
Di Paolino Francesco Santaniello
Milano, 12 Giugno 2015, Carlo Di Napoli, capotreno dipendente della Trenord, esce di casa per andare al lavoro, saluta la moglie e le dà appuntamento per cena, magari dando un bacio alla figlioletta. Durante lo svolgimento delle sue mansioni, viene aggredito da un gruppetto di giovani a colpi di machete, rischiando così di perdere un braccio. Stessa sorte per un collega fuori servizio il quale, tentando di intervenire, viene ferito al capo.
A seguito di indagini, nonché da un’analisi delle telecamere presenti sul luogo del delitto, le forze dell’ordine riescono a identificare ed arrestare l’esecutore materiale del reato: Alexis Ernesto Garcia Rojas, detto Smoking, 19enne di El Salvador con una passione per il fumo (da cui il soprannome), già noto alla polizia per essere stato coinvolto nel 2013 nell’operazione “Maredos” condotta dalla Squadra mobile di Milano.
Sicuramente giustizia sarà fatta, ma l’azione criminosa di un singolo, oltre che a ferite, interventi chirurgici, interrogatori e pene da applicare, può portare a xenofobia, pregiudizi e diffidenza da parte dei cittadini autoctoni nei confronti degli immigrati.
Negli ultimi tempi in Italia, assistiamo ad una continua affluenza migratoria presso le nostre frontiere, dando modo a politicanti e cittadini di addebitare agli immigrati un aumento della criminalità. Ma davvero i fenomeni migratori comportano un aumento della criminalità?
Questa domanda già è sorta nella mente di studiosi che hanno effettuato veri e propri studi, alla ricerca di un eventuale nesso tra fenomeno migratorio e crimine. Partiamo da un presupposto fondamentale: la razza non è un parametro per poter effettuare uno studio criminologico, poiché i comportamenti devianti non sono frutto di tratti etnici, ma di stimoli dell’ambiente circostante ed altri fattori.
Quindi si prova con la nazionalità, ma dalla nazionalità è impossibile stabilire se un popolo sia più propenso a delinquere da un punto di vista quantitativo, bensì qualitativo, ovvero cambia la tipologia delittuosa, il tutto dipende da una serie di fattori socio-economici.
Nel primo trentennio del 1900, abbiamo potuto assistere all’avvento di grossi flussi migratori verso gli Stati Uniti, oggi rivolti verso i Paesi europei. É un fatto noto che gli USA offrivano possibilità di lavoro e di sviluppo ben maggiori rispetto al vecchio continente. A seguito di studi di tipo sociologico, non si rilevò un aumento del tasso di criminalità. Una maggiore propensione alla delinquenza fu ravvisabile nei figli degli immigrati, a causa di un forte distacco di tali giovani dai valori e dalle tradizioni del Paese di origine, il che alimentava in loro quel senso di sradicamento ed esclusione che può sfociare in comportamenti devianti e delittuosi. Secondo la teoria della Frustrazione migratoria, la correlazione tra immigrazione e criminalità è dovuta al fatto che spesso gli emigrati (tra cui quelli di seconda generazione) soffrono un certo disagio psicologico, dovuto ad un contesto sociale propenso alle esclusioni, la cui conseguenza può essere un comportamento deviante/criminoso.
L’ambiente circostante, nel suo complesso di norme e fattori socio-economici, è fondamentale per un corretto sviluppo del giovane individuo, nonché per la correzione e il sostegno degli individui propensi a comportamenti devianti. É essenziale che la società ospitante permetta agli immigrati non solo la possibilità di conoscere le norme, ma anche di assimilarle, farle proprie tramite l’osservanza ed il rispetto, indirizzando un individuo verso la ricerca di una migliore integrazione con la popolazione autoctona.
Un esempio pratico: segregare gruppi di stranieri in un’area urbana discriminata, ove le possibilità economico-lavorative sono scarse, non fa altro che demoralizzare e frustrare l’individuo, contribuendo ad una stigmatizzazione dello status di “straniero”. Un soggetto emigrante, deve poter vivere in una condizione di totale parità e dignità con la popolazione, poiché la formazione di eventuali “gruppi etnici sottoculturali” non facilita una sana integrazione ed il sentirsi parte di una società. Questo è rilevante, poiché l’autorità ospitante deve permettere tutto questo per non concorrere, con altri fattori determinanti (famiglia, pulsioni psichiche interne), allo sviluppo di psicopatologie quali il disturbo antisociale di personalità, in cui il comportamento criminale è visto come unica via di raggiungimento degli scopi, di conseguenza un modo di autoaffermazione sociale ed economica.
Un comportamento criminale è il frutto di tanti fattori, ma uno Stato, in particolare uno Stato di diritto come l’Italia, non deve assolutamente contribuire ad una emarginazione ed eventuale esclusione socio-economico-lavorativa, bensì promuovere la parificazione ed una educazione culturale sia degli stranieri che dei cittadini ospitanti, bilanciando gli interessi di tutti come sancito dalla Costituzione.
Per concludere: il crimine è una manifestazione del comportamento umano, comportamento differente e variabile da individuo a individuo, quindi i fenomeni migratori non determinano un aumento del crimine, ma un aumento di cause determinanti che possono concorrere alla manifestazione di esso. La xenofobia non è utile a nessuno.


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