta a farla uscire dal buco nero nel quale è piombata: il 16 Ottobre 2001 viene trovata impiccata con un lenzuolo da una guardia carceraria. È ancora viva, ma muore poco dopo l’arrivo al pronto soccorso.
Finisce così, nel peggiore dei modi, la difficile e tormentata vita di Milena Quaglini, un’anima fragile che uccideva gli uomini da cui si aspettava amore e che invece ricambiavano con violenza e cattiveria. Perché in fondo solo questo desiderava: essere amata. E, quando vivi senza amore, passare da vittima a carnefice è un attimo.
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Il classico. Il male si nasconde sotto una pelle di pecora