
Di Nunzia Procida
Inghilterra, seconda metà del Settecento. Protagoniste due donne, una madre e sua figlia, dallo stesso nome: Sarah Metyard.
La più grande, rimasta vedova, per guadagnarsi da vivere faceva la modista; la più piccola l’aiutava nel lavoro. Un’attività, la loro, che garantiva reddito e rispettabilità ad Hanover Square, il ricco quartiere dove abitavano. Gli affari andavano bene al punto tale da richiedere l’aiuto di alcune giovani apprendiste, spesso orfane e mandate dalla parrocchia direttamente dagli istituti religiosi per imparare il mestiere.
Sarah Metyard, all’apparenza, era una brava madre ed una lavoratrice onesta, ma la realtà era un’altra. La donna nascondeva una personalità crudele e repressiva: il marito era morto di crepacuore, a seguito dei numerosi tradimenti della moglie che aveva plasmato la personalità della figlia a sua immagine.
Nel 1758, in casa Metyard lavoravano le due donne più cinque apprendiste. Tra queste Anne “Nanny” Naylor e sua sorella. Nanny era di costituzione gracile e per questo meno capace di lavorare quanto le altre ragazze. Considerando l’indole di Mrs Metyard, questa non poté non rinfacciarglielo con insulti e sadici castighi. Nanny decise dunque di provare a scappare da quell’inferno ma le due donne, dopo averla ritrovata, la rinchiusero in soffitta dove la nutrirono con esigue quantità di pane e acqua.
Nanny ritentò la fuga ma, ancora una volta, venne ritrovata e riportata nella sua “cella”: qui le due donne la picchiarono con il manico di una scopa. Un’azione che aveva il compito di punire, ma che doveva servire anche come monito per le altre ospiti della casa. Non contente, le due Metyard condussero la giovane in un’altra stanza – accanto a quella dove lavoravano le altre – le strinsero una corda intorno alla vita e le mani dietro la schiena e la legarono alla porta in modo tale che non potesse sedersi né sdraiarsi. Nanny rimase in piedi, in quella posizione, per tre giorni. Veniva slegata solo di notte. Al quarto giorno, venute meno le forze, la ragazza morì.
Le sartine dissero a Sarah jr. che la loro amica non si muoveva più; Sarah prese a colpire la testa di Nanny con il tacco della scarpa mentre sua madre ordinò a una delle ragazze di prendere una bottiglietta di sali. Le Metyard portarono il corpo in soffitta e dissero alle aiutanti che Nanny da lì era fuggita nuovamente.
Il cadavere rimase chiuso in uno scatolone per due mesi. La notte di Natale, quando le apprendiste erano andate a dormire, le due donne provarono a farlo sparire: amputarono la mano dalla quale mancava un dito (Nanny lo aveva perso in un incidente, cucendo) per evitarne il probabile riconoscimento; tagliarono la testa dal corpo e misero i resti in due diversi sacchi, pensando di gettarli nella fogna comune. I resti di Nanny vennero ritrovati all’indomani da una guardia che però non ritenne opportuno far aprire un’indagine poiché pensò si trattasse dei resti di un’autopsia.
Quattro anni dopo, Sarah jr. – oppressa dalla figura della madre che non lesinava di compiere violenze anche su di lei – denunciò i loro crimini alla polizia. Le due donne furono quindi imprigionate, processate e condannate alla pena capitale.
Le due Metyard non avevano motivo di uccidere Nanny: non agirono mosse da sentimenti ma per la volontà di fare del male, consapevolmente.
La loro esecuzione non tenne conto del loro genere né del loro status sociale, ma esclusivamente del loro comportamento verso altri esseri umani: un processo che, per il XVIII secolo, era più moderno di quanto si potesse immaginare.



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