Di Andrea Manno
In due articoli precedenti, sono state illustrate alcune opinioni di Foucault a proposito della sopravvivenza dell’istituzione carceraria a dispetto della sua quasi nulla efficacia rispetto agli obiettivi che essa si propone. Secondo lo studioso francese, il carcere rimane in vita in quanto assolve ad alcune funzioni non dichiarate che sono diventate meccanismi indispensabili per la società odierna.
Sulla stessa linea di pensiero si trova il sociologo norvegese T. Mathiesen, una delle voci più autorevoli della Corrente abolizionista (altri importanti autori facenti capo ad essa sono per esempio L. Hulsman, N. Christie, in Italia V. Ruggiero). Nel suo interessante libro del 1996 Perché il carcere?, dopo aver tentato di dimostrare il fallimento di questa istituzione da tutti i punti di vista, dichiara la patologica dipendenza della società dall’istituzione penitenziaria.
Per Mathiesen la sopravvivenza del carcere ha a che fare con il fatto che questa istituzione ha assunto come proprie alcune esigenze provenienti da interessi esterni ad essa, provvedendo a difenderli e perpetuarli con successo al suo interno (pag. 75). In particolare l’autore individua cinque funzioni latenti, che vengono da lui definite Funzioni reali (pag. 180), cui il carcere assolverebbe per conto della società.
La prima la chiama Funzione depurativa, facendo riferimento con questa espressione all’imperfezione di un sistema societario basato sulla produttività, che però allo stesso tempo “[…] crea sempre più gruppi, che in relazione a quel criterio, sono «improduttivi».” (ivi). L’autore cita diverse categorie: anziani, malati di mente, ladri, tossicodipendenti, tutti gruppi di persone il cui molto probabile destino, se ci si riflette, è quella di finire segregati tra quattro mura: case di riposo, ospedali psichiatrici, carceri, comunità varie. La reazione dello stesso sistema a questo suo difetto, infatti, è quella di sbarazzarsi di questi individui, rinchiudendoli. Con due obiettivi: non farsi perennemente rammentare attraverso la loro presenza visibile il suo fallimento, e, soprattutto, non inficiare ancora di più l’efficienza del suo funzionamento. Il carcere dunque sarebbe uno, anche se non l’unico, di questi depuratori della società.
La seconda funzione reale individuata dall’autore è necessaria al completamento della depurazione, ed è quella di ridurre all’impotenza (pag. 181). Non basta infatti liberare la società dalla vista dei suoi elementi improduttivi, bisogna anche liberarne l’udito, facendo in modo che di essi si senta parlare il meno possibile. Questo secondo Mathiesen è possibile grazie ad una serie di “tecniche di neutralizzazione” (pag. 73) che sono a disposizione degli istituti, le quali fanno in modo che i rinchiusi siano isolati dall’esterno anche per quel che riguarda la comunicazione. Molte di esse sono possibili proprio grazie alla creazione di impotenza insita nella detenzione.
La terza funzione reale che l’autore attribuisce al carcere, è la Funzione diversiva (pag. 181), funzione questa di cui si è tutti testimoni, tutti i santi giorni dell’esistenza. Secondo Mathiesen, infatti, esistono due tipi di crimini nella nostra società, quelli commessi dagli “[…] autori di piccoli reati contro la proprietà e altri individui relativamente poco pericolosi.” e quelli commessi invece da “[…] individui e da gruppi di interesse che dispongono di un grande potere.” (ivi), che sono i più gravi e che più mettono a rischio la vita di molte persone. Sia perché la legge prevede sanzioni soprattutto per il primo tipo di crimini (non si finisce in galera se si dichiara guerra a un altro Paese o se si fa un buco in una montagna che devasta l’equilibrio ecologico di un territorio), sia perché esiste una possibilità diversa tra i due gruppi di aggirare il sistema penale, in galera ci vanno a finire soprattutto, se non esclusivamente, gli individui che commettono tipi di reati appartenenti al primo gruppo. Questo, anche grazie alle abili strategie comunicative messe in atto dai mass-media, porta a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle “azioni veramente pericolose commesse da coloro che dispongono del potere” (ivi), e a dirigerla su quelle di criminali comuni che riempiono i telegiornali e le pagine dei quotidiani.
La quarta funzione reale è strettamente legata a quella diversiva, ed è chiamata dall’autore Funzione simbolica (ivi). A dispetto dell’invisibilità in cui fa precipitare i reclusi, la pena carceraria è infatti una sanzione molto visibile, un marchio indelebile, uno stigma (vedi anche Goffman, 1963) che accompagna praticamente per sempre chi l’ha subita. Non basta scontare la pena, perché quando questa si è esaurita non avviene un inverso processo di “destigmatizzazione”: una volta che si è stati in carcere non vi è modo di togliersi di dosso questa etichetta. Proprio questa etichetta diventa il simbolo permanente di un gruppo di individui che hanno “sbagliato”, che si contrappone invece ad una porzione di soggetti che sono “giusti” e vivono sulla retta via, e questa distinzione simbolica permette alla società di “far risaltare la propria perfezione” (pag. 182). Per Mathiesen perciò “la detenzione di pochi simbolizza l’infallibilità dei molti” (ivi) e questo rende per lui assolutamente condivisibili le parole di P. Reiwald (1949) quando, a proposito della figura del delinquente, afferma: “La società lo combatte apparentemente con tutte le sue forze, ma in realtà fa tutto quello che può per mantenerlo tale” (pag. 34). La riduzione dei carcerati a individui diversi e con minor dignità sociale, consente inoltre alla società di giustificare alcuni metodi usati nei loro confronti (come ad esempio la depurazione o la riduzione all’impotenza) che non sarebbero mai tollerati in altri ambiti della vita.
Infine la quinta ed ultima funzione reale, che secondo Mathiesen il carcere assolve per conto della società, è quella di provvedere all’azione (pag. 183): le successive riforme carcerarie approvate periodicamente (che però nella sostanza non fanno altro che, per dirla alla Foucault, ribadire la stessa tecnica penitenziaria), la costruzione di nuove edifici adibiti alla custodia di detenuti in continuo aumento (e che nonostante questo sembrano non bastare mai), l’aumento di severità di alcune pene, danno la sensazione alla collettività “che qualcosa, presumibilmente, si sta davvero facendo in fatto di «legge e ordine»” (ivi). Il carcere sarebbe dunque per l’autore una sorta di specchietto per le allodole per la classe politica, nella realtà da sempre incapace di progettare azioni efficaci di contrasto al crimine, ma che grazie a provvedimenti di questo tipo non può essere accusata di inoperosità a riguardo.
Nel pensiero di Mathiesen quindi il carcere riesce a sopravvivere grazie all’esercizio di queste funzioni che esso svolge nei confronti della società. Come lo stesso autore dichiara, anche altre istituzioni soddisfano alcune di esse, ma nessuna lo fa per tutte quante; solo il carcere. Per questo motivo, per il sociologo norvegese l’istituzione carceraria si configura come un’istituzione essenzialmente conservatrice, molto più difficile da sovvertire rispetto alle altre, e che è riuscita e riesce a resistere alle spinte di cambiamento nonostante il suo totale fallimento.


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