Di Nunzia Procida
Viviamo in una profonda crisi economica: non c’è denaro, non c’è lavoro, non sembra possibile nell’immediato realizzare se stessi e i propri sogni. La periferia, che è divenuta l’estensione di città sempre più care, rimane ai suoi margini, dove il degrado metropolitano prende forma e fagocita i suoi abitanti. I bambini crescono in fretta, le bambine diventano donne quando le donne giocano a fare le bambine. Si ripongono le bambole per ritrovarsi bambole in mano a uomini con i quali condividere fugaci momenti d’amore dal sapore sadomaso, patologico. La prostituzione – in questo caso minorile – è esibita come unica possibile soluzione per superare gli ostacoli (economici) che intralciano il cammino: se i soldi non servono a comprare la felicità possono comprare vestiti firmati, borse all’ultima moda, o essere spesi per fare o farsi un regalo.
La storia che qui vi raccontiamo non è ambientata ai Parioli, lo scorso anno ma a Milano, nella prima metà degli anni Settanta. Nato da un’inchiesta firmata da Marisa Rusconi e pubblicata su “L’Espresso”, Storie di vita e malavita (Racket della prostituzione minorile) di Carlo Lizzani (1975), racconta le vicende di sei prostitute adolescenti: l’ingenua Rosina che, giunta a Milano dalla Sardegna, viene sedotta, ingannata e schiavizzata da Velluto, il suo protettore; la quindicenne Antonietta, che porta in grembo il figlio di suo padre, viene costretta a prostituirsi fino al giorno del parto; Albertina, amante del rischio, che consuma i suoi rapporti a pagamento nei camerini dei negozi, nelle cabine telefoniche, negli ascensori, intraprende una storia d’amore con Laura, adolescente profondamente delusa dal genere maschile, che si suicida quando i suoi ex protettori le uccidono il cane Argo, suo unico e fidato amico; Daniela, aristocratica, decide di vendere il suo corpo per vendicarsi della sua famiglia.
Nel corso del film, il formarsi di una nuova rete criminale di sfruttatori della prostituzione, divisa fra strada, appartamenti in affitto e abitazioni lussuose di insospettabili clienti, si consumano rapporti sessuali che delineano, oltretutto, un’elevata incapacità relazionale del genere maschile con le donne. Un rapporto di dipendenza che si riscontra nel relativo binomio prostituta-lenone. Nel film non mancano scene di nudo integrale, di amplessi, di messa in scena di perversioni sessuali, di violenza.
Accanto alla banda criminale che gestisce l’intero traffico erotico milanese si registra un’organizzazione spontanea del fenomeno: due donne – una signora avanti negli anni e una giovane tredicenne – che chiedono passaggi a camionisti e automobilisti sugli svincoli della circonvallazione e delle strade periferiche proponendo loro una sveltina per 3000 lire. Questi due personaggi fanno da collante alle singole storie: sin dall’inizio vengono seguite, intimidite, minacciate dagli stessi uomini del racket; a pochi minuti dalla fine del film questi attaccano e incendiano la poverissima dimora che le due donne dividono con altre persone del loro status. La brutalità degli uomini, che in breve tempo distruggono un mondo già devastato dall’indigenza, scatena una potenza ribelle nelle due donne che catturano uno dell’organizzazione, lo picchiano a morte con pietre e bastoni per calarlo infine in una buca sotto le macerie. La furia omicida, sfociata dall’istinto atavico di sopravvivenza, svanisce presto: le due donne, ricompostesi, si ritrovano sulla strada a fare l’autostop e, mentre cercano di lasciare Milano, la più anziana non tarderà a proporre il corpo dell’altra che “tiene tredici anni, è quasi verginella, ma non tiene paura: è brava e tutti rimangono contenti”.
Se in Storie di vita e malavita gli uomini vengono presentati o come clienti ottusi e brutali, dall’aspetto e i modi sgradevoli, o come perfidi sfruttatori di ragazze che trattano come bestie; o come padri di famiglia assenti, maschilisti, se non bramosi di sesso con adolescenti che potrebbero essere – e qualche volta lo sono – le stesse figlie; oggi sappiamo che gli italiani sono i maggiori clienti del racket dello sfruttamento sessuale infantile, soprattutto nelle zone del Terzo Mondo. Secondo il rapporto dell’Ecpat 2014, l’identikit del turista sessuale italiano ha fra i 20 e i 50 anni, è principalmente maschio, non si differenzia né per condizione sociale, economica né sentimentale.
Nel nostro Paese, denuncia il procuratore aggiunto di Roma, Maria Monteleone, negli ultimi due anni il fenomeno della prostituzione minorile è aumentata del 516%: un dato inquietante soprattutto se si considera che una percentuale molto alta di questi adolescenti si sente obbligata a vendere il proprio corpo per aiutare la famiglia che vive in condizioni di grave indigenza e forte degrado sociale e culturale.
A distanza di quarant’anni Storia di vita e malavita sembra avere ancora molto da raccontare, da mostrare a patto che oggi le sei adolescenti si smetta di etichettarle “puttane” e le si inizi a chiamare “baby squillo”.



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