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Ti trovi qui: Home / News & Storia / La morte del magistrato Antonino Scopelliti raccontata da Giovanni Falcone

La morte del magistrato Antonino Scopelliti raccontata da Giovanni Falcone

9 Agosto 2016 da Webmaster Lascia un commento

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Di Nunzia Procida

Le parole di Falcone che raccontano la morte del magistrato Antonino Scopelliti – vittima di un agguato mafioso il 9 agosto 1991 – anticipano e suggeriscono l’intelligente osservazione di Pif che prende forma, corpo, nel suo film La mafia uccide solo d’estate (2003):

L’ultimo delitto eccellente, l’uccisione di Antonino Scopelliti, è stato realizzato, come da copione, nella torrida estate meridionale cosicché, distratti dalle incombenti ferie di Ferragosto e dalla concomitanza di altri gravi eventi, quasi non vi abbiamo fatto caso. Unico dato certo è la eliminazione di un magistrato universalmente apprezzato per le sue qualità umane, la sua capacità professionale e il suo impegno civile. Ma ciò ormai non sembra far più notizia, quasi che nel nostro Paese sia normale per un magistrato e probabilmente lo è essere ucciso esclusivamente per aver fatto il proprio dovere. [1] 

Chi era Antonino Scopelliti e perché fu ucciso? Nato a Campo Calabro (RC) il 20 gennaio 1935, Scopelliti era entrato in magistratura a 24 anni, lavorando prima a Roma e poi a Milano. Diventò prima procuratore generale della Corte d’Appello e poi sostituto procuratore generale in Cassazione, occupandosi dei più grandi misteri d’Italia: fu lui a rappresentare la pubblica accusa durante il primo Processo Moro, poi nel processo per la Strage di Piazza Fontana, per il sequestro dell’Achille Lauro e infine per quello sulla strage del Rapido 904. Nel 1991, poco prima di morire, stava preparando il rigetto dei ricorsi in Cassazione avanzati dagli avvocati di alcuni dei maggiori boss mafiosi condannati al Maxiprocesso contro Cosa Nostra. La mafia aveva provato a corromperlo più volte proponendogli fino a cinque miliardi lire, ma il giudice si era rivelato un uomo incorruttibile e difficile da intimidire.

L’omicidio di Scopelliti si inserì nella lunga e dolorosa stagione stragista che investì soprattutto le istituzioni, con un andamento che sembrava procedere dalla base ai vertici e viceversa, stroncando la vita di numerosi servitori dello Stato, tra cui lo stesso Falcone che non perde occasione nel suo intervento di sottolineare la forza e il valore simbolico di quel gesto omicida:

Ma se, mettendo da parte per un momento l’emozione e lo sdegno per la feroce eliminazione di un galantuomo, si riflette sul significato di questo ennesimo delitto di mafia, ci si accorge di una novità non da poco: per la prima volta è stato direttamente colpito il vertice della magistratura ordinaria, la suprema corte di Cassazione. Non è questa la sede per azzardare ipotesi, né si pretende di suggerire nulla agli investigatori; ma il dato di cui sopra è sicuramente di grande importanza e merita particolare attenzione. Non importa stabilire quale sia stata la causa scatenante dell’omicidio, ma è certo che è stato eliminato un magistrato chiave nella lotta alla mafia, uno dei più apprezzati collaboratori del procuratore generale della corte di Cassazione, addetto alla trattazione di gran parte dei più difficili ricorsi riguardanti la criminalità organizzata. Queste qualità della vittima, ignote al grande pubblico, erano ben conosciute invece dagli addetti ai lavori e, occorre sottolinearlo, anche dalla criminalità mafiosa. L’eliminazione di Scopelliti è avvenuta quando ormai la suprema corte di Cassazione era stata investita della trattazione del maxiprocesso alla mafia siciliana e ciò non può essere senza significato. Anche se, infatti, l’uccisione del magistrato non fosse stata direttamente collegata alla celebrazione del maxiprocesso davanti alla suprema corte, non ne avrebbe comunque potuto prescindere nel senso che non poteva non essere evidente che l’uccisione avrebbe influenzato pesantemente il clima dello svolgimento del maxiprocesso in quella sede. E se tale ovvia previsione non ha fatto desistere dal delitto, ciò significa che il gesto, anche se non direttamente ordinato da “Cosa Nostra”, alla stessa non era sgradito. Non si dimentichi, si ribadisce, che Antonino Scopelliti era un magistrato la cui uccisone avrebbe sicuramente determinato l’addensarsi di pesanti sospetti su “Cosa Nostra”, come in effetti è avvenuto. Si aggiunga che l’omicidio di Scopelliti è avvenuto in terra di Calabria, in una zona cioè dove finora non erano stati uccisi magistrati o funzionari impegnati nella lotta alle cosche. Ciò è stato correttamente interpretato come un preoccupante “salto di qualità” che non potrà non influenzare il futuro della lotta alle organizzazioni mafiose calabresi e che, già da adesso, suona come un grave segnale di pericolo per tutti coloro che in quelle terre sono impegnati in questa, finora impari, battaglia. Se così è e purtroppo ben pochi dubbi possono sussistere al riguardo le conseguenze sono veramente gravi. È difficilmente contestabile, infatti, che le organizzazioni mafiose (Cosa Nostra siciliana e ‘ndrangheta calabrese) probabilmente sono molto più collegate tra di loro di quanto si affermi ufficialmente e che le stesse non soltanto ben conoscono il funzionamento della macchina statale, ma non hanno esitazioni a colpire chicchessia, ove ne ritengano l’opportunità; e alla luce dell’esperienza fatta non si può certo dire che finora queste organizzazioni abbiano fatto passi falsi. Non sembri un caso che il maxiprocesso qualunque ne sia la valutazione che ognuno ritenga di darne in termini di efficacia nella lotta alla mafia sia stato scandito in tutte le sue fasi, a cominciare dalle investigazioni preliminari, da assassinii di magistrati e di investigatori con conseguente pesante e inevitabile condizionamento psichico per tutti coloro che per ragioni di ufficio se ne sono dovuti occupare. Adesso il maxiprocesso che gronda del sangue dei migliori magistrati e investigatori italiani è approdato all’ultima istanza del giudizio, la Cassazione, ed era stato affidato a chi, Antonino Scopelliti, già più volte, con serenità e coraggio, aveva espresso il punto di vista della pubblica accusa, in ultimo opponendosi alla scarcerazione per decorrenza dei termini degli imputati; scarcerazione poi concessa dalla suprema corte con conseguente intervento governativo per bloccare le erronee scarcerazioni. Non ci vuol molto a capire, allora, che, a parte le eventuali particolari causali dell’omicidio di Scopelliti, lo stesso sarebbe stato inevitabilmente recepito dagli addetti ai lavori come una intimidazione nei confronti della suprema corte e che se è stato tuttavia consumato, le organizzazioni mafiose non temono le eventuali reazioni dello Stato. Ognuno è in grado di comprendere, dunque, qual è il grado di pericolosità raggiunto dalle organizzazioni mafiose. L’opinione pubblica, nel periodo del terrorismo, ha cominciato a rendersi conto della sua pericolosità con l’inizio degli attentati contro persone che, sconosciute ai più, rivestivano in realtà grande importanza nei meccanismi produttivi del Paese (vedi, ad esempio, l’omicidio di Carlo Ghiglieno a Torino). Probabilmente stiamo attraversando adesso, nel campo della criminalità organizzata, una fase analoga.

La lucida analisi di Falcone lascia poco spazio all’immaginazione sul potere che la mafia siciliana e la ‘ndrangheta hanno sui rispettivi territori; potere che si è palesato con gesti di estrema violenza soprattutto verso lo Stato (qui rappresentato dai magistrati), che – si augura Falcone – deve dimostrare, nel concreto, la sua presenza e la sua volontà di sconfiggere il fenomeno mafioso:

Si spera che l’ultimo infame assassinio faccia comprendere quanto grande sia la pericolosità criminale delle organizzazioni mafiose e che se ne traggano le conseguenze. Al riguardo, nel rilevare che attualmente è tutto un fiorire di ricette per battere la criminalità organizzata, ci si permette di suggerire che, ferma l’opportunità di scegliere moduli organizzativi adeguati, è giunto ormai il tempo di verificare sul campo la bontà degli stessi e, nel concreto, l’effettivo impegno antimafia del governo.

[1] Tutte le citazioni qui riportate sono tratte dall’intervento di Giovanni Falcone su “La Stampa” del 17 agosto 1991.

© Riproduzione riservata

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