
Sembrava una giornata come le altre. Invece, quel 22 luglio 2011 avrebbe sconvolto la Norvegia e il mondo intero. Ore 15:26, una bomba esplode davanti agli edifici del governo di Oslo. Muoiono otto passanti. A piazzare l’esplosivo, il nazionalista norvegese Anders Breivik.
Poche ore dopo l’uomo, all’epoca trentaduenne, si dirige – vestito da agente della polizia norvegese – verso l’isola di Utoya, nel lago Tyrifjorden, che ospita circa 600 giovani per un campo politico organizzato dal partito laburista e comincia a sparare all’impazzata.
È un bagno di sangue: 69 vittime. Breivik viene arrestato poco dopo e confessa la responsabilità della strage.
Da subito, emergono le sue posizioni estremiste. Viene ritrovato un manifesto di 1.500 pagine scritto di suo pugno contro il multiculturalismo in Europa.

Il 24 agosto 2012, Breivik viene condannato a 21 anni di carcere, il massimo della pena prevista in Norvegia. La corte distrettuale di Oslo riconosce l’estremista di destra sano di mente e colpevole di atti di terrorismo.
Breivik ascolta la sentenza, sorridendo, dopo aver fatto il saluto di estrema destra appena entrato in aula. Al termine della lettura delle motivazioni del verdetto della Corte, il killer ripete il saluto nazista ed esclama:
Chiedo perdono per non averne uccisi di più…
Parole interrotte bruscamente dal giudice Wenche Elizabeth Arntzen.


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