Di Andrea Manno
Forse detta così può sembrare una tesi un po’ esagerata, e in effetti probabilmente lo è. Tuttavia niente può dissuadermi dalla convinzione che il linguaggio può avere una potenza e un’influenza molto forte sulle idee delle persone, di conseguenza anche sulle loro azioni. Mi riferisco nello specifico ad una tematica di scottante attualità: il femminicidio.
L’uccisione di una donna da parte di un uomo, espressione ultima ed estrema della prevaricazione del cosiddetto “sesso forte” sul cosiddetto “sesso debole”, evento tautologico che in qualche modo ad altro non serve che a dimostrare e confermare la legittimità dell’esercizio di un potere su un altro essere vivente in virtù di una propria supposta superiorità naturale.
Ma al giorno d’oggi la violenza di genere, in particolare quella che si palesa attraverso l’atto definitivo dell’omicidio, credo abbia in qualche modo cambiato significato rispetto al passato: se ieri era evidenza del dominio del sesso maschile su quello femminile, oggi sembra invece evidenza del contrario; questo dominio sta finendo, ma i maschi cercano quasi inconsapevolmente di ripristinarlo attraverso questi atti estremi. Essi sono dunque sintomo della profonda insicurezza che il ruolo maschile vive al giorno d’oggi. Gli uomini non riescono tutt’ora, dopo quasi cinquant’anni dalle rivoluzioni degli anni ’70 che hanno messo in crisi alcune dinamiche di genere fino ad allora cristallizzate, a trovare una loro definizione, una loro identità, di fronte al cambiamento di ruolo che le donne hanno portato e stanno legittimamente portando avanti con fatica ancora oggi. E si aggrappano allora ai vecchi modelli, ma in maniera disperata e irrazionale.
Ma in questo, anche se lungi da me in qualsiasi modo giustificare il comportamento dei singoli, la società nelle sue strutture di potere non aiuta certo a risolvere la questione. La stessa società che per secoli si è retta sul patriarcato e sul maschilismo dichiarati, oggi fa resistenza a fare a meno di questi due strumenti di oppressione. Essa infatti, nonostante gli espliciti ed ufficiali proclami di parità tra i sessi, nasconde (a volte tra l’altro solo agli occhi di chi non vuol vedere) ancora una miriade di impliciti e intrinseci strumenti di oppressione di genere; tra questi si trova sicuramente anche il linguaggio.
In che senso? Mi spiego.
Nella prima metà del Novecento due antropologi e linguisti americani, E. Sapir e B. Whorf, hanno enunciato il principio di relatività linguistica, detta anche ipotesi di Sapir-Whorf. Questo principio, molto in generale, ipotizza che la lingua e la ‘grammatica’ abbiano in qualche modo la capacità e il potere di plasmare il pensiero.
“Se vabbè! Esagerato!” si dirà; e in effetti la reazione della comunità scientifica non è stata molto diversa dall’impressione che questa affermazione può suscitare nei non addetti ai lavori: la versione forte di questo principio, ovvero il determinismo linguistico, è stata infatti ritenuta poco sostenibile a livello empirico; essa ridurrebbe i modelli di pensiero e cultura ai modelli grammaticali delle lingue. Per fare un esempio, usare due pronomi diversi per uomini e donne, potrebbe portare a concepire i due generi come radicalmente diversi; al contrario l’uso di un solo pronome potrebbe favorire una percezione di uguaglianza tra i sessi. Tuttavia nella realtà questo non è stato riscontrato in tutti i casi, e inoltre le persone bilingue, che conoscono due sistemi grammaticali differenti, e quindi dovrebbero avere due modelli di pensiero differenti conviventi, non sono schizofrenici.
Anche altre critiche sono state mosse a questa versione forte del principio di relatività linguistica, tanto che alcuni ricercatori e alcune ricercatrici hanno pensato ad una versione debole dello stesso principio: essa sostiene che il sistema grammaticale di una lingua non determinerebbe un certo ordine sociale, ma ne faciliterebbe comunque l’accettazione. Rimanendo sul precedente esempio, la distinzione grammaticale di genere, non determinerebbe quindi un ordine caratterizzato dalla supremazia maschile, ma faciliterebbe in qualche modo l’accettazione di differenze e disparità sostanziali tra i ruoli di uomo e donna. Perché allora anche tra chi parla lingue in cui è presente grammaticalmente la distinzione di genere, si trovano sostenitori e sostenitrici sincer* del principio di uguaglianza fra i sessi?
Probabilmente ipotesi come questa potranno difficilmente ricevere una piena conferma empirica, in quanto sono talmente tante le componenti che possono sottostare ad un modello di pensiero, che isolarne solo una non ha tanto senso. Tuttavia riflettere sul fatto che qualche elemento possa in qualche modo intervenire nell’influenzarlo è un’altra cosa.
Gli stessi Sapir e Whorf non erano sostenitori del determinismo linguistico. Essi credevano che l’importanza della lingua consistesse nel dirigere l’attenzione su certi aspetti dell’esperienza più che su altri, e che fosse molto difficile a volte separare del tutto la realtà oggettiva dai simboli linguistici con la quale la si indicano. Se la lingua distingue tra maschile e femminile insomma, è più facile che questa distinzione possa presentarsi a noi come oggettiva e naturale anche a livello sociale, oltre che a livello biologico.
Tale problematica, con conseguente dibattito, è stata sollevata a suo tempo partendo da una critica della lingua inglese, in cui per alcuni termini esiste il neutro, mentre per altri no. Nel nostro idioma, a mio modo di vedere le cose, la problematica si estremizza. Se infatti si può in qualche modo anche giustificare la distinzione grammaticale tra maschile e femminile vista la marcata differenza fenotipica tra i due sessi, non credo si possa fare lo stesso in un altro caso specifico, laddove alla mancanza di termini neutri, si supplisce soppiantando il termine femminile con quello maschile; quindi non vi è solo una differenza, ma una disparità.
Anche non accettando il determinismo linguistico di cui sopra, e seguendo invece la posizione più moderata di Sapir e Whorf, questo sembra un chiaro esempio di ciò cui si accennava prima, ovvero un direzionamento dell’attenzione su un certo aspetto dell’esperienza sociale, in questo caso una maggiore importanza del maschile rispetto al femminile. Secondo me, considerando gli studi di cui si è parlato, questa semplice scelta grammaticale è di una potenza spaventosa.
Si provi ad esempio a risolvere questo indovinello: un bambino e il padre fanno un incidente in macchina; il padre rimane ucciso, mentre il bambino viene portato d’urgenza in sala operatoria. Alla vista del paziente però il chirurgo esclama: “Non posso operarlo! E’ mio figlio!”. Com’è possibile?
Dopo un po’ ci si arriva, soprattutto alla luce del discorso che qui si sta affrontando. Ma non conosco una persona che ci sia arrivata immediatamente. E questo fa riflettere.
Gli effetti di una scelta grammaticale di questo tipo può essere forse più chiara se analizzata alla luce del discorso di Berger e Luckman (“La realtà come costruzione sociale” 1966) sui processi di socializzazione primaria e di reificazione della realtà: nel loro bellissimo libro gli autori illustrano magistralmente come alcune idee e alcuni concetti, prodotti del pensiero umano, possano invece essere percepiti come prodotti della natura; la peculiare modalità di sviluppo dell’essere umano, che nasce prima di aver terminato alcuni processi evolutivi importanti, anche celebrali, lo espone alle caratteristiche dell’ordine sociale e dell’ordine naturale nello stesso fondamentale momento di sviluppo. E’ facile, anzi quasi scontato, che i due ordini di realtà si possano confondere nella sua percezione, ed è molto probabile che alcune forme del linguaggio, principale strumento di socializzazione delle nuove generazioni, possano arrivare a configurare nella sua mente le forme della realtà.
Tornando dunque alla crisi del genere maschile nei confronti del cambiamento di ruolo della donna all’interno della società, a me sembra abbastanza chiaro come ci sia il rischio di produrre un effetto di dissonanza cognitiva nel momento in cui si viene sottoposti a messaggi espliciti di parità fra i sessi, ma allo stesso tempo la formazione del pensiero attraverso il linguaggio tende a disconfermare questa parità.
Come accennavo in precedenza non intendo assolutamente sostenere che questa particolarità linguistica sia la causa di tante efferate tragedie in cui vengono uccise delle donne, né che questo sia l’unico fattore contraddittorio che agisce all’interno della società riguardo la parità/disparità dei sessi. Il titolo dell’articolo vuole essere solo provocatorio. Credo però che, vista l’importanza che il linguaggio assume nella vita e nello sviluppo degli esseri umani, sia necessario porre molta attenzione rispetto all’influenza che esso può avere sulla formazione del pensiero delle persone, perché è questo che poi porta all’azione.
Ed è anche per questo motivo che, nonostante io stesso ammetta che possa essere una scelta che appesantisce parecchio la lettura e la scrittura di un testo, in tutti i miei articoli cercherò sempre di non sopprimere il genere femminile dei termini usati con quello maschile, usando l’espediente dell’asterisco o simili. Mi scuso con i lettori e le lettrici per questo disagio, ma credo che sia una scomodità che possa essere tollerata alla luce del discorso prodotto in quest’articolo.


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