
Di Cristina Casella
Il 2 Agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna si consumò uno degli atti terroristici più drammatici della storia italiana. L’ultimo di una lunga serie, in un Paese da tempo stretto nella morsa dell’angoscia. Quella mattina di piena estate, la sala d’aspetto per i passeggeri di seconda classe era molto affollata: c’era chi tornava dalle vacanze e chi, invece, stava per mettersi in viaggio. Nessuno sapeva che da lì a pochi istanti un ordigno sarebbe esploso seminando morte e devastazione. L’esplosivo, una miscela di tritolo e T4, era stato sistemato all’interno di una valigetta abbandonata su un tavolino portabagagli. La sua collocazione, esattamente sotto a un muro portante dell’ala ovest, non fu di certo casuale.
A seguito dello scoppio, infatti, l’onda d’urto investì anche il treno Ancona-Chiasso (in sosta sul primo binario), distruggendo ben 30 metri di pensilina e l’intero parcheggio dei taxi dinanzi l’edificio. Gravissimo il bilancio: 85 morti e 200 feriti, tra cui molti mutilati. La macchina dei soccorsi si mise in moto subito. I viaggiatori presenti, assieme alla gente del posto, prestarono i primi aiuti a chi era rimasto sepolto dalle macerie. I feriti non si contavano, tanto che – oltre alle ambulanze – vennero utilizzati addirittura mezzi privati per trasportarli negli ospedali della città. Ad un certo punto, considerata la drammaticità della situazione, si pensò di coinvolgere anche il trasporto pubblico per organizzare la rotta verso i nosocomi. Emblematico il caso dell’autobus di linea numero 37, divenuto il simbolo di quella strage. Inoltre, gran parte del personale ospedaliero – costituito da medici ed infermieri – rientrò frettolosamente dalle ferie. In quel momento c’era un grande bisogno di assistenza.
Le prime indagini della polizia individuarono la causa dell’esplosione nel malfunzionamento di una caldaia, probabilmente situata nei sotterranei della stazione. Fu quella, dunque, la posizione ufficiale assunta dal Governo italiano. Col passare dei giorni, però, grazie ai vari apporti testimoniali, ci si rese conto della natura dolosa della deflagrazione. La pista da seguire conduceva al terrorismo nero. Vi furono alcune presunte rivendicazioni da parte dei NAR, in seguito anche dalle Brigate Rosse. Venti giorni dopo la strage, la Procura della Repubblica di Bologna emise ventotto ordini di cattura, tutti indirizzati a militanti delle frange di estrema destra.
In questa terribile vicenda non sono mancati i tentativi di depistaggio, tra cui quello ordito da Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, personaggi ai vertici dei Servizi Segreti del SISMI. I due, servendosi di un sottufficiale dei carabinieri, fecero porre una valigia piena di esplosivo su di un treno, a Bologna. Il materiale rinvenuto era identico a quello utilizzato per far esplodere la stazione. All’interno della valigia, tra l’altro, vennero trovati anche degli oggetti appartenenti a due estremisti di destra.
È chiara, dunque, la complessità dell’intero accadimento. La verità, con molta probabilità, fatica ancora a farsi strada. Tra i misteri dell’esplosione, infatti, troviamo la storia di Maria Fresu, giovane madre di origini sarde. La mattina del 2 agosto, la donna si trovava in stazione assieme alla figlia di 3 anni e ad altre due amiche, proprio nella sala d’attesa. Dovevano andare in vacanza e stavano aspettando il loro treno. La detonazione dell’ordigno uccise sul colpo la Fresu e la sua piccola, stessa sorte per una delle due amiche. Se ne salvò soltanto una, Sonia Ancillotti.

Tutti i corpi delle 84 vittime furono rinvenuti, o almeno parti di essi. Di Maria, però, il nulla assoluto. Nessun resto conservato nell’obitorio dell’ospedale di Bologna fu riconducibile a lei. La giovane donna si polverizzò, letteralmente.
Possibile? No, a quanto pare. Tutti i corpi delle persone più vicine a dove era stato piazzato l’ordigno furono ritrovati. Magari in condizioni indescrivibili o non intatti, ma effettivamente tangibili. I periti dell’epoca attribuirono alla Fresu un lembo di pelle scaraventato in prossimità dei binari. Quella fu l’unica parte che si preservò. A seguito di alcune analisi, però, si scoprì che il gruppo sanguigno di quel resto non corrispondeva a quello della donna.
Ed è qui che venne tirata in ballo la teoria della Secrezione paradossa. Tale assunto, difatti, afferma che i liquidi biologici rilasciati dal nostro organismo possono avere caratteristiche molto diverse dal gruppo sanguigno di appartenenza. Una tesi, questa, ampiamente superata per la scienza di oggi. E, dunque, insostenibile.
Alla domanda su che fine abbia fatto la giovane madre quindi, non si può ancora rispondere. L’unica certezza è l’assoluta estraneità della donna da ogni tipo di coinvolgimento fattuale. Dopo 36 anni, i parenti della vittima con continuano a vacillare tra mille interrogativi, alla ricerca di una giustizia sociale troppo spesso volutamente insabbiata.


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