
In Toscana i delitti rimasti irrisolti non sono pochi. Ovviamente la memoria va subito agli omicidi del Mostro di Firenze, ma ce n’è uno altrettanto misterioso ed efferato: quello del Conte Alvise di Robilant.
Impeccabile nel vestire, perfetto gentleman dallo stile inglese, Alvise nasce a Bologna il 19 Febbraio 1925. Imparentato con famiglie nobili di mezza Europa, bello e affascinante, divorziato e padre di tre figli, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta è stato Direttore di Sotheby’s, la famosa casa d’aste inglese con sede anche a Firenze. Dopo aver lasciato Sotheby’s, continua ad occuparsi di valutazione e mediazione nella compravendita di oggetti d’arte e antiquariato. Nonostante l’età è un uomo spumeggiante: fa sport ed ha una personal trainer che si occupa di mantenerlo in forma, studia il russo, scrive libri sulla storia della sua famiglia e suona il piano ogni sera.
La morte arriva all’improvviso, all’età di 72 anni. Il corpo del Conte viene ritrovato nella sua casa, a terra, con il cranio fracassato e una singolare traccia lasciata dall’assassino: un quadro di San Girolamo, rabbiosamente sfregiato. L’autopsia stabilisce le modalità con cui è stato compiuto il massacro: i colpi sferrati dall’alto in basso, i primi alla fronte e gli ultimi alla nuca, non hanno lasciato alla vittima neanche il tempo di difendersi. In seguito il corpo è stato coperto, segno che dopo la furia omicida l’assassino si è reso conto della brutalità del gesto commesso.
Grazie ai rilievi effettuati sulla scena del crimine, si scopre che la porta di casa non presenta segni di scasso, quindi è probabile che sia stata proprio la vittima ad aprire al suo assassino. La stanza è in disordine, c’è del sangue sulle pareti, il letto è disfatto e sul tavolo della cucina c’è una bottiglia di spumante ancora chiusa. Oltre al quadro sfregiato, che si trova sopra il letto, viene rinvenuto il computer con il vetro dello schermo rotto. La polizia arriva alla conclusione che il disordine rappresenti una messa in scena, con la quale l’assassino è stato molto attento a cancellare le tracce della sua presenza.
L’omicidio di Alvise Di Robilant presenta tutte le caratteristiche di un romanzo nato dalla penna di un grande giallista: il delitto ha come sfondo una delle più belle città d’arte d’Italia, Firenze; come teatro, l’antico Palazzo Rucellai, ricco di storia; e in ultimo, come protagonista, la figura di un nobile, amante dell’Arte e della vita. La sera dell’omicidio il nobiluomo è atteso ad una cena con altri esponenti della Firenze bene, ma alcuni testimoni affermano di averlo sentito chiaramente in casa, intento a suonare il pianoforte. Anzi, un’inquilina sostiene di essere stata colpita dal modo insolito in cui Alvise avesse suonato quella sera: uno stile pessimo rispetto ai suoi standard, come se al piano ci fosse stato un dilettante alle prime armi.
L’interesse degli inquirenti si concentra allora sullo strumento musicale e salta fuori una circostanza che desta sconcerto: sui tasti non ci sono impronte, né quelle del nobile né quelle di altri. Come se non fosse mai stato toccato. Eppure i testimoni ne sono certi: quella maledetta sera il Conte Alvise (o qualcun altro) ha suonato, male, malissimo, ma ha suonato.
Il mistero si infittisce, molte sono le ipotesi avanzate sull’omicidio. In un primo momento si pensa ad un delitto passionale: ad uccidere l’uomo sarebbe stata la mano di una donna. Per questo motivo vengono interrogate molte delle sue amiche, ma poco dopo l’ipotesi viene scartata. Si passa, poi, a scandagliare l’ambiente di lavoro, ma anche questa pista viene abbandonata dal momento che, secondo le testimonianze degli antiquari fiorentini, ormai da tempo l’uomo era fuori dai cosiddetti “affari grossi”.
In questa storia finiscono per essere chiamati in causa anche i fantasmi del passato: vengono riesaminati due delitti analoghi a quello di Palazzo Rucellai. Il primo è quello di Filippo Giordano delle Lanze, antiquario veneziano ucciso il 19 Luglio 1970 in un palazzo sul Canal Grande, trovato dalla domestica seminudo e in una pozza di sangue, sul pavimento della camera da letto. Anche accanto al suo cadavere un quadro. Il secondo caso, avvenuto nel luglio del ’91, riguarda l’omicidio di Rodolfo Lodovigi, rappresentante di moda colpito alla testa da un oggetto contundente e accoltellato.
Uno spiraglio di luce nel mistero della morte di Alvise si vede quando le indagini dei carabinieri si concentrano sul nome di un uomo, che sarebbe appartenuto al mondo dell’arte e a quello delle relazioni omosessuali. Anche gli accertamenti affidati al Centro di Investigazioni Scientifiche danno risultati importanti: gli specialisti dell’Istituto di Medicina legale di Firenze trovano del liquido seminale nella bocca della vittima (particolare tenuto a lungo segreto dagli investigatori). Si tratta, con tutta evidenza, dello sperma dell’assassino. Quasi certamente c’è stato un rapporto orale immediatamente prima del delitto, anche per il modo in cui la vittima ha ricevuto i primi colpi.
La Repubblica titola: “Gay e amante dell’arte il killer dell’assassino”; L’Unità, invece: “Svolta nell’omicidio di Robilant: l’assassino è l’ultimo amante del conte. Sarebbe un gay legato al mondo dell’arte”. Franco Grillini, intervistato da La Repubblica, dichiara:
Io l’ho pensato sin dal primo istante. A me sembra che l’assassino si debba cercare tra gli eterosessuali che si prostituiscono con un gay e poi si vergognano. Queste esplosioni di violenza sono tipiche di persone divorate dal senso di colpa.
I familiari della vittima reagiscono indignati di fronte a tale ipotesi, smentendo tutto categoricamente. Dopo oltre 20 anni, il delitto del Conte Alvise di Robilant resta un mistero.

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Complimenti, bella ricostruzione, sintetica ma esaustiva, e soprattutto scritta bene. Grazie.