
Di Andrea Manno
Non ho mai amato molto il cinema italiano (forse pregiudizievolmente), né ho mai potuto soffrire la televisione (questo, invece, giudizievolmente), così come le giornate di pioggia durante una vacanza in montagna non sono certo ai primi posti tra le cose che considero piacevoli. Eppure le strane alchimie dell’esistenza quotidiana possono rendere alle volte la combinazione di ingredienti per lo più sgraditi, qualcosa di molto interessante.
Così che, durante la quarta giornata di pioggia (su sette!) delle mie vacanze in montagna, seduto davanti ad un piccolo Mivar (acceso da qualcun altro) dei tempi che furono, mi è capitato di vedere un film italiano tanto interessante che ora mi ritrovo a scriverne in quest’articolo.
Si tratta di Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto, film del 1974 della regista Lina Wertmüller, la cui trama, a differenza del titolo, è molto semplice: la gita in yacht di un facoltoso gruppo di amici si trasforma in un naufragio su di un’isola deserta per una ricca donna milanese (una straordinaria Mariangela Melato) e per un membro dell’equipaggio, un rozzo marinaio meridionale e comunista (un giovanissimo e bravissimo Giancarlo Giannini).
Dopo aver subito le vessazioni e le umiliazioni della capricciosa borghese in silenzio durante tutta la gita, il proletario Gennarino può avere la sua rivalsa umiliandola e sottomettendola con la forza. Tra i due scoppia una violenta passione amorosa: lei sedotta da cotanta virilità, lui che non riesce a credere di aver fatto sua una donna di tal classe. Il finale non lo racconto per non attirarmi l’ira di chi il film non l’avesse visto. Ma consiglio a costoro di rimediare al più presto, perché il film è bello: gli splendidi paesaggi del mare sardo fanno da contorno ad una altrettanto splendida interpretazione attoriale, che, come meglio forse non si poteva fare, rende viva e reale la spietata, cinica, sarcastica critica sociale dell’impianto principale del film.
Tuttavia, affermare che il film mi sia piaciuto, non sarebbe dire la verità. Può sembrare paradossale dopo tutte le parole positive spese in suo favore fin ad ora, ma è così, perché in realtà il vederlo mi ha dato fastidio. L’analisi a mente lucida del film, che lo rende secondo me così interessante, non riesce a cancellare la voglia che avevo di spegnere la tv durante la messa in onda di tutta la sua parte centrale, quella in cui Gennarino, comportandosi da “vero uomo” e senza esclusione di colpi, fa capire alla “bottana industriale” chi tra loro due porti i pantaloni.
Certo è qualcosa di già visto in altre pellicole, magari anche con un impatto visivo più forte, e inoltre c’è la questione della rivalsa sociale, che inizialmente fa assumere a tutta le situazione le vesti della rivincita del semplice proletario sulla ricca padrona che lo ha vessato. Ma dal momento in cui lei viene presa dalla focosa passione per lui, il tutto assume dei contorni piuttosto inquietanti.
La sensazione di essere di fronte alla riproposizione del pericoloso mito dell’uomo che deve trattare male la donna per riuscire a ottenere il suo amore e la sua fedeltà, e che quest’ultima in realtà nel profondo lo desideri, è stata molto forte. Anche perché gli elementi sono tutti presenti: il selvaggio paesaggio naturale, la solitudine in cui si ritrovano i protagonisti, la lotta con gli elementi per ottenere la soddisfazione dei bisogni primari, tutto sembra ricondurre ad un ritorno all’animalità, alle origini, agli istinti primordiali dell’essere umano. Anche la protagonista ad un certo punto si esprime in questi termini durante il film. Come a dire che la vera natura del rapporto di coppia, quella originaria, quella distorta dalla società moderna, quella che sia l’uomo che la donna nel profondo desiderano e che dovrebbero riscoprire, è quella in cui lei si sottomette a lui.
Questa è la sensazione che mi ha dato al primo impatto la visione di questo film, e non credo l’abbia fatto solo a me, visto che al tempo in cui uscì la critica femminista si scagliò contro di esso. Però, allo stesso tempo, qualcosa non mi quadrava. Un film così critico su alcuni aspetti della società, di una regista donna, anch’essa notoriamente impegnata nel mettere in evidenza le idiosincrasie del vivere moderno, poteva aver cavalcato un vecchio e rischioso stereotipo sessista come questo?
É assolutamente possibile, tuttavia la mia formazione criminologica mi permette di poter avanzare anche un’altra interpretazione riguardo a questa parte del film: è plausibile che la bella e ricca borghese possa essere caduta preda della famosa sindrome di Stoccolma. Pur non essendo Gennarino propriamente un sequestratore, Raffaella (così si chiama la protagonista) è comunque prigioniera dell’isola; per di più anche gli altri elementi sembrerebbero poter combaciare tutti.
In Raffaella, infatti, si attivano i due meccanismi psicologici considerati dalla psicanalisi come indispensabili allo sviluppo di questa sindrome: l’identificazione e la regressione. La prima è chiara quando ad un certo punto capisce come la sua sopravvivenza dipenda dal suo compagno di naufragio: lo osserva mentre si procura il cibo, un riparo, i vestiti, tutte cose che lei non è capace di fare, ma vorrebbe esserne in grado. Raffaella vorrebbe essere come Gennarino e si identifica quindi con lui. Contemporaneamente, come conseguenza dello stato di dipendenza creatosi, avviene la regressione, attraverso la quale Raffaella diventa come una bambina alla mercé di un genitore sì violento, ma che la protegge dai pericoli del mondo esterno.
Allo stesso tempo si può osservare chiaramente la successione nella donna di tutte le fasi propedeutiche allo sviluppo della sindrome: l’incredulità iniziale per quello che le sta succedendo; l’illusione di poter essere salvata presto; la delusione di questa aspettativa concretizzata dalla scena in cui uno yacht passa vicino all’isola, ma non vede i suoi segnali; l’impegno in un’attività intensa esemplificata dal lavoro che Gennarino le richiede di fare per lui in cambio di protezione; un confronto tra la vita vissuta prima dell’esperienza in atto, e quella di questa nuova dimensione.
Insomma, sembra proprio che tutto possa quadrare per un’interpretazione di questo tipo, che cambierebbe radicalmente il significato del film ipotizzato inizialmente: non sarebbe più quello dei due protagonisti di uno stato relazionale primordiale, riscoperto dopo l’opera di distorsione messa in atto dalla società moderna. Piuttosto il film evidenzierebbe la profondità e la saldezza di quest’opera distorsiva, che avrebbe condizionato così tanto le relazioni umane, in questo caso il rapporto uomo-donna, che neanche un ritorno a uno stato di natura può più contrastarne gli effetti.


Lascia un commento