
Di Nunzia Procida
Secondo una ricerca dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche, ben 4 italiani su 10 giocano d’azzardo [1] : 17.000.000 di persone. Il giocatore tipo è maschio, licenza media inferiore, beve alcolici e fuma. Secondo il SERT – Servizio per le Tossicodipendenze, 3.000.000 di costoro sono a rischio di patologia e 800.000 sono già ludopati.
Il DSM-5 ha classificato la Ludopatia nell’area delle dipendenze (addictions) per le similarità tra questa e le dipendenze da alcol e altre sostanze d’abuso. Il Gioco D’Azzardo Patologico (GAP) – chiamato in clinica “disordered gambling” (gioco problematico) – è un disturbo del controllo degli impulsi, che consiste in un comportamento di gioco persistente, ricorrente e maladattivo che compromette le attività personali, familiari o lavorative. In Febbre da cavallo (Steno, 1976), Mandrake (Gigi Proietti) offre un’interessante definizione del giocatore:
Chi gioca ai cavalli è […] un misto, un cocktail, un frullato de robba, un minorato, un incosciente, un regazzino, un dritto e un fregnone, un milionario pure se nun c’ha na lira e uno che nun c’ha na lira pure se è milionario. Un fanatico, un credulone, un buciardo, un pollo, è uno che passa sopra a tutto e sotto a tutto […] e tutto per poter dire «Ho vinto! Adesso v’ho fregato a tutti»”; è uno che “non pensa nient’altro che alle scommesse, ai numeri.
Un ludopate è dunque una persona ossessionata dal gioco: il desiderio di dedicarsi alle attività legate all’atto di scommettere e alle emozioni provate nei momenti cruciali del gioco provocano nel soggetto un bisogno che, se non si riesce a soddisfare, causa malumore ed irascibilità fino a poter sfociare, nelle situazioni più complesse, in comportamenti manifestamente aggressivi [2] . Va considerato, inoltre, che il ludopate crede che giocare sia il solo mezzo per risanare il bilancio delle perdite che si fanno sempre più ingenti. Egli punta e rischia più denaro di quanto non potrebbe permettersi nella speranza di recuperare i debiti contratti.
Tutto questo, come prevedibile, ha una ricaduta sui rapporti interpersonali e, soprattutto, sulle relazioni familiari. La finzione della “facile vincita” permette al soggetto di percepire, mentre gioca, una sensazione di benessere ma, più tardi, di fronte alle perdite economiche, il sogno a occhi aperti svanisce lasciando spazio ad una sensazione di fallimento, di incapacità o di essere sfortunato che, ancora una volta, va a rinforzare il suo complesso d’inferiorità.
Nel nostro film, ad esempio, quando Mandrake perde ai cavalli (quasi sempre) a risentirne è principalmente la vita amorosa con la fidanzata Gabriella (Catherine Spaak) che risponde alle sue mancanze lanciandogli dietro i piatti e gridandogli contro. Il senso di colpa vissuto interiormente da Mandrake si traduce in una incapacità sessuale. Il cervello dei ludopati sembra preferire i soldi al sesso in quanto considera il primo come un potenziale sostegno per continuare a giocare: Madrake e i suoi soci, Er Pomata (Enrico Montesano) e Felice (Francesco De Rosa), sono alla continua ricerca di denaro da investire nelle scommesse. Osserva lo psichiatra Donato Munno:
Di fronte a qualunque droga (alcol, stupefacenti, gioco, internet) l’oggetto della dipendenza viene al primo posto. Persino il mangiare, che è un istinto davvero primario, si sposta al terzo o quarto posto. Prima osservazione sullo studio di Lione [3] : i bisogni patologici scavalcano i bisogni fisiologici [4] .
La ricerca dei soldi da giocare ossessiona la mente dei ludopati in generale e in Mandrake e i suoi soci in particolare, sfociando in comportamenti punibili dal Codice Penale, che partono dalle super-mandrakate (le geniali truffe ideate dal nostro protagonista) – che vedono spesso come unica vittima Manzotin (Ennio Antonelli), antico nemico del trio di giocatori – finendo allo scambio di persona, quando Mandrake si sostituisce all’imbattibile fantino Jean-Louis Rossini per truccare l’esito di una corsa. In quest’ultima occasione tutto sembra andare per il verso giusto fino a quando Mandrake, preso dall’impeto della competizione e spinto dal desiderio di vincere, manda in fumo il piano.
Secondo Callois [5] , il gioco d’azzardo non è altro che l’esternazione di un senso di onnipotenza, un modo per poter gareggiare con il proprio destino, nell’illusione di dominarlo, di “controllare l’incontrollabile” soprattutto se messo in relazione a qualche forma d’insoddisfazione o debolezza, d’incertezza circa il proprio futuro economico o affettivo.
Una sensazione ben conosciuta dagli ideatori delle pubblicità sui vari giochi che pongono enfasi sulla sola vincita che sembra essere sicura, certa e non più dunque aleatoria. La componente “fortuna” viene depotenziata, nascosta, confondendo la facilità della giocata con quella della vincita e risuona così nella mente il jingle: “Ti piace vincere facile?”
[1] www.cnr.it/sitocnr/almanacco_view.html?id=76
[2] Cfr. H.L. Ansbacher, R.R. Ansbacher, La Psicologia Individuale di Alfred Adler
[3] Esperimento condotto dall’equipe di ricercatori francesi del Centro di neuroscienze cognitive di Lione, sotto la guida del dottor Jean-Claude Dreher.
[4] Per approfondire: http://www.fondazioneveronesi.it/articoli/neuroscienze/i-malati-di-ludopatia-attratti-piu-dai-soldi-che-dal-sesso
[5] R.Callois, I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine



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