
Una donna bellissima. Questa è la prima risposta che viene in mente a chiunque si imbatta in una sua fotografia. Carmela Rea nasce a Napoli il 24 maggio del 1982. Il nome era una delle poche cose di se stessa che non riusciva ad accettare, ecco perché preferiva che gli altri utilizzassero l’appellativo di Melania.
Al contrario, conscia e fiera della sua bellezza, Melania non trascurava mai l’aspetto: voleva essere apprezzata dal suo uomo, il caporalmaggiore Salvatore Parolisi. Di lui si era perdutamente innamorata a prima vista, osservandolo in un vecchio scatto esposto a casa di alcuni amici. L’uomo, da quel momento in poi, entrerà nella vita della donna rappresentandone la relazione affettiva più significativa. I due convoleranno a nozze qualche anno dopo. E sarà proprio in nome di questo amore che Melania si allontanerà da Somma Vesuviana, piccolo centro in cui aveva vissuto sino a prima del matrimonio. È la strada che conduce a un nuovo inizio, lontano dagli affetti familiari e dalle amicizie più care. Le attese, i desideri e le aspettative a cui è ancorata questa giovane ragazza del Sud, sono più forti di qualsiasi timore incusso da un cambiamento. Il cordone ombelicale, però, non si è ancora spezzato del tutto.
La coppia si trasferisce a Folignano, cittadina della provincia di Ascoli Piceno, principalmente per assecondare le esigenze lavorative di Salvatore Parolisi. Difatti è qui che si trova la caserma dove svolge il suo doppio ruolo di istruttore e caporalmaggiore dell’esercito. Le giornate di Melania sono scandite dai ritmi lenti della vita casalinga, accelerati – circa un anno più tardi – dall’arrivo della primogenita Vittoria. L’intero periodo della gravidanza è trascorso a casa dei genitori, ove la donna si sente più tranquilla nell’affrontare il mistero della maternità. Qui torna a dormire nel suo letto, nella sua stanza, come per rinsaldarsi a un lungo filo, forse quello dell’infanzia e dell’adolescenza, rivivendo gli odori ed i rumori della sua terra.
Dopo la nascita della bambina, la neo mamma si dedica per intero alla sua nuova famiglia e alla gestione della casa: non svolge un’attività lavorativa, non instaura rapporti di amicizia che non siano vincolati all’ambiente del marito. Le uniche frequentazioni si limitano ai vicini di pianerottolo. Melania, a Folignano, non ha nessun altro all’infuori della sua stessa famiglia. Non pratica sport, non coltiva hobbies, non possiede neppure un profilo Facebook, spesso collante con il mondo esterno e pretesto di evasione. Inoltre, non dispone di finanze autonome che le consentano di attuare scelte in piena libertà.
Queste informazioni suggeriscono un quadro di forte dipendenza affettiva della donna nei confronti del marito. Si può essere caratterialmente determinati, ma nel contempo incapaci di razionalizzare un rapporto di coppia, riversandovi ogni singola aspettativa. In un contesto di dipendenza la persona amata diviene il detentore della verità, per cui si guarda con i suoi occhi e si pensa con la sua mente. La paura dell’abbandono, della solitudine e della separazione, annienta i propri desideri, pertanto ci si nega a sé stessi replicando copioni già noti. Appare indubbio, a questo punto, come la scoperta di una relazione extraconiugale possa far crollare quel mondo di certezze che il dipendente affettivo ha edificato attorno a sé.
Salvatore Parolisi ha un’amante, Ludovica, sua ex allieva lì in caserma. Melania scopre di essere stata tradita, più volte e in un arco temporale pressoché lungo, ma la sua condizione emotiva non le concede di analizzare oggettivamente la realtà dell’accaduto. Perdona il marito, infatti, con l’obiettivo di riscrivere un nuovo rapporto, investendovi – altresì – grosse energie. Si sente umiliata, avvilita, ma non può lasciarsi fagocitare dal fallimento, pensando di aver sbagliato qualcosa, forse. Tutti possiamo commettere errori in preda ad un momento di debolezza. Ed è meglio rammendare i solchi tracciati da una relazione fedifraga piuttosto che assistere allo sgretolamento del sogno di una vita.
Accettare condotte sempre più inique comporta una violazione della propria libertà, poiché non concede alcuna possibilità di autodeterminazione. Tale tollerabilità comportamentale, dunque, non fa altro che vanificare gli ulteriori sforzi destinati alla missione salvifica del partner [1]. Col passare del tempo, Melania, stenta a riconoscere le proprie qualità: la sua capacità di critica e di giudizio si affievoliscono, comportando un’effettiva perdita del piano di realtà. Fa di tutto affinché le attenzioni del marito tornino a catapultarsi esclusivamente su di lei, arrivando a mettere in discussione anche il suo aspetto fisico. Perde venti chili, quasi a voler emulare l’aspetto longilineo della sua rivale. Questo ed altro per salvare quell’agognato amore. È evidente, dunque, la condizione di sudditanza psicologica in cui la donna versa.
Cosa accade, invece, quando Melania rinsavisce, constatando che ogni sforzo di recuperare il rapporto amoroso sia vano, data l’indole reiterante del partner? Reagisce, affermando la propria personalità. A questa esplicita volontà di riappropriarsi dello status quo, tuttavia, corrisponde spesso un ostracismo più subdolo: si ammala anche l’altra parte, frenando in tutti i modi un possibile futuro distacco.
[1] L’atteggiamento di sottomissione è estremamente malsano per il dipendente, in quanto fortifica aspettative irrealistiche sia di controllo che di “risanamento” della relazione.
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