
Di Nunzia Procida
Cecilia (Hanna Rose Hall), la più giovane, aveva 13 anni, Lux (Kirsten Dunst) ne aveva 14, Bonnie (Chelse Swain) 15, Mary (A. J. Cook) 16 e Therese (Leslie Hayman) ne aveva 17.
Il giardino delle vergini suicide (1999) di Sofia Coppola, ambientato nell’America degli anni Settanta, è il racconto della breve vita delle cinque sorelle Lisbon, cresciute in una famiglia ferventemente cattolica, dove, seppur l’affetto non manchi, a prevalere è una severa disciplina morale che preclude alle ragazze ogni contatto con il mondo esterno al di fuori della scuola.
Quando Cecilia fallisce il suo primo tentativo di suicidio, viene ricoverata in ospedale e al medico che minimizza i problemi della sua età risponde: “Evidentemente lei, dottore, non è mai stato una ragazzina di 13 anni”, esprimendo in quell’unica battuta tutto il suo disagio; un disagio del quale nemmeno lo psicologo (Denny De Vito) ne comprende fino in fondo la vastità. Quando quest’ultimo incontra i coniugi Lisbon – la madre (Kathleen Turner) casalinga oltremodo autoritaria, il padre (James Woods) insegnante dal carattere molto debole – dice loro: “Non credo che Cecilia volesse togliersi la vita. Il suo atto è stato come un grido d’aiuto. So che siete molto severi, ma credo che a Cecilia farebbe bene allargare la sua vita sociale anche al di fuori delle frequentazioni scolastiche perché possa interagire con i maschi della sua età”. È all’ipotesi di parasuicidio [1] che, dunque, si rifà lo psicologo di Cecilia.
Come osserva Alessandro Rusticelli:
Non tutti i tipi di suicidio sono dei suicidi non riusciti: in molti casi, e questo è vero soprattutto in adolescenza, alla base di simili gesti non vi è reale intenzione di morire, ma piuttosto quello di provocare una reazione e di determinare nel proprio ambiente di vita, attraverso un’azione più o meno teatrale, dei cambiamenti ritenuti necessari per rendere la propria esistenza più sopportabile. Il tentato suicidio va interpretato quindi in molti casi come una strategia estrema per richiamare l’attenzione degli altri e modificare una situazione percepita come insopportabile. […] Il tentato suicidio […] rappresenta anche un importante fattore di rischio: è ben noto ai clinici e agli epidemiologi, infatti, che le persone che hanno già provato a togliersi la vita metteranno con molta probabilità un secondo tentativo [2] .
Ed è proprio quello che fa Cecilia durante la festa organizzata per il suo ritorno, quando si butta dal balcone finendo infilzata nella cancellata della casa.
Il suicidio è una tra le prime tre cause di morte tra le persone fra i 15 e i 44 anni. Nel 2013 (ultimo anno di cui sono disponibili i dati Istat) si sono registrate in Italia 4.291 morti volontarie. Secondo diversi studi, però, il fenomeno del suicidio giovanile – circa 5 casi su 100.000 abitanti – è sottostimato e vi sarebbe un errore in difetto di circa il 30%. Tra le cause che rendono imprecise le misurazioni vi sono non solo il rifiuto a classificare come suicidio la morte di un adolescente soprattutto per “vergogna” in ambito familiare e la non uniformità delle procedure di accertamento, ma anche – all’interno di una morte violenta (incidente stradale, annegamento, arma da fuoco, avvelenamento, precipitazione, dipendenze) può risultare obiettivamente assai difficile discriminare la volontà con l’accidentalità. In casi del genere potrebbe essere d’aiuto effettuare un’autopsia psicologica [3] per meglio comprendere la natura della morte.
Nel caso di Cecilia, il parroco della comunità, Padre Moody (Scott Glenn), si reca a casa dei Lisbon per tranquillizzarli di aver “dichiarato la morte di Cecilia un incidente”. Ma non la pensa così la stampa locale né la scuola, né i coetanei che abitano la casa di fronte e che in questa occasione sono la voce narrante del film.
Tutti sanno che non è stato un incidente e ciascuno, a suo modo, cerca di dare un motivo, un perché, a quel gesto. Nel film, la giornalista Lydia Perl offre ai telespettatori una risposta in chiave socio-psicologica:
Gli psicologi concordano che oggigiorno gli adolescenti subiscono molte più pressioni e situazioni complesse che in passato. Sempre più dottori affermano che la loro frustrazione può portare ad atti di violenza in cui gli adolescenti non riescono a distinguere la realtà dalla drammaticità immaginaria.
La Preside della scuola frequentata da Cecilia fa distribuire dei volantini verdi sui quali si indicano gli evidenti sintomi di pericolo da non sottovalutare. Sintomi che i compagni delle sorelle Lisbon cercano di rintracciare sui volti delle ragazze: “le pupille delle ragazze erano dilatate? Avevano perso interesse nelle attività scolastiche, nello sport e negli hobby? Stavano allontanandosi dai loro coetanei?”
I ragazzi “della porta accanto” trovano il diario sul quale Cecilia annotava le sue giornate con le sorelle e, attraverso di questo, raccontano che:
iniziammo a capire un po’ delle loro vite, scoprivano memorie ed esperienze a noi sconosciute. Sentivamo come sia imprigionante la condizione di ragazza, come rendeva la mente più attiva e sognatrice e come alla fine si faceva a capire quali colori andassero bene insieme. Scoprimmo che le ragazze in realtà erano donne travestite che capivano l’amore e la morte. Il nostro compito altro non era che fare quel chiasso che sembrava affascinarle tanto. Capimmo che sapevano tutto di noi e che noi non potevamo comprenderle affatto”.
Questa differenza di genere, che riscontrano i ragazzi, si ritrova anche nel rapporto che esiste fra sesso, diagnosi psichiatrica e suicidio in età adolescenziale: le ragazze suicide soffrono di disturbi dell’umore più spesso dei ragazzi, mentre l’abuso di alcol e di altre droghe risulta più comune nei maschi.
Trip Fontaine (interpretato da Josh Hartnett in età adolescenziale e quarantenne da Micheal Paré), il ragazzo di cui si innamora, ricambiata, Lux, è sì il più bello della scuola ma ha una dipendenza notevole da alcol e droga. Le ragazze si legano presto a lui perché riesce a convincere i Lisbon a farle uscire di casa per il ballo della scuola. Al termine della serata, Lux e Trip si allontano dal gruppo e fanno l’amore per la prima volta. Si addormentano insieme ma, all’alba, Lux si accorge di essere rimasta completamente sola: Trip l’ha abbandonata lì, incurante di come sarebbe tornata a casa, mentre le sorelle sono rientrate per non subire l’ira della madre. Ira che non tarda ad arrivare e, soprattutto, colpisce tutte e non solo Lux:
Lux non rispettò il coprifuoco e tutti si aspettavano misure drastiche dalla sua famiglia ma non così drastiche: le sorelle vennero ritirate dalla scuola e la madre le mise sotto chiave, in completo isolamento; a Lux ordinò inoltre di distruggere tutti i suoi dischi rock.
La delusione sentimentale è un tema ricorrente in adolescenza, e il disagio connesso alla fine di una storia, seppur breve, deve essere contenuto ed elaborato a sufficienza attraverso l’aiuto dei familiari, degli amici, degli insegnanti, che sono risorse fondamentali, quando si rivelano disponibili ad accogliere e ascoltare la sofferenza dell’adolescente e ad agevolare una ricerca di significato all’evento.
Un ascolto e un’apertura che le sorelle Lisbon non trovarono mai in famiglia, alla stessa famiglia alla quale ciascuna aveva gridato invano il proprio malessere. Un grido che rimane incompreso anche all’indomani del suicidio collettivo delle quattro sorelle, i cui cadaveri vengono ritrovati dagli amici della casa di fronte:
A nessuna delle mie figlie – racconta la madre – è mai mancato l’amore, c’era tutto l’amore necessario nella nostra casa. Non ho mai capito perché.
Il suicidio è un fenomeno tipicamente umano davanti al quale si manifesta tutta la nostra impotenza, che impatta in maniera drammatica sulla vita dei superstiti e il cui eco si avverte anche nelle generazioni a venire.
[1] Il parasuicidio è “un atto dall’esito non fatale che l’individuo intraprende deliberatamente e senza l’intervento di altre persone al fine di ottenere dei cambiamenti nella propria situazione di vita attraverso le conseguenze fisiche reali o attese del gesto stesso” (OMS, 1986).
[2] A. Rusticelli, Suicidio e tentato suicidio in adolescenza. Epidemiologia, fattori di rischio e teorie interpretative, in Id., A. Oliviero Ferraris, J. Stefani, T. Zaccariello, Chiamarsi fuori. Ragazzi che non vogliono più vivere, Giunti 2009.
[3] L’autopsia psicologica è una tecnica che consente di ricostruire in retrospettiva la vita di una persona scomparsa; una ricostruzione necessaria, utile, per meglio comprendere le cause e se il decesso è avvenuto per omicidio, per suicidio o per un incidente.



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