Di Cristina Casella
Un atto investigativo importante, ma altrettanto doloroso. Si tratta della riesumazione del corpo di Serena Mollicone, la giovane diciottenne ritrovata morta in una discarica del frusinate nel giugno del 2001.
Avevo promesso a Serena che nessuno l’avrebbe mai più toccata, dopo l’autopsia. Invece, purtroppo, mi è stata chiesta la riesumazione. Siccome so che è molto importante e potrebbe portare alla verità, l’ho autorizzata. Voglio giustizia per Serena.
Queste le parole rilasciate ai microfoni del programma televisivo “La vita in diretta” da Guglielmo Mollicone, padre della povera ragazza.
Il corpo di Serena fu rinvenuto in un bosco dopo giorni di frenetiche ricerche, con la testa imbustata e gli arti legati da del nastro adesivo. Un colpo tramortì la giovane, mentre l’asfissia ne provocò il decesso. Una fine terribile, accompagnata da una lenta agonia.
Più di dieci anni di indagini, un unico indagato – poi uscito di scena – e il suicidio del brigadiere Santino Tuzi. Un caso difficile, tanto che ad un anno dall’accaduto gli autori del delitto continuavano a rimanere ignoti.
Nel 2002 la prima svolta: la procura di Cassino iscrisse Carmine Belli – carrozziere 38enne di Rocca D’Arce – nel registro degli indagati. A destare i sospetti sull’uomo fu un bigliettino dove era annotato un appuntamento con Serena Mollicone. Le impronte trovate sul nastro adesivo bianco utilizzato per legare le mani e i piedi della ragazza, però, non corrispondevano a quelle di Belli. L’uomo andò in giudizio davanti alla Corte d’assise di Cassino. Era il 14 gennaio del 2004. Dopo un processo lungo sette mesi, venne assolto. Anche la Cassazione, nell’ottobre 2006, ribadì la sua estraneità in merito all’intera vicenda. Tutto da rifare, dunque.
Le indagini ripartirono nel 2008. Il primo colpo di scena non tardò ad arrivare: Santino Tuzi, brigadiere dei Carabinieri interrogato dalla Procura come persona informata sui fatti, si sparò in auto con la beretta d’ordinanza. Uno strano suicidio, da sempre fonte di sospetti. La figlia dell’uomo non ha dubbi:
Mio padre, durante le indagini, ha assistito a qualcosa, ha saputo qualcosa. E gli è stato detto di tacere. Non è riuscito a tenersi tutto dentro e forse ha deciso di chiudere la sua vita in questo modo.
La morte di Santino Tuzi diede nuovo impulso alle indagini: il caso non poteva essere archiviato. L’omicidio di Serena Mollicone, infatti, ruota da sempre attorno alla Caserma dei Carabinieri di Arce, luogo dove sarebbe stata vista entrare prima di sparire misteriosamente. L’ipotesi è che la ragazza sia stata uccisa proprio tra quelle mura, per poi essere trasportata nel boschetto di Anitrella.
Lo scorso 13 febbraio, dopo il no all’archiviazione del Gip di Cassino, i RIS di Roma sono tornati nella Caserma di via Valle al fine di individuare possibili tracce ematiche o biologiche. L’obiettivo è quello di effettuare una comparazione con quanto rinvenuto sul corpo della giovane. Gli esperti, in particolare, hanno setacciato un alloggio vuoto al primo piano dello stabile. Tra le analisi degli investigatori è finita una porta in legno: è lì che Serena avrebbe potuto sbattere la testa.
Stavolta, da parte della Procura, c’è la volontà di arrivare alla verità. Resto fiducioso” commenta Guglielmo Mollicone.
Ed è proprio per questo motivo che la riesumazione della salma di Serena diviene un atto irrinunciabile. Con l’ausilio della tecnologia più all’avanguardia, infatti, l’assassino potrebbe avere finalmente un nome. In tutti questi anni, purtroppo, a nulla sono valse le esortazioni della famiglia indirizzate a chiunque avesse visto qualcosa.
Lo scorso 22 marzo, attorno alle 9:30 del mattino, il corpo di Serena è stato prelevato dal piccolo cimitero di Rocca D’Arce. Il feretro della giovane ragazza è dunque partito alla volta dell’istituto di medicina legale di Milano, dove l’anatomopatologa Cristina Cattaneo – assieme al suo team – svolgerà una nuova serie di accertamenti richiesti dalla Procura di Cassino.
Il padre della giovane, Guglielmo, ha accompagnato la salma fino al casello dell’A1, a Ceprano. La notte prima l’ha trascorsa interamente davanti al cimitero, col timore che la tomba della figlia potesse essere profanata.
Sono rimasto davanti al cimitero sino alle prime ore dell’alba di martedì. Era bene controllare la situazione, anche se non è successo nulla. Non ce l’ho fatta, però, ad assistere alla riesumazione della salma di Serena. Ho preferito rimanere a casa” ha dichiarato l’uomo.
L’inchiesta, a 15 anni dalla morte, potrebbe subire una svolta inaspettata. Ricordiamo che, al momento, gli indagati con l’ipotesi di omicidio ed occultamento di cadavere rimangono tre: l’ex maresciallo dei Carabinieri Franco Mottola, la moglie Annamaria e il figlio Marco.


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