
Di Cristina Casella
La bilancia della giustizia non sempre riesce ad attribuire un peso adeguato all’efferatezza di un delitto. Soprattutto quando i processi continuano a mostrare zone d’ombra e ad alimentare dubbi. È il caso dell’omicidio di Melania Rea, giovane moglie e madre ritrovata cadavere in un bosco il 20 aprile 2011. Quel giorno, la donna si era recata in località Colle San Marco per trascorrere qualche ora di relax assieme al marito e alla figlioletta. “Devo andare in bagno, torno subito” avrebbe detto al coniuge prima di allontanarsi ed essere inghiottita dalla folta pineta ascolana. Melania non è più tornata indietro, né tanto meno ha raggiunto il bar dove si trovavano i bagni. Sarà lo stesso marito, Salvatore Parolisi, a dare l’allarme dopo appena mezz’ora dalla sparizione.
Da quel momento partono immediatamente le ricerche, che si concentrano nella zona di Pianoro San Marco. In quei frangenti il cellulare di Melania risulta ancora acceso, squilla, agganciando la cella di Civitella del Tronto. I cani molecolari, giunti sul posto assieme alle forze dell’ordine, fiutano le tracce della donna seguendo un percorso del tutto anomalo. La famiglia Rea partecipa attivamente alle indagini, decidendo di usufruire del mezzo televisivo per appellarsi a chiunque abbia visto qualcosa. Le circostanze lasciano pensare a una scomparsa volontaria, forse un malore. Nessun elemento, però, supporta queste tesi. In fondo Melania ha una bimba di 18 mesi dalla quale non si sarebbe mai staccata.
Passano i giorni e le speranze di ritrovare in vita la giovane si affievoliscono sempre di più. Tutto precipita attorno alle 16:00 del 20 aprile, quando una telefonata anonima – giunta ai centralini del 113 – segnalerà la presenza di un corpo nel boschetto di Ripe di Civitella. Il personale del Comando provinciale dei Carabinieri di Teramo effettua un primo sopralluogo sul posto segnalato, dando atto che il cadavere rinvenuto corrisponde a quello di Melania Rea. Il corpo giace supino a circa 15 chilometri di distanza dal punto in cui la donna si era allontanata. Ben 35 le coltellate inferte alla vittima. Pantaloni, collant e slip si mostrano abbassati poco sotto il ginocchio. La pelle livida non nasconde gli evidenti segni di sfregio effettuati all’altezza di ventre e cosce. Una siringa trafigge il seno sinistro, mentre un laccio emostatico è abbandonato a poca distanza. La scena che si presenta agli occhi degli inquirenti è agghiacciante.
Melania è stata massacrata, letteralmente. Ha tentato di difendersi con braccia e mani, invano. La forza bruta del suo assassino non le ha lasciato scampo. La morte è sopraggiunta dopo circa una decina di minuti dall’inizio dell’acting omicidiario. Shock emorragico la causa. Con molta probabilità la donna è stata abbandonata su quel campo ancora agonizzante. Una fine atroce quella di Melania, tanto che alla stessa madre è stato impedito di vederne la salma per l’ultima volta.
L’analisi di ogni singola componente del delitto, dal modus operandi alla tipologia di aggressione e arma utilizzata, sino poi volgere alle attività di staging operate sulla scena del crimine, suggerisce un evento delittuoso maturato all’interno di un contesto relazionale. Salvatore Parolisi, marito della donna, è da sempre l’unico indagato.
L’imputato, giudicato responsabile di omicidio volontario e di vilipendio di cadavere, aggravato dalla qualità soggettiva di coniuge della vittima e dall’aver approfittato di circostanze tali da ostacolare la difesa, agendo con crudeltà, è stato condannato in primo grado all’ergastolo. L’uomo vedrà ridursi la pena a 30 anni con la sentenza di secondo grado emessa dalla Corte D’Assise D’Appello dell’Aquila. Sino poi arrivare all’ultima decisione. Pochi giorni fa, il 27 maggio 2015, la Corte d’Assise d’Appello di Perugia ha ricalcolato la pena dopo la Cassazione: Parolisi dovrà scontare 20 anni di reclusione. I giudici, infatti, non hanno riconosciuto l’aggravante della crudeltà. Secondo la giuria le 35 coltellate inflitte alla moglie rappresenterebbero sì un dolo d’impeto, ma la mera reiterazione dei colpi – seppur consistente – non può essere ritenuta un’aggravante di crudeltà. Da qui il decremento della pena.
L’art. 577, 1° co., n. 4 c.p. punisce con il carcere a vita l’omicidio commesso per motivi abietti o futili e/o realizzato con l’impiego di sevizie e crudeltà. La giurisprudenza, pronunciatasi sull’aggravante della crudeltà, è pacifica e costante. L’aggravante è ritenuta sussistente quando le modalità della condotta rendono evidente la volontà di infliggere sofferenze alla vittima costituendo, dunque, un quid pluris rispetto all’attività necessaria alla consumazione del reato. In tal caso è la condotta stessa a rendersi particolarmente riprovevole per la gratuità dei patimenti cagionati alla vittima mediante un’azione efferata, rivelando altresì un’indole malvagia e priva del più elementare senso d’umana pietà. Nell’omicidio Rea, il numero dei colpi inferti, più che evidenziare un comportamento particolarmente cruento, costituirebbe espressione della necessità che l’atto mortale sopraggiunga nell’immediatezza.
Una giovane madre sgozzata e lasciata seminuda in un bosco. Gli occhi spalancati al cielo, le mani giunte in preghiera. Oltraggi postumi che ne sfigurano la carne. Può tutto questo essere considerato poco crudele?



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