Per quattro anni ha rivendicato ogni singola operazione criminale andata in scena tra Milano e la Sicilia. Dopo vent’anni di silenzio la Falange Armata, oscura sigla legata alle stragi più oscure di questo Paese, è tornata mettendo in allarme gli inquirenti con una lettera.
Il destinatario di quest’ultima è Totò Riina, che per otto mesi ha condiviso l’ora di socialità con Alberto Lorusso, lasciandosi sfuggire minacce e retroscena inediti sulle stragi mafiose, mentre le telecamere piazzate nel carcere di Opera registravano tutto.
Oltre agli inquirenti, una terza entità era al corrente delle lunghe chiacchierate tra il capo dei capi ed il boss pugliese.
Chiudi quella maledetta bocca – è scritto nella lettera indirizzata a Riina e mai pervenuta al boss – ricorda che i tuoi familiari sono liberi. Per il resto ci pensiamo noi”.
Firmato: Falange Armata.
Un messaggio inquietante, scritto con un lessico militare, lo stesso delle lettere anonime arrivate nei mesi scorsi alla Procura di Palermo, per segnalare la preparazione di attentati contro il pm Nino Di Matteo.
La missiva arrivata a Riina suscita almeno due domande:
- Chi c’è dietro quella sigla?
- Come faceva l’anonimo mittente a conoscere le esternazioni di Riina, detenuto in regime di 41 bis?
Se lo chiedono Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e Vittorio Teresi, i pm della procura di Palermo che, indagando sulla Trattativa Stato-Mafia, si sono già imbattuti nella Falange.
Questa aveva iniziato ad evocare terrore fin dal 27 Ottobre del 1990 con la rivendicazione dell’omicidio di Umberto Mormile, educatore carcerario proprio all’interno del penitenziario milanese di Opera. I primi messaggi di rivendicazione erano firmati Falange Armata Carceraria e contenevano spesso minacce contro i direttori dei penitenziari e gli educatori carcerari.
In seguito però qualcosa cambia e la Falange inizia a seguire la scia di sangue lasciata dalla banda della Uno Bianca. “Il terrorismo non è morto, vi faremo sapere poi chi siamo” dice una voce sconosciuta al centralino dell’Ansa di Bologna il 5 gennaio del 1991, annunciando la rivendicazione della strage del Pilastro: tre carabinieri trucidati nell’omonimo quartiere bolognese dalla banda dei fratelli Savi.
Finita l’epopea della banda della Uno Bianca, i falangisti cambiano di nuovo, compaiono a Enna dove, nel dicembre del 1991, sono riuniti i principali boss di Cosa Nostra. La sentenza definitiva del maxi Processo è all’orizzonte, le coperture politiche sono saltate, ed è a quel punto che Riina decide di dichiarare guerra allo Stato.
Chi è che ordina ai mafiosi di rivendicare gli omicidi, utilizzando quella sigla finora comparsa soltanto a nord di Roma?
Se lo chiedono gli inquirenti, notando come ad un certo punto le operazioni di Cosa Nostra e quelle della Falange sembrano riunite dallo stesso destino. Da quel momento non c’è omicidio mafioso che non venga prontamente rivendicato dai Falangisti: l’assassinio di Salvo Lima, quello di Giuliano Guazzelli, la strage di Capaci. Un’altra lunga scia di sangue che porta sotto traccia le impronte digitali di quella organizzazione che probabilmente non è mai esistita: Falange Armata.
I giornalisti Paolo Volterra e Massimiliano Giannantoni, nel libro L’Operazione criminale che ha terrorizzato l’Italia, provano a seguire le tracce lasciate dalla Falange. Risalgono fino al 1990, quando per la prima volta diventa di pubblico dominio l’esistenza di Gladio. E proprio da lì che probabilmente ha origine tutto, dalla famosa e ancora oggi sconosciuta VII divisione del Sismi, proprio quella dietro cui si sarebbero nascosti i gladiatori. La VII divisione del Sismi però cela anche altro: è da lì, per esempio, che provengono gli Ossi (Operatori Speciali Servizio Italiano), che un documento riservato del Sismi definisce come “personale specificatamente addestrato per svolgere in territorio ostile e in qualsiasi ambiente, attività di carattere tecnico e operativo connesse con la condotta della guerra non ortodossa”. Un gruppo di agenti segreti super addestrati, con competenze particolarmente raffinate nell’ambito degli esplosivi, delle comunicazioni e nelle azioni di Intelligence.
Personaggio chiave di questa storia è l’ambasciatore Francesco Paolo Fulci, segretario generale del Cesis tra il maggio del 1991 e l’aprile del 1993. Il nome di Fulci è contenuto nella lista dei testimoni chiamati dall’accusa al processo sulla Trattativa. Era stato proprio Fulci il primo ad avere dei dubbi sulle operazioni svolte da alcuni agenti della VII divisione del Sismi. L’ambasciatore ha addirittura stilato una lista di quindici nomi che per lui avrebbero potuto avere un ruolo nelle operazioni della Falange Armata.
L’oscura sigla che evoca terrore e che adesso è tornata, proprio mentre si cerca di riscrivere la storia di vent’anni fa.

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