
Di Nunzia Procida
Un amico è colui che sa tutto di te, eppure gli piaci.
(Elbert Hubbard)
Siamo davvero sicuri che gli amici sappiano proprio tutto tutto di noi?
Perfetti sconosciuti (Paolo Genovese, 2016) racconta e fa raccontare, intorno ad una tavola imbandita per otto, la vita nascosta di sette amici – tra questi tre coppie – che si conoscono da sempre, che si reggono il gioco (e giocano insieme) fin da bambini ma che però, a distanza di anni, ancora non comprendono che a dare senso all’esistenza è la protezione dell’altro.
Ciascuno di noi, infatti, per vivere in equilibrio, ha bisogno di custodire dentro di sé qualche (a volte) piccolo segreto che non vuole o sente di non poter raccontare agli altri. Questo accade soprattutto quando i nostri pensieri e le nostre azioni non sembrano coincidere con l’immagine che gli altri hanno di noi: è il caso di Peppe (Giuseppe Battiston) che, scopertosi gay, non riesce a confidare a nessuno di essersi innamorato di un uomo, Lucio, e per questo racconta di aver intrapreso una relazione da qualche mese con Lucilla che quella sera non potrà raggiungerli perché influenzata.
Questa scelta del non dire implica un lavoro continuo di organizzazione del sé, fra la persona che vogliamo essere (Peppe si dichiara eterosessuale) e quella che in realtà siamo (Peppe è gay). Il segreto ha dunque la funzione di proteggere la nostra sfera privata, mentre mantiene in equilibrio le nostre relazioni con gli altri. Equilibrio che, come prevedibile, crolla quando scopriamo che quello che noi ritenevamo un nostro diritto – quello alla privacy – viene o possa essere in qualche modo violato.
Quando a cena, Eva (Kasia Smutniak) invita i commensali a mettere sul tavolo il proprio telefonino e a leggere ogni messaggio a voce alta, rispondendo in viva voce alle telefonate, dimostra che i sette amici non si conoscono così bene come credevano, svelandone così l’ipocrisia latente. La complicità – elemento indissolubile per il proprio senso di identità – prima di essere condivisa con gli altri, non a caso, si condivide con se stessi.
Con l’inizio del gioco della verità proposto da Eva si apre il vaso di Pandora: una detonazione che distrugge ogni equilibrio di coppia e sociale. Se i bambini giocano a “fare finta che/di essere…” per sviluppare la propria creatività, l’intelligenza e rispondere così alla sete di conoscenza tipica della loro età, gli adulti (tra)lasciano invece qualcosa “dentro di sé”, un sé che in Perfetti sconosciuti si traduce col cellulare, con “sti cosi che ci stanno rovinando l’esistenza”, che “ci hanno rubato il privato”.
Ma siamo sicuri che la nostra vita viva in toto in queste “scatole nere” e che in queste possiamo ritrovare i segreti di ciascuno di noi?
La risposta ce la offre lo stesso Genovese, attraverso la voce di Carlotta (Anna Foglietta): “allora ve lo racconto io un segreto, ma non lo trovate scritto nella SIM del mio telefonino e nemmeno in quella di Lele”. La donna rivela al gruppo di amici di aver mentito loro riguardo a un incidente stradale in cui è rimasto ucciso un uomo: alla guida c’era lei, ubriaca, e non il marito, Lele (Valerio Mastandrea), come hanno dichiarato alla polizia.
A volte ci sono segreti che, proprio come il patrimonio genetico, si tramandano di generazione in generazione; talvolta per preservare l’equilibrio di un nucleo familiare; altre volte, invece, i segreti costituiscono un tabù che grava incondizionatamente sulla famiglia, che per questo registra al suo interno una tensione fra i suoi membri. Un segreto quindi che lega – anche al costo di distruggere – due persone, una coppia.
Eppure, il segreto – quando condiviso – aiuta a consolidare relazioni di intimità, fiducia con e verso l’altro. Quando Carlotta confida a Eva che il marito, Rocco (Marco Giallini), va in analisi, si scopre che tutta la rete di amici ne era già a conoscenza: Bianca (Alba Rohrwacher) lo ha saputo dal marito Cosimo (Edoardo Leo), e lo ha riferito a Peppe che lo ha detto a “Lele e basta” che, a sua volta, lo ha detto alla moglie che lo ha svelato a Eva, la sua migliore amica.
Il cellulare – dicevamo – si conferma dunque esclusivamente un mezzo dove nascondere i segreti, ma non è l’unico: la “fuga” delle notizie avviene indipendentemente da questo e, al contempo, i tradimenti si consumano esattamente come avveniva prima della società 2.0. Due anni fa, il presidente dell’Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani, Gian Ettore Gassani, informava che il 40% dei casi di divorzio nel nostro Paese era da attribuirsi ai tradimenti e “i social media hanno dato una gran mano ai tradimenti […] rendendoli più semplici”; più semplici perché, a ben vedere, velocizzano le comunicazioni e per questo sembrano abbattere le distanze fisiche anche fra gli amanti mentre aumentano le possibilità di essere scoperti in tempo reale.
“Bisogna imparare a lasciarsi nella vita”, dice Carlotta prima di andare via. E bisogna imparare a farlo in tempi brevi per evitare di accumulare dolore, sensi di colpa, rabbia. Soprattutto bisogna accettare che “ognuno di noi ha una vita pubblica, una privata e una segreta” (Gabriel García Márquez) e che nessuno quindi è mai fino in fondo quello che noi crediamo sia.




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