
Di Cristina Casella
A 4 anni dall’omicidio della professoressa di Seriate, il nome dell’assassino continua a rimanere sconosciuto. Un vero e proprio enigma che sta mettendo a dura prova gli inquirenti. La donna è stata sgozzata all’interno della sua villetta la sera del 26 agosto scorso. È il marito, Antonio Tizzani, a ritrovarla riversa sul pavimento in una pozza di sangue. Non è tutto: l’uomo racconta di aver sorpreso sul fatto l’aggressore, probabilmente un ladro, che – con il volto incappucciato – era intento a rovistare nella borsa della moglie.
È fuggito prima che potessi raggiungerlo.
ha dichiarato Tizzani a stampa ed investigatori.
Le indagini, in questo lungo periodo, non hanno riscontrato l’esistenza del misterioso uomo incappucciato. Nessuna delle telecamere situate in zona ne ha catturato l’immagine, così come nessuno dei vicini di casa della coppia ne ha intravisto la fuga. Soltanto Elena Foresti, moglie del primogenito di Tizzani, ha affermato di aver notato più volte questo fantomatico soggetto aggirarsi in quei luoghi già nei tre mesi precedenti all’omicidio. L’uomo l’avrebbe anche molestata, citofonando più volte alla sua abitazione nel cuore della notte, quando il marito Paolo si trovava a lavoro. Una bugia, poiché dopo essere stata messa sotto torchio dagli inquirenti la donna ammette di aver mentito:
Ho inventato tutto a fin di bene, volevo convincere mio marito a fare meno turni di notte per non lasciarmi troppo tempo da sola in casa…
Le dichiarazioni della Foresti, però, in un primo momento forniscono un alibi ad Antonio Tizzani. Un punto saldo che inizia facilmente a vacillare, dopo le prime risultanze testimoniali. Tre persone, infatti, confermano di aver sentito Antonio e la professoressa Gianna litigare proprio quella sera. E in un arco temporale che precede di poco l’ora del delitto.
Ricordiamo che, quel 26 agosto, la coppia aveva invitato a cena il figlio minore, Mario, assieme alla sua compagna. Tutto si è svolto in un clima sereno, tanto da non lasciar presagire un gesto così efferato. La discussione sarebbe scoppiata verso mezzanotte, quando Mario aveva già lasciato l’abitazione dei genitori. Un litigio scatenato da futili motivi, come più volte era accaduto in passato.
«Non ho mai visto mio padre mettere le mani addosso a mia madre, o perlomeno non ho mai assistito a violenze fisiche, solo ad atteggiamenti un po’ fuori dalle righe. È vero, è un po’ possessivo. La sua famiglia non deve essere toccata da nessuno» racconta Paolo, primogenito della coppia. Mentre Mario, l’altro figlio, aggiunge: «Non posso accusare mio padre, se non ci sono prove certe contro di lui. Spero solo che le analisi scientifiche possano dirci chi ha ammazzato mia madre, distruggendo la mia vita».
I sospetti sul marito di Gianna Del Gaudio sono sempre più forti, tanto che – ad oggi – continua a rimanere l’unico indagato per il delitto. L’apparente serenità in cui viveva la coppia era solo un’immagine di facciata, ostentata anche sui social network. Scandagliando la vita privata della professoressa, infatti, emergono inquietanti confidenze fatte ad alcuni conoscenti, tra i quali un’ex collega di lavoro:
Sì, qualche volta Antonio alza le mani, ma lui mi ama così…
Gianna, in passato, si era anche recata più volte al pronto soccorso con lividi ed ossa rotte. La stessa Procura di Bergamo ha affermato che tali episodi di violenza sono avvenuti tra le mura domestiche. Chi indaga è quindi certo che l’omicidio sia maturato in ambito familiare. Il movente, con grande probabilità, è riconducibile alla gelosia.
La scena del crimine risulta di difficile interpretazione. La perdita ematica subita da Gianna è considerevole, poiché l’assassino l’ha colpita al collo con un cutter. Il piano cottura, però, risulta pulito, senza mostrare schizzi. Come gli stessi mobili. Gli uomini del RIS, tra l’altro, non hanno rilevato tracce di sangue neppure nelle tubazioni del bagno di servizio attiguo alla cucina. L’aggressore, quindi, non si è ripulito dopo aver commesso il fatto.
Lo stesso per quanto concerne l’arma del delitto. Il coltello col quale è stata uccisa la professoressa, infatti, è stato ritrovato sporco del suo sangue nei pressi di una siepe circostante l’abitazione. Sull’impugnatura non ci sono tracce biologiche, né impronte digitali. Assieme all’arma, in un sacchetto per le mozzarelle, anche un paio di guanti in lattice. Ed è proprio qui che viene rilevato il DNA di un soggetto ignoto. Il sangue sull’esterno dei guanti appartiene alla vittima, ma è sovrapposto ad una traccia maschile, forse saliva o sudore. Tale codice genetico non appartiene al marito della donna né ai due figli, Paolo e Mario.
Chi è, dunque, il killer della professoressa? Se l’assassino, dopo l’omicidio, avesse messo prima il taglierino in un sacchetto e poi si fosse sfilato i guanti, sicuramente avrebbe lasciato le sue tracce anche sulla busta. Così non è. Di conseguenza, gli inquirenti pensano che si tratti di un depistaggio. Ad opera di chi? La soluzione di questo intricato giallo, dunque, non sembra essere così vicina.


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