
Corre l’anno 1971, quando all’improvviso scompaiono tre bambine di 11, 9 e 7 anni. Dopo alcuni giorni Antonella, Virginia e Ninfa vengono trovate morte in un pozzo profondo trenta metri, in una campagna abbandonata. Una soffocata, le altre due morte per atroci stenti.
Lo zio, Michele Vinci, diventa protagonista delle indagini, rilascia dichiarazioni, svia le ricerche e poi segue la bara in prima fila. Alle operazioni di ricerca nelle campagne partecipano 1500 persone, 250 soldati, poliziotti e carabinieri. Arrivano volontari da tutta Italia e dall’estero.
I corpi delle bambine vengono trovati 19 giorni dopo. Le indagini cominciano a stringersi intorno alla famiglia. Tracce, sospetti, chiacchiere, contraddizioni, lunghi interrogatori.
Vinci decide di autoaccusarsi:
Sono io il mostro!

Perché le ha uccise?
Non le volevo uccidere, ho detto solo di saltare dentro, l’erba avrebbe attutito la caduta.
Durante l’inchiesta spunta il nome di Franco Nania, fratello del proprietario della fabbrica dove lavora il Vinci. Sarebbe stato innamorato della mamma di Antonella, che però avrebbe sempre respinto le sue avances. Per questo, avrebbe chiesto al dipendente di attuare la spaventosa vendetta.
Altre piste portano a Cosa Nostra, ad una storia di sequestri nella zona, ai famigerati esattori Nino e Ignazio Salvo. Sul nastro adesivo che chiudeva la piccola bocca di Antonella, vengono ritrovati i capelli di una donna.
Vinci continua a sostenere di avere agito da solo. Nel 1975, viene condannato al carcere a vita, la Cassazione conferma l’ergastolo. Dal 2002, vive libero in provincia di Viterbo. Non ha ancora raccontato tutta la verità.







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