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L’Omicidio di JonBenét Ramsey, la Barbie Americana

4 Settembre 2019 da Webmaster Lascia un commento

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Di Patrizia Oliverio e Gianfrancesco Coppo

JonBenet Patricia Ramsey è una bellissima bambina, figlia di John Bennet e Patricia Ann Ramsey, che le danno un nome composto dai loro due. Conduce una brevissima e intensa vita, divisa tra la scuola elementare High Peaks Elementary School e la Chiesa Episcopale St. John di Boulder in Colorado, dove si trasferisce con la famiglia nove mesi dopo la sua nascita.

I signori Ramsey sembrano due genitori modello, due validi membri della comunità in cui vivono, ma in realtà sono due genitori che usano la propria bimba per acquisire un prestigio sociale che desiderano a qualunque costo. L’ultimo concorso di bellezza al quale la bambina partecipa risale al 22 dicembre 1996, tre giorni prima della sua morte. La piccola viene ritrovata nella cantina di casa, quasi otto ore dopo la denuncia di scomparsa. Sul corpo ci sono fratture e segni di molestie sessuali, la bimba è stata colpita alla testa e poi strangolata.

La sera di Natale del 1996 la famiglia Ramsey torna a casa verso le 22:00, i bambini vengono messi a letto mentre i genitori preparano i bagagli in vista della partenza programmata per il giorno successivo. In seguito, alcuni vicini testimoniano di aver sentito l’urlo di un bambino la notte tra il 25 e il 26, ma i familiari dichiarano di non aver notato nulla di strano che suggerisse la presenza di un intruso in casa.

La madre dichiara di aver avuto certezza della sparizione della figlia solo la mattina del 26 dicembre quando, attorno alle 5:30, trova sulle scale di servizio che conducono alla cucina la lettera lasciata dai rapitori che chiedono il pagamento di 118mila dollari per il rilascio della bambina. In seguito viene accertato che i fogli della lettera provengono da un quaderno appartenente alla stessa madre e che la somma richiesta dai presunti rapitori ammonta all’esatto valore di un bonus che John Ramsey ha ricevuto quale gratifica natalizia dall’azienda di cui è presidente. La lettera conteneva il seguente testo:

Signor Ramsey, ascolti bene! Siamo un gruppo di persone che rappresentano una piccola fazione straniera. Rispettiamo il suo lavoro ma non la nazione per cui lo svolge. In questo momento abbiamo sua figlia in nostro possesso. È sana e salva e, se vuole che veda il 1997, deve seguire le nostre istruzioni alla lettera. Prelevi 118.000 $ dal suo conto. 100.000 devono essere in biglietti da 100 e gli altri 18.000 in biglietti da 20. Si assicuri di portare alla banca una valigetta di dimensioni adeguate. Quando torna a casa metta i soldi in una busta di carta marrone. La chiamerò domattina tra le 8 e le 10 per darle le istruzioni per la consegna. La consegna sarà faticosa per cui le consiglio di essere riposato. Se vediamo che preleva i soldi prima, la chiamerò presto per accordarci su una consegna anticipata e quindi una riconsegna anticipata di sua figlia. Ogni deviazione dalle mie istruzioni causerà l’immediata esecuzione di sua figlia. Non avrà nemmeno i suoi resti per il funerale. I due signori che la tengono in custodia non hanno una particolare simpatia per lei, per cui la avverto di non provocarli. Parlare a chiunque della sua situazione, come alla polizia, all’FBI ecc., avrà come risultato la decapitazione di sua figlia. Se la vediamo parlare anche con un cane, lei muore. Se avverte la banca, lei muore. Se i soldi sono in qualsiasi modo segnati o manomessi, lei muore. Può provare a imbrogliarci ma sappia che noi conosciamo molto bene le tattiche e le contromisure delle forze dell’ordine. Ha 99 possibilità su 100 di uccidere sua figlia se tenta di fregarci. Segua le nostre istruzioni e avrà il 100% di possibilità di riaverla indietro. Lei e la sua famiglia siete sotto controllo costante, così come le autorità. Non tentare di fare il furbo, John. Non sei l’unico ricco nei dintorni, per cui non pensare che per noi uccidere sia difficile. Non ci sottovalutare, John. Usa quel tuo buon senso del Sud. Adesso dipende da te John! Vittoria!

S.B.T.C

La lettera, molto lunga, è scritta a penna su due fogli strappati da un quaderno di proprietà della signora Ramsey, e il rapimento viene rivendicato da una “fazione straniera che rispetta il suo lavoro ma non il Paese per il quale lo svolge”, non precisata in nessun altro elemento. Patsy chiama la polizia 22 minuti dopo, all’interno dell’enorme abitazione non vengono rilevati segni di effrazione, o intrusione, e niente risulta rubato. Solamente a un anno di distanza viene reso noto che una finestra del seminterrato era stata rotta prima di Natale e non era stata aggiustata. Inoltre, alcune porte erano aperte. Non si comprende come mai particolari tanto rilevanti fossero stati omessi dalle indagini per così tanto tempo.

Il cadavere della piccola JonBenet viene ritrovato dal padre John nella cantina della loro villa. La bambina è avvolta nella sua coperta preferita e indossa mutandine e pantaloni del pigiama, una maglietta a maniche lunghe e una felpa. La piccola è stesa in posizione supina e ha le braccia sopra la testa. Con un pennarello rosso è stato disegnato un cuoricino sul suo palmo sinistro. La bocca è chiusa da nastro adesivo che, come rivelerà l’autopsia, è stato quasi sicuramente apposto post-mortem. Una corda di nylon lega il collo e i polsi, ma in maniera molto lenta. Sebbene la piccola avesse il collo stretto dalla corda, l’autopsia rivela che non era deceduta per strangolamento, ma era stata precedentemente colpita con un grosso oggetto che le aveva sfondato il cranio causandone la morte quasi istantanea.

L’autopsia, inoltre, appura che la piccola era stata vittima di ripetuti abusi sessuali. La notizia di quest’ultimo particolare, diffusa dalla stampa, scatena una bufera mediatica sui Ramsey, accusati di aver fatto della propria figlia, con l’esposizione di un’immagine sessualizzata e adultizzata, l’oggetto dei desideri dei pedofili e di averla esposta al pericolo, poi concretizzatosi, di essere molestata e uccisa. Tanti sono i dubbi che seguono l’omicidio, in particolare:

  • i tempi, dato che la vittima viene ritrovata ben 8 ore dopo la denuncia di scomparsa nella cantina di casa sua;
  • il notevole passaggio di persone sulla scena del crimine, prima che venga dichiarata tale, che sicuramente ha compromesso molte possibili prove, come quelle sul nastro adesivo e sulla corda.

I primi sospettati sono logicamente i genitori di JonBenet. Le lenzuola del letto della bambina sono bagnate e molti testimoni affermano che soffrisse di enuresi notturna, a causa del forte stress a cui la sottoponeva la madre obbligandola a partecipare ai concorsi di bellezza. Probabilmente la bambina soffriva di altri disagi derivanti dal fatto di essere trattata come un oggetto, con una vita a rincorrere delle mete che forse nemmeno condivideva. La madre viene accusata di essere affetta da una forte depressione, dovuta al tumore alle ovaie che la affligge dal 1993 e ai cicli di chemioterapia a cui si è dovuta sottoporre.

Lo stomaco della piccola vittima contiene ananas ingerito due ore prima del decesso, fatto inspiegabile dato che i Ramsey sostengono che fosse andata a dormire appena rientrati a casa e che durante la cena da alcuni amici non erano presenti piatti a base di ananas. Una ciotola con dell’ananas è però presente in cucina, come appare dalle fotografie scattate il giorno della tragedia. Sul cucchiaio nella ciotola vi sono le impronte di Burke Hamilton, che allora ha 9 anni, e di Patsy. Quest’ultima e John Bennet continuano a sostenere di non ricordare assolutamente di aver dato dell’ananas alla figlia e che il figlio ha continuato a dormire persino dopo l’arrivo della polizia.

Facile sospettare dei genitori date le diverse e discordanti versioni che continuano a riferire, senza togliere il fatto che erano intervenuti sul corpo della piccola inquinando le prove che avrebbero potuto chiarire meglio le circostanze della morte. La madre è sospettata di aver ucciso la figlia in un attacco di collera, dopo che la piccola aveva bagnato il letto. John, invece, viene sospettato di aver molestato la bambina per anni e poi di averla uccisa per nascondere le prove. Anche il figlio Burke, fratello di JonBenet, è sospettato di aver ucciso la sorellina per gelosia.

Anche da morta i genitori continuano a fare della loro figlia un caso mediatico e redditizio. Un particolare che fa sì che l’opinione pubblica si scagli contro la famiglia, ritenendola colpevole, è la loro freddezza durante interviste e apparizioni pubbliche. È soprattutto il fatto che a nessuno sembra importare di sapere la verità sull’omicidio di JonBenet. Ciò che sembra premere di più alla famiglia Ramsey è dimenticare la vicenda in fretta, risolvere le spinose questioni con la polizia e lasciar scivolare la morte di JonBenet nel passato. Nell’intervista rilasciata alla CNN, il 1° Gennaio 1997, Patsy Ramsey lancia il seguente appello:

C’è un assassino a piede libero, non so chi sia, non so se è un lui o una lei, ma vorrei dire ai miei amici che risiedono a Boulder di tenersi ben stretti i loro bambini.

La dichiarazione viene smentita il giorno dopo dal sindaco di Boulder, che afferma che la loro è una comunità sicura. Il 13 Ottobre 1999 il Grand Jury sostiene di avere sufficienti prove per muovere un’incriminazione, ma Alex Hunter, procuratore distrettuale di Boulder, non firma il mandato di arresto, secretando gli atti. Le prove sono talmente confuse che non si riesce a indicare con un minimo di certezza la persona, o le persone, sospettata di aver commesso l’omicidio.

Nel 2003 gli investigatori forensi riescono a prelevare un campione di sangue dalla biancheria intima di JonBenét. Viene così tracciato un profilo DNA conforme a un maschio caucasico, ma che non ha ancora fornito alcuna corrispondenza, non è possibile identificarlo perché i suoi dati non sono negli archivi ufficiali, quindi non è un parente della bimba e non è mai stato schedato.

La famiglia della piccola ha sempre creduto che ad ucciderla sia stato uno sconosciuto e, nel 2006, questa teoria sembra essere quella giusta. Un insegnante di 41 anni, John Mark Karr, viene arrestato in Thailandia dopo aver dichiarato di essere stato con JonBenet la notte in cui era morta. Inoltre, dichiara che amava la bambina e che la sua morte era stata del tutto accidentale.

Poco dopo la sua scioccante confessione, purtroppo si scopre che non è credibile. Karr dichiara di aver drogato la bambina, ma l’autopsia non aveva rilevato la presenza di alcuna droga nel suo organismo. Inoltre, l’insegnante non è in grado di spiegare come fosse entrato nella casa della famiglia Ramsey. E ancora, i risultati del test del DNA non lo associarono al crimine, di conseguenza l’uomo non fu incriminato. Il 9 Luglio 2008 cade ufficialmente ogni sospetto verso i Ramsey, già parzialmente scagionati nel 2003.

Su Netflix è disponibile Casting JonBenet, un film della documentarista australiana Kitty Green ispirato proprio a questo terribile caso di cronaca nera. Il documentario in questione ha ricevuto molti apprezzamenti perché girato con una tecnica particolare e molto lontana dai documentari del genere. Fra gli altri, il film è stato recensito molto positivamente dal The Guardian, che lo ha giudicato brillante e originale e non è riuscito a inquadrarlo in un unico genere, dato che contiene elementi crime, satirici e tragici e a tratti somiglia a un dramma di teatro dell’avanguardia.

Questo documentario sembra essere un’occasione per puntare i riflettori su una moda americana che tende a strumentalizzare le bambine in un modo discutibile, che può portare anche a pericolose conseguenze. L’Ipersessualizzazione avviene quando ci si trova di fronte a bambini che indossano abiti da adulti di taglie più piccole, vi è l’uso di trucco spesso applicato da professionisti, un’abbronzatura temporanea, parrucche ed extension, e l’assunzione di pose provocanti di certo più appropriate a modelle adulte.

Si potrebbe condannare il comportamento degli stessi genitori che permettono ai figli di mettersi in mostra in questo modo, spingendoli a partecipare a concorsi di bellezza riservati a bambini dall’età neonatale fino ai sedici anni. Anche la mamma di JonBenet, Patsy Paugh, era stata reginetta di bellezza, come Miss West Virginia nel 1977, confermando la teoria che spesso dietro ad una bambina in gara per un titolo simile si nasconde la repressione di una madre che avrebbe voluto realizzare il suo sogno alla sua età.

Fa paura vedere queste piccole caricature di una persona adulta mentre sfilano come animali ad una mostra canina o felina, ed è facile immaginare che le menti malate con propensioni alla pedofilia possano utilizzare questo mezzo per scegliere le proprie vittime, come potrebbe essere successo per la piccola JonBenet Ramsey.

La cosa più triste di tutta questa storia, oltre al fatto di non aver dato un nome all’assassino della bambina, è ciò che la memoria fotografica ci ha lasciato. JonBenet in queste foto dovrebbe avere la faccia sporca di cioccolata, dovrebbe mettersi le dita nel naso, essere spettinata e fare la linguaccia al fotografo. Dovrebbe essere una bambina, insomma: imprecisa, pasticciona, vivace, imperfetta, viva. Ma non c’è nulla di tutto questo in queste immagini. Non c’è vita. Non c’è armonia. Non c’è amore. C’è una bambina che non c’era già più, da molto tempo.

© Riproduzione riservata

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