
Di Nunzia Procida
La paura è un’emozione, un processo fisiologico dettato dall’istinto, che scaturisce dalla percezione di una pericolo reale o presunto. Cosa accade nel nostro organismo quando si innesca la paura?
Avvertiamo innanzitutto una accelerazione cardiaca perché il cuore deve pompare una maggiore quantità di sangue da inviare ai nostri muscoli; il respiro diventa affannoso perché si innesca un’azione rivolta a fornire maggiore ossigeno ai polmoni; i muscoli diventano ipertonici perché devono sopportare un grande sforzo, non sentire la stanchezza ed essere pronti ad accusare i colpi; la temperatura del corpo aumenta, mediante le vampate di calore, perché il fisico deve essere pronto alla fatica; possono registrarsi vertigini perché l’ossigeno viene ridotto nelle zone meno interessate in caso di combattimento (tra queste il viso che, letteralmente, sbianca).
La vista si concentra esclusivamente sull’aggressore; l’udito diventa più sensibile per meglio cogliere i segnali sonori. Inoltre, per rendere più leggero in caso di combattimento o di fuga, è possibile che la vescica e l’apparato intestinale tendano a rilasciare, rispettivamente, urine e feci (da qui, nel gergo comune, “farsela sotto per la paura”). Possono manifestarsi anche dolori allo stomaco, soprattutto durante la digestione, in seguito a uno spavento poiché il sangue viene prelevato dall’apparato digestivo per essere destinato ai muscoli.
La paura ha quindi una funzione positiva: segnala uno stato di emergenza ed allarme anche agli altri membri del gruppo – per comunicare la minaccia o per richiedere aiuto – e prepara mente e corpo alla lotta o alla fuga. Questa condizione è definita, in psicologia, arousal (letteralmente, “eccitazione”) ed è data da un insieme di segnali elettrici chimici che generano una reazione somatica al pericolo avvertito.
Se la paura, come abbiamo visto, è la risposta che il nostro istinto di sopravvivenza scatena nel nostro corpo, perché ci attraggono i film dell’orrore?
Secondo Glenn Sparks, docente di Comunicazione presso la Purdue University, guardare un film horror è l’espressione contemporanea del rito tribale di passaggio:
Nella nostra cultura da sempre c’è il bisogno di padroneggiare situazioni difficili, minacciose. È quello che ad esempio facevano i nostri antenati con i riti di iniziazione che segnavano l’ingresso nella vita adulta. Il cinema dell’orrore è un modo alternativo per sopperire a questa mancanza [1].
I ragazzi, quindi, si avvicinano a questo genere perché lo ritengono capace di contenere e interpretare i cambiamenti che l’adolescenza sta apportando loro. Scrive Moroni:
Come il bambino può avvicinarsi alle proprie emozioni attraverso il gioco, allo stesso modo l’adolescente, attraverso il cinema, può avvicinarsi a pensare al dramma identitario che sta vivendo, utilizzando un terreno artistico-transizionale, uno «spazio potenziale» [per dirla con Winnicott o, come lo definisce Bezoari], un «ambiente onirico» come è appunto quello rappresentato dal cinema [2].
Il cinema horror può essere definito un cinema “adolescente” e quindi predisposto alla trasgressione visiva/esperienziale a cui gli spettatori si sottopongono, consapevoli e predisposti al voler sentire la paura che risponde, in questo caso, al bisogno di sentirsi vivi, di misurare la propria forza davanti a degli stimoli che egli stesso cerca sempre più forti, più spaventosi. Una sublimazione dell’istinto di morte, di distruzione, che si esaurisce, si consuma per mezzo della visione.
[1] Cfr. G. Sparks, Predicting Emotional Responses to Horror Films from Cue-Specific Affect (studio disponibile in inglese online).
[2] Angelo A. Moroni, Giovani a disagio. Psicopatologia dell’individuo e del gruppo nell’adolescente di oggi, Foschi, 2012.


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