
3 Aprile 1970. Dopo una segnalazione fatta alla Procura della Repubblica la polizia sfonda la porta di un appartamento in via Pallavicini 52 a Roma, le cui pareti trasudano un orribile odore di morte. Gli agenti trovano il corpo senza vita di Carla Gruber, separata dal marito e madre di 4 figli. Il cadavere è adagiato sul letto, in avanzato stato di decomposizione, indossa un babydoll aperto sul petto ed è circondato da fiori secchi, deodoranti e bottiglie di cloroformio, probabilmente per camuffarne l’odore. Accanto al corpo un biglietto:
Chiudo la porta il 20 gennaio alle ore 16. Che potevo fare di meglio se non amarti sino alla fine dei tuoi giorni, mia diletta Regina? Dammi il tempo di compiere tutto il resto come mi hai ordinato.
A scriverlo e a far ritrovare il cadavere è Luciano Luberti, amante della donna, già noto alle cronache come Il Boia di Albenga. Nato a Roma nel 1921, studente universitario di idee fasciste, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 iniziò a lavorare per le SS. Grazie alla sua conoscenza della lingua tedesca venne mandato prima alla Feldgendarmerie di Albenga come traduttore e successivamente presso il Tribunale militare di guerra della 34 Infanterie-Division. I processi che si tenevano lì si concludevano quasi sempre con la condanna a morte degli imputati e Luberti commise una serie di crimini tra cui torture (si parla di occhi e unghie strappate), maltrattamenti personali, abusi sessuali ed esecuzioni nei confronti di 59 persone tra partigiani e civili. La sua efferata crudeltà (pare che dopo ogni esecuzione festeggiasse e si rallegrasse) e il suo freddo sadismo gli valsero il soprannome con cui è noto.
Dopo la fine della guerra scappò e provò ad arruolarsi nella Legione Straniera, ma fu catturato in Francia e processato nel 1946. Accusato dagli alleati di circa 200 morti (lui stesso dirà che in realtà erano più di 300), il Tribunale non poté fare altro che giudicarlo responsabile solo del rastrellamento delle 59 persone alla foce del fiume Centa e condannarlo all’ergastolo.
Dopo 7 anni, l’amnistia e una serie di “protezioni” importanti lo resero di nuovo un uomo libero. Nel 1953 cominciò a dirigere la Publiaci, agenzia pubblicitaria cattolica, ed iniziò una relazione con Carla Gruber, sua segretaria, più giovane di 18 anni. Entrambi avevano figli, ma la loro passione è forte e travolgente. Per andare a convivere, con un escamotage riuscirono a far passare per pazzo il marito di Carla e a farlo rinchiudere in manicomio. Gli appetiti sessuali di Carla però non si placavano facilmente, così la donna iniziò a tradirlo ripetutamente anche con il medico che l’aveva in cura a Montefiascone, con tutta probabilità padre della sua quarta figlia.

Verso la fine degli Anni ’60 Luberti fondò un casa editrice di stampo fascista, Organizzazione Editoriale Luberti, aderì al Fronte Nazionale e venne accusato di aver ospitato gli esecutori della strage di Piazza Fontana. Nonostante gli alti e bassi, il rapporto con Carla andava avanti. Luciano l’assecondava e proteggeva, ma pretendeva che fosse solo sua.
Non è chiaro, cosa sia successo quel 20 gennaio 1970. L’autopsia stabilì che la morte era stata causata da un colpo di pistola al petto e che la donna aveva ingerito una forte dose di barbiturici. Luberti parlò di suicidio, ma la mano destra, quella che avrebbe dovuto sparare, era sotto al cuscino quando fu ritrovato il corpo della donna.
Come avrebbe potuto spararsi, visto che quasi sicuramente era incosciente proprio per la massiccia dose di farmaci? Luberti l’aveva forse aiutata a morire dietro sua richiesta? Poco chiaro anche il movente: gelosia come fu ipotizzato? O come dicono alcuni, Carla avrebbe avuto intenzione di confessare alcuni particolari importanti relativi alla strage di Piazza Fontana?
Interrogativi che restano misteri ancora oggi. Dopo due anni di latitanza, Luberti, grazie all’intuizione di un giovane che lo riconobbe dalle foto segnaletiche, venne catturato a Portici dove vendeva riviste pornografiche. Probabilmente, la rete fascista lo aveva protetto ancora una volta. Nel corso del processo, fornì particolari assai piccanti sulla vita sessuale di Carla: la donna pare amasse il sesso estremo, come lui del resto, visto che non lo si può certo considerare un uomo dalle mezze misure.
Venne condannato a 22 anni, ma in appello la perizia psichiatrica del criminologo Aldo Semerari, sospettato di avere forti legami con estrema destra e camorra, lo dichiarò incapace di intendere e di volere al momento del fatto, riducendo la pena a 24 mesi da scontare nel manicomio criminale di Aversa. Luberti riuscì ad evadere, ma venne subito catturato.
Una volta scontata la breve pena, si trasferì a Padova dove si laureò in Giurisprudenza. Si mise di nuovo nei guai, finendo in una storia di droga con una ragazzina, ma a 68 anni fu giudicato troppo anziano per la detenzione. Ospite della casa di riposo “Santa Chiara dell’Immacolata Concezione”, morì in povertà per un tumore maligno alla prostata nel dicembre del 2002. Sulle pareti della sua camera, le sue foto con divisa tedesca armato di mitra e quelle di Carla, nuda e bellissima. Testimonianze di una vita fatta di eccessi e vissuta sempre all’estremo, anche in amore. Purtroppo.

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