
Nel tentativo di sfruttare questa dissociazione tra il Bundy pubblico e quello privato, Hugh ed io chiedemmo se era disposto a fare ipotesi sul tipo criminale che poteva aver commesso i tanti omicidi di cui era sospettato: di mettersi nei panni dell’assassino, per così dire. Bundy, il grande narcisista, acconsentì prontamente. Aveva molti commenti da fare. Nei nastri che in seguito facemmo ascoltare agli investigatori a Des Moines, egli spiegò in dettaglio la sua idea di serial killer. Disse che un individuo giunge per gradi ad uccidere esseri umani. Il desiderio nasce dalla rabbia indiscriminata e dalle fantasie morbose di un giovane, per poi svilupparsi nella ricerca di pornografia sempre più violenta, il materiale visivo e scritto che secondo lui aveva modellato e concentrato il suo mondo irreale. Arriva quindi la fase del voyeurismo, seguita da aggressioni concepite con crudeltà, ma messe in atto senza successo. Nel caso di Ted, ciò aveva dato origine nel corso del tempo ad un gusto sofisticato per la caccia ed i suoi risultati: la scelta di quelle che chiamava vittime “degne di attenzione”, graziose ed intelligenti, figlie e sorelle del ceto medio, ragazze attraenti che desiderava possedere, affermò, “come si vorrebbe possedere una bella pianta o una porsche”. Prima e dopo di allora, nessun assassino seriale ha mai espresso tanto vividamente i propri impulsi come fece Ted, in quei nastri registrati nel braccio della morte, o fornito alla polizia più informazioni sui metodi e i comportamenti di un serial killer.
Tratto da Storie di perversioni criminali. Serial killer e sadici sessuali di Michaud S. e Hazelwood R.


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