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Sinodo del Cadavere: il processo più osceno, surreale e macabro della Storia

24 Marzo 2015 da admin Lascia un commento

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Di Michela Donvito

Il processo fu fatto al corpo in putrefazione di un Papa morto da mesi, estratto dalla tomba, rivestito, sistemato, fissato con i lacci a una poltrona, accusato, interrogato, condannato a morte, destituito, amputato e dato in pasto alla folla perché lo scaraventasse nel Tevere. Il cadavere era quello di Papa Formoso ed il processo avvenne nella Basilica di San Giovanni in Laterano nel lontano gennaio 897.

Il periodo buio del Papato

Formoso fu eletto pontefice il 6 Ottobre 891 e morì il 4 Aprile 896. In questo periodo, definito il più buio della storia del papato, la Chiesa viveva un momento di debolezza e di impotenza nei confronti delle nobili famiglie romane e ducali della penisola. La continua ingerenza di queste casate influenzò per più di un secolo la salita dei pontefici come mai accadde nella storia. Ogni Papa di quell’epoca era, indissolubilmente, legato ai poteri locali italiani e stranieri che andavano sempre più accrescendo la propria influenza su Roma e sull’elezione stessa del successore di Pietro.

Prima dell’elezione di Formoso le due figure più potenti nella penisola erano quelle di Guido da Spoleto e Berengario del Friuli. Nello stesso periodo era sceso in Italia un altro pretendente al trono imperiale, il re dei Franchi, Arnolfo di Corinzia, al quale Berengario aveva giurato fedeltà. L’anno seguente il titolo reale italiano passò a Guido di Spoleto, avversario acerrimo sia di Arnolfo che di Berengario, grazie all’appoggio di Papa Stefano VI.

Poche settimane dopo la solenne investitura di Guido, Formoso diventò vescovo di Roma. I rapporti fra Guido e Formoso non erano dei migliori, anzi, entrambi nutrivano astio l’uno nei confronti dell’altro. Formoso persuase Arnolfo a scendere nell’894 in Italia per liberarla dall’egemonia di Guido offrendogli la corona imperiale.

Quando Guido morì, lasciò contro il nemico il figlio Lamberto e la moglie Ageltrude. Nell’896 Arnolfo portò a compimento la sua campagna militare italiana e si fece incoronare imperatore da Formoso, il quale morì qualche settimana dopo. Gli successero Papa Bonifacio VI, che morì dopo sole due settimane (il secondo pontificato più breve della storia), e, infine, Papa Stefano VII. Quest’ultimo fece riconoscere Lamberto imperatore, vista la grande influenza che la famiglia degli Spoleto aveva presso il nuovo Papa e molte famiglie romane. Sotto la pressione di Lamberto e Ageltrude, Stefano VII istituì il cosiddetto Sinodo del cadavere, un vero e proprio processo a carico dell’ormai defunto Papa Formoso.

Con la celebrazione di questo rito processuale a carico di Formoso, Stefano VII si riprometteva di cancellare il suo predecessore dalla storia, di estinguerne il ricordo (extinguere nomen). Questa operazione distruttiva era chiamata damnatio memoriae: a quei tempi, era considerata un’operazione indispensabile per distruggere anche l’entità che sopravviveva al morto, una persecuzione raffinata. La sopravvivenza dopo la morte era legata alla “memoria” dei vivi verso i defunti. Riuscire a sopravvivere nella memoria, grazie alle proprie azioni illustri, voleva dire anche continuare a vivere dopo la morte. Cancellare i segni visibili della vita terrena, cioè la lapide, il nome inciso sui monumenti, le figure affrescate sui muri, voleva dire per i defunti distruggere il legame con la vita e precipitare nel nulla.

Il processo a Formoso fu dunque celebrato per questo motivo: la presenza del cadavere indiceva i presenti al rifiuto, alla ripulsa profonda verso quella che è da sempre l’immagine terrificante del disfacimento.

Il Concilio Cadaverico

Per l’occasione fu allestito un apposito trono. Una sorta di tribunale della Inquisizione ante litteram di fronte all’altare e dietro ai lunghi banchi coperti da un tessuto rosso che suonava sinistro. Affinché Formoso potesse discolparsi durante il processo e rispondere alle domande dei giudici, gli fu posto accanto un diacono perché parlasse in sua vece.

Quando veniva data la parola al cadavere, il diacono, assistente a latere, rispondeva, dicono i cronisti, in modo strano, con una voce rauca e profonda. La curia giudiziaria si era sistemata ai lati del Papa, dall’una e dall’altra parte; l’alto Clero era fatto di teologi, cardinali, i prelati più importanti della curia ed i vescovi venuti da quasi tutta l’Italia. Tutti seduti in appositi stalli, ai lati, lungo la navata.

Il banco dei giudici e quello dei prelati occupavano tre lati dello spazio. Al quarto lato c’era il popolo in piedi e ammassato. Nella fila davanti c’erano i più solleciti e i più curiosi che si erano presi il posto buono. Il cadavere di Formoso era collocato in posizione seduta in mezzo al riquadro, legato su un trono nella sala del concilio, perché citato a comparire personalmente, ricoperto con sacre vesti pulite (sacratis vestimentis), dopo essere stato denudato.

Sul corpo nudo si era scoperto il cilicio ancora conficcato nelle carni. Il dorso ne portava le tracce simili ad una flagellazione. Un taglio più profondo all’emitorace sinistro tra la quinta e la sesta costola pareva procurato da una lancia. Il capo era ripiegato sulla clavicola, la fronte libera dalla mitria pontificia, aveva dei segni come di rami spinosi dell’acantus orientalis. Il corpo irrigidito sullo scanno pendeva da una parte come se l’opprimesse il braccio trasversale di un’invisibile croce.

Il lezzo del cadavere rendeva irrespirabile l’aria dolciastra, invano contrastata dalle fumigazioni dell’incenso sui bracieri. Era impossibile distogliere lo sguardo da quel volto, da quel corpo. Di fronte a lui, un uguale seggio ospitava Stefano VII attorniato dai cardinali e dai vescovi, costretti dal papa a fungere da giuria per questa grottesca farsa.

Il processo fu interamente dominato da Stefano VII, che, in preda a un furore isterico, si lanciò in una delirante filippica contro la salma, mentre il clero spaventato assisteva con orrore, lui gridava insulti e maledizioni contro il cadavere. Di fianco ai resti di Formoso stava in piedi un giovane e terrorizzato diacono: il suo ingrato compito era quello di difendere il morto, ovviamente impossibilitato a controbattere. Di fronte alla furia del pontefice, il povero ragazzo restava ammutolito e tremante, e nei rari momenti di silenzio cercava di balbettare qualche debole parola, negando le accuse.

Formoso venne giudicato colpevole di tutti i capi contestatigli: il verdetto stabilì che egli era stato indegno di essere nominato Papa, che vi era riuscito soltanto grazie alla sua smodata ambizione e che tutti i suoi atti sarebbero stati immediatamente annullati. E così cominciò la carneficina: le tre dita della mano destra con cui Formoso aveva dato la benedizione vennero amputate e il cadavere fu trascinato per le strade di Roma e gettato nel Tevere.

Il corpo percorse, per tre giorni, venti miglia trascinato dalla corrente del fiume, fino ad arenarsi su una sponda presso Ostia, dove, fu riconosciuto da un monaco e nascosto dai suoi fedeli finché fu vivo Stefano VII. Dopo la morte di questo, finalmente il povero Formoso venne inumato, per la seconda volta, nella Basilica di San Pietro, per volere di papa Teodoro II, che lo pose tra le tombe degli apostoli con una pomposa cerimonia e riabilitato fino quasi alla beatificazione. Ulteriori processi contro persone decedute vennero vietati.

Posso misurare il moto dei corpi, ma non l’umana follia.

(I. Newton)

© Riproduzione riservata

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