
Di Nunzia Procida
La paura di invecchiare, Gerascofobia, è un sentimento umano che interessa le donne quanto gli uomini; una paura che, in alcuni casi, può diventare persino patologica e provocare una profonda infelicità nel soggetto che la vive.
Per far fronte all’età che avanza, molti anziani si tingono i capelli, fanno uso di creme e trucchi costosi (che vengono loro presentati quali elisir della vita eterna), ricorrono alla chirurgia estetica. Altri, invece, rispondono al proprio disagio frequentando persone molto più giovani e/o adottando comportamenti tipici dell’età adolescenziale, che consentono loro di auto-ingannarsi sull’età, aiutandoli a ridurre i livelli di stress e ansia. Scrive Gilles Lipovetsky:
La giovinezza si è imposta come nuovo canone di imitazione sociale. [1]
Se gli uomini tendono ad acquistare una moto dopo i 50 anni, le donne preferiscono lavorare sull’outfit. La morte ti fa bella (Robert Zemeckis, 1992) racconta la paura di invecchiare che riguarda prettamente il decadimento fisico, estetico.
La bellezza di Meryl Streep e di Goldie Hawn, oltre a rappresentare l’ossessione principale del film diviene l’oggetto preferito nonché l’obiettivo primario di un attacco spietato all’idea stessa di mitizzazione corporea dell’attore […]. Teste che si girano, buchi nello stomaco, tutto converte verso una implosione/esplosione del concetto stesso di bellezza fisica. [2] .
Meryl Streep, non a caso, interpreta Madeline, una diva dello spettacolo sul viale del tramonto, disposta a tutto pur di serbare a lungo quel suo corpo. Il giorno della presentazione del libro della sua antagonista, Helen (Goldie Hawn), Madeline si reca presso il suo centro di bellezza di fiducia per sottoporsi a un nuovo ciclo di plasmaferesi (un processo che per modalità ricorda la dialisi).
Anna (Michelle Johnson): “Mi spiace, ma vede la plasmaferesi è un processo molto traumatico per l’organismo! Io le dissi che il nostro regolamento proibisce che esso venga ripetuto prima di 6 mesi!”
Madeline: “E va bene! I 6 mesi sono quasi passati, no?!”
Anna: “Miss Ashton, lei ne ha fatta una 3 settimane fa! Senta, e che ne dice di una buona iniezione di collagene?”
Madeline: “Un’iniezione di collagene?! Tanto vale che vada a casa e mi lavi la faccia con acqua e sapone!!! Stasera è molto importante per me.”
Anna: “Ma se vuole la posso truccare personalmente…”
Madeline: “Il trucco non serve a niente! Non c’è niente che serva più! Ma tu non hai un po’ di pietà, non te ne frega niente?! Tu stai lì con la tua pelle di ventiduenne, due tette dure come sassi e mi ridi in faccia!”
Se “prima le figlie volevano somigliare alle madri, ora è il contrario” [3] : le madri, infatti, ambiscono ad essere scambiate per le sorelle maggiori delle figlie se non per loro coetanee. Un’involuzione di tendenza che ha fatto registrare un’estensione della gioventù. Il periodo di transizione dall’adolescente allo status di adulto si traduce in un processo di “giovanizzazione” della società, per cui gli stili di vita propri dei giovani si estendono ai giovani-adulti. La gioventù, dunque, “dura fisicamente più del passato a causa delle mutate condizioni di vita sia economiche che tecnologiche, [divenendo] un fattore strutturale sempre più importante nelle nostre società” [4] .
La maturità sembra essere ormai fuori moda: oggi tutti vogliono dimostrare vent’anni; “non esiste quasi più un’età anagrafica, per cui è difficile distinguere nei desideri consumistici i giovani da coloro che si sentono giovani (dentro naturalmente)” [5] .
Nei primi decenni del Novecento, “le ragazze aspettavano con ansia il momento di allungar le gonne e ‘tirar su’ i capelli, con lo stesso ardore che ora le donne mature pongono nel tentativo di serbare i segni esteriori dell’adolescenza” [6] .
Madaline, dopo aver appreso che il trucco e il parrucco non possono più aiutarla nel vano tentativo di ritornare quella di un tempo, decide di rivolgersi alla maga Lisle (Isabella Rossellini), che le propone un – manco a dirlo – costosissimo elisir di lunga vita.
Lisle: “Così ardente… così piena di vita… e tutto questo, oggi, le sfugge via. Ah, questa è l’ineluttabile crudeltà della vita: ci offre un assaggio di giovinezza, di vitalità, e poi… ci fa assistere alla nostra decadenza.”
Madeline: “Beh, è la legge della Natura.”
Lisle: “Legge della Natura un cazzo!”
[sorride, si alza e va a prendere una boccetta]
Madeline: “Che cos’è?”
Lisle: “Quello che è venuta a cercare. Un tocco di magia, in questo mondo ossessionato dalla Scienza. Un tonico. Una pozione.”
Madeline: “E che effetto fa?”
Lisle: “Lei quanti anni mi darebbe?”
Madeline: “Mmmh… trentotto. Ah… ventotto. Tre… ventitré.”
Lisle: “Io ho settantuno anni suonati! Ecco che effetto fa. Arresta il processo di invecchiamento all’istante, e lo costringe a regredire. Beva quella pozione, e non invecchierà mai più, neanche di un solo giorno. Non la beva… e continuerà a vedersi imputridire.”
Dopo aver bevuto la pozione, Lisle pone a Madeline una clausola importantissima, oltre al silenzio: il suo ritiro dalle scene dopo 10 anni. L’elisir, infatti, ha il potere di far regredire lo stato d’invecchiamento e di rendere immortali chi l’ha bevuta. Questo significa che, qualsiasi cosa succeda al corpo, questo continuerà a vivere senza alcuna possibilità di guarigione. Chi beve la pozione, dunque, non potrà minimamente esimersi dal prendersi cura del proprio corpo. Osserva Lipovetsky:
La necessità di apparire giovani è [… uno] strumento di personalizzazione: ciascuno deve vigilare attentamente su se stesso [7] oltre ad essere un fattore di conformismo sociale. [8]

Se in passato appartenere ai piani alti della società o godere di altri vantaggi socio-economici soddisfaceva i bisogni più intimi di ciascuno, oggi si ambisce al sembrare giovani; ad appartenere (costi quel che costi) alla fascia d’età dell’adolescenza. Se la moda per le signore anziane si modella su quella delle ragazzine, lo stesso sembra accadere nel vestiario dei bambini (maschi e femmine, indifferentemente) che fa registrare un’“adultizzazione” dei capi in vendita.
Sebbene quest’ultima trasformazione abbia preso piede agli inizi dell’Ottocento, già Rousseau – per evitare situazioni di disagio, di costrizione e di serietà – l’aveva critica anni prima nell’“Emilio” poiché “non si può sapere quanto la scelta dei vestiti influisca sull’educazione”, suggerendo di preferire “il vestito più semplice, più comodo, quello che meno rende schiavo [il bambino], [poiché] è sempre il migliore” [9] .
Molti psicologi hanno osservato che se si esige da un bambino o da una bambina che siano in un modo o nell’altro, ciò significa concretamente: è così che il tuo corpo deve apparire. “Un abito non solo compare in uno specifico tempo e luogo, ma deve essere ‘detto’ – cioè indossato – da una persona specifica” [10] . Pensiamo a una t-shirt: ciascuno che l’avrà indossata avrà un aspetto molto differente da un altro – per età, sesso, e attributi fisici (altezza, peso, espressione del volto, acconciatura e colore dei capelli…). “Lo stesso abito apparirà differente se indossato da una persona che ha un corpo e un viso attraenti o se indossato da una persona che consideriamo brutta” [11] .
Ovvio – e per questo troppo spesso dimenticato – che il concetto di “attrattività” in sé è sempre esclusivamente soggettivo: ciò che ci attrae è tale perché posto davanti ai nostri occhi e non perché ritenuto tale in maniera universale.
All’indomani dell’omicidio della piccola Fortuna, molti si sono sentiti in diritto – altri persino in dovere – di esprimere la propria opinione a riguardo, analizzando, come ha fatto Corrado Augias in una trasmissione televisiva, addirittura i suoi abiti, la sua acconciatura, il suo essersi messa in posa per una fotografia. Quando muore un bambino si registra un trauma nell’intero tessuto sociale; quando poi la vittima è morta in seguito a violenze, il dolore lascia spazio – e lo abbiamo visto – al giudizio.
[1] G. Lipovetsky, L’impero dell’effimero, Garzanti, Milano 1989.
[2] A. Fontana, Robert Zemeckis, Sovera, Roma 2010.
[3] Citazione di Yves Saint-Laurent riportata in G. Lipovetsky, op. cit.
[4] R. Köning, Il potere della moda, Liguori, Napoli 1992.
[5] E. Fiorucci, in C. Branzaglia, Immaginari del consumo giovanile, Costa e Nolan, Genova 1996.
[6] J. C. Flügel, Psicologia dell’abbigliamento, Franco Angeli, Milano 1982.
[7] G. Lipovetsky, op. cit.
[8] Ivi.
[9] J.-J. Rousseau, Emilio, Le Monnier, Firenze 1954.
[10] A. Lurie, The language of clothes, Random House, New York 1981.
[11] Ivi.




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