
Rocco Chinnici nasce a Misilmeri il 19 Gennaio 1925 e, dopo la maturità classica ottenuta nel 1943, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza a Palermo. Nel 1952 entra in Magistratura, prima presso il Tribunale di Trapani, poi a Partanna, dove rimane pretore per 12 anni. Nel maggio del ’66 viene mandato a Palermo, presso l’Ufficio Istruzione del Tribunale, come giudice istruttore.
La Palermo nella quale arriva è una città in guerra. Il 25 settembre dello stesso anno, assieme al Maresciallo di pubblica sicurezza Mancuso, viene ammazzato a colpi di pistola Cesare Terranova, il giudice del quale Chinnici prende il posto. Il 6 Gennaio 1980 Piersanti Mattarella, fratello dell’attuale presidente della Repubblica Sergio, viene crivellato di colpi in via della Libertà.
Il 20 Aprile 1982 avviene un altro delitto eccellente, quello di Pio La Torre, che per anni si è battuto contro la mafia e contro i legami tra cosche e politica. Il 3 settembre ammazzano Carlo Alberto Dalla Chiesa, il Generale dei carabinieri che aveva sconfitto il terrorismo ed era stato paracadutato nel capoluogo siciliano neanche 4 mesi prima. Il 13 Giugno 1983, la mafia fredda Mario D’Aleo, Capitano dei carabinieri che aveva sostituito Basile. Quando Chinnici diventa capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale, nel 1979, la città è ostaggio dalla seconda guerra di mafia con cui i Corleonesi si impongono con il sangue sulla fazione guidata da Stefano Bontate, figlio del capo della cosca di Santa Maria di Gesù, e Gaetano Badalamenti, capo della cosca di Cinisi. All’epoca il mercato della droga costituisce senza dubbio lo strumento di potere e guadagno più importante. Nella sola Palermo il fatturato relativo alla vendita degli stupefacenti è di 400 milioni al giorno, a Roma e a Milano arriva addirittura a 3 o 4 miliardi delle vecchie lire.
Chinnici capisce a cosa sta andando incontro e, dopo gli omicidi del Capitano dei carabinieri Emanuele Basile e del Procuratore Gaetano Costa, suo grande amico, crea l’arma più efficace per combattere Cosa Nostra: il Pool Antimafia. Per la prima volta, c’è una squadra di giovani Istruttori concentrati solo sul contrasto al fenomeno mafioso. È il Pool Antimafia – embrione delle Direzioni Distrettuali Antimafia presenti oggi in tutte le procure – ideato dal Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, che ne assume la guida.
È proprio lui a chiamare accanto a sé giudici come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; per primo avvia le indagini e adotta le misure di prevenzione patrimoniali, strumento fondamentale di contrasto alle mafie. All’interno del Pool più magistrati si occupano della medesima indagine, consentendo di distribuire il carico di lavoro su più persone, che nel corso del tempo hanno maturato grande esperienza nella lotta alla criminalità organizzata. Chinnici è stato un antesignano nel cogliere l’importanza del coinvolgimento sociale, impegnandosi con incontri e dibattiti finalizzati a sensibilizzare l’opinione pubblica e le Istituzioni sui temi della lotta alla mafia, coinvolgendo in particolare i giovani.
Al magistrato si deve l’aver intuito, in tutta la loro pericolosità, le connessioni della mafia con alta finanza, politica e imprenditoria, e l’aver promosso inedite strategie investigative, fondate sulla collaborazione fra i magistrati che svolgono indagini sul fenomeno mafioso. Ed è proprio grazie a questo gruppo di magistrati, coraggiosi ed esperti nella lotta alla criminalità organizzata, che viene inferto il colpo più duro che la mafia siciliana ricordi: 460 imputati, 200 avvocati difensori, quasi 6 anni di lavoro conclusi con 19 ergastoli e pene per un totale di 2.665 anni di reclusione.

Chinnici ottiene importantissimi risultati, in particolare nella lotta al traffico di stupefacenti. L’FBI americana in quegli anni parla della procura di Palermo come di un “centro nevralgico della battaglia contro la droga”. Il giudice, inoltre, partecipa a molti congressi e convegni poiché convinto che i giovani siano fondamentali nella lotta alla mafia. In una delle sue ultime interviste, Chinnici dichiara:
La cosa peggiore che possa accadere è essere ucciso. Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. Spero che, se dovesse accadere, non succeda nulla agli uomini della mia scorta. Per un magistrato come me, è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose. Ma questo non impedisce né a me né agli altri giudici di continuare a lavorare.
La morte arriva il 29 Luglio 1983. Il sole illumina le strade, la città si sta lentamente risvegliando. Via Federico Pipitone è una strada tranquilla. Pochi minuti dopo le otto, il magistrato Rocco Chinnici si affaccia all’ingresso dello stabile. Saluta il portiere, Stefano Li Sacchi, e comincia ad attraversare la strada. Al centro, ad aspettarlo, ci sono la sua scorta e l’Alfetta blindata, pronta a partire per raggiungere il palazzo di giustizia. Ma c’è anche una Fiat 127 parcheggiata proprio davanti all’abitazione. Non troppo distante, un commando di killer della mafia, del quale fa parte Pino Greco, detto “Scarpuzzedda” . È un gruppo di sicari di Cosa nostra che ha già ammazzato il segretario regionale del Partito Comunista italiano, Pio La Torre, e il Prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa. Ora si appresta a compiere il suo terzo delitto eccellente. Viene premuto il pulsante del telecomando che aziona la carica esplosiva: in un attimo via Pipitone si trasforma in un teatro di guerra. La deflagrazione solleva l’asfalto, squassa le facciate dei palazzi e fa ripiombare sulla strada un fiume di detriti. In quell’inferno giacciono i cadaveri di Chinnici, del maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, dell’appuntato Salvatore Bartolotta e del portiere dello stabile Li Sacchi. Giovanni Paparcuri, l’autista del giudice, è l’unico a salvarsi. I feriti sono invece diciassette.
Perché Rocco Chinnici dava tanto fastidio? Paolo Borsellino parla di lui come di una grande mente che già alla fine degli anni ’70, quando ancora le conoscenze sul fenomeno mafioso erano molto lacunose, era riuscito a intuire prima di tutti cosa fosse Cosa nostra e con chi faceva affari. Le dimensioni gigantesche dell’organizzazione, la sua estrema pericolosità, gli ingentissimi capitali gestiti, i collegamenti con le organizzazioni d’oltreoceano e con quelle similari di altre regioni d’Italia, le peculiarità del rapporto mafia-politica, la droga ed i suoi effetti devastanti, l’inadeguatezza della legislazione: c’è già tutto nelle indagini di Chinnici.
Il magistrato può essere considerato per molti aspetti il precursore della lotta alla mafia, in seguito portata avanti dal Pool e da Falcone e Borsellino. È stato tra i primi a capire che bisognava cercare tutte le interconnessioni tra i grandi delitti compiuti dalla mafia per studiare unitariamente l’intero fenomeno mafioso. Molti sono stati gli uomini e le donne che hanno raccolto la sua pesante eredità, ma puntualmente sono stati ostacolati, isolati, screditati e, quando questo non bastava, uccisi. Grazie al coraggio di questi professionisti, sono state raggiunte diverse vittorie e alcune verità sono finalmente emerse, ma certamente è mancato quell’intervento determinante dello Stato di cui parlava il giudice.
Chi ha voluto dunque la sua morte? Nel mirino investigativo del giudice erano finiti i cugini Salvo, all’epoca i veri padroni della Sicilia imprenditoriale. Nino Di Matteo, che nel 1996 si è occupato a Caltanissetta dell’indagine sull’attentato a Chinnici, nel libro “Collusi” scrive:
Le parole di Brusca (collaboratore di giustizia che parlò del coinvolgimento dei Salvo nell’attentato) e i numerosi riscontri emersi nel processo non lasciano spazio a interpretazioni: questa volta, Cosa nostra aveva agito su input di altri. A dare il via era stato un vero e proprio potentato economico-politico, costituito da soggetti la cui autorevolezza criminale derivava dall’inserimento in un circuito esterno all’organizzazione mafiosa.
I cugini Salvo avevano potuto chiedere e ottenere un omicidio eccellente di quel tipo, proprio perché rappresentavano lo snodo più importante di contatto e penetrazione del potere politico nazionale.
I processi per il delitto Chinnici sono stati numerosi e come sempre l’iter giudiziario è stato assai lungo e complesso. Soltanto il 24 Giugno 2002 la Corte d’Appello di Caltanissetta ha confermato 16 condanne (12 ergastoli e quattro condanne a 18 anni di reclusione) per alcuni fra i più importanti affiliati di Cosa nostra. La sentenza ha dato ragione alla tesi dell’accusa, secondo cui l’omicidio di Rocco Chinnici è stato chiesto dagli “esattori” Nino e Ignazio Salvo (entrambi deceduti, il primo per malattia, il secondo ucciso nel 1992).
Nel 1985 è stato istituito il Premio Chinnici, per le attività di studio e ricerca contro il fenomeno mafioso e di educazione alla legalità. Il ricordo dell’appassionato impegno, umano e professionale, del magistrato nel difendere le Istituzioni e i cittadini dalla violenza e dalle vessazioni della criminalità organizzata resta indelebile nella memoria di tutti e rappresenta un prezioso e costante stimolo per la crescita della coscienza civile e della fiducia nello stato di diritto.

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