
La sera del 1° Febbraio 1893, su una carrozza ferroviaria in corsa sulla linea Termini-Palermo, viene assassinato Emanuele Notarbartolo, rampollo 59enne di una delle più eminenti famiglie aristocratiche siciliane, esponente della Destra storica, ma apprezzato unanimemente per la dirittura morale e per le capacità amministrative dimostrate quale sindaco di Palermo prima e direttore generale del Banco di Sicilia poi.
Non si tratta di un episodio di terrorismo politico come quelli del periodo post unitario. L’aggressione brigantesca sembra da scartare, se non altro per lo scenario così moderno e rassicurante da indurre la vittima ad abbandonare le precauzioni che mantiene dal 1882 (anno in cui viene sequestrato da un gruppo di uomini e liberato a seguito del pagamento di un lauto riscatto), scaricare il fucile che porta con sé e addormentarsi.
A ucciderlo due ignoti sicari, che si liberano del cadavere gettandolo dal finestrino (con la speranza che finisca in un torrente per poi raggiungere il mare) a pochi chilometri da Palermo, dove viene trovato qualche ora dopo. Il corpo della vittima, avrebbero rilevato i testimoni, era stato sfigurato da 27 pugnalate inferte selvaggiamente. L’omicidio viene compiuto con un coltello e un pugnale, armi usate più nei delitti passionali che in quelli per mandato.
Non siamo all’interno della lotta tra pari per le gabelle o la guardiania: sappiamo che i mafiosi del palermitano non usano uccidere i proprietari, tanto meno uomini così eminenti. Eppure, la “voce pubblica” ipotizza un delitto di mafia, anzi, come afferma il procuratore generale Sighele, di “alta mafia”. Questo omicidio ha, infatti, un forte significato simbolico: uccidere Notarbartolo vuol dire colpire l’istituzione più intransigente, è un messaggio per chiunque abbia intenzione di seguire le sue orme.
Quando il processo inizia, nel novembre del 1899, gli unici imputati sono due ferrovieri. La Polizia è convinta del fatto che i due si siano fatti corrompere per coprire i veri assassini di Emanuele Notarbartolo. Cinque giorni dopo l’inizio del processo viene sentito come testimone Leopoldo Notarbartolo, figlio della vittima, che afferma che il mandante dell’omicidio è Raffaele Palizzolo, un uomo che, per dirla con le parole di Gaetano Mosca, “accoglieva tutti, prometteva a tutti, stringeva a tutti la mano, chiacchierava infaticabilmente con tutti”, deputato e imprenditore ritenuto molto vicino alla mafia. Leopoldo ripercorre le varie tappe degli incontri tra suo padre e Palizzolo, che è stato membro del Cda del Banco di Sicilia e che ha sempre contrastato apertamente le idee di Notarbartolo.

Palizzolo, dopo le accuse di Leopoldo, si vede crollare il mondo addosso. Essendo deputato, può contare sull’immunità parlamentare ma la Camera vota a favore in merito alla richiesta di autorizzazione a procedere. Il politico, così, finisce in carcere e, dopo poco, lo stesso destino tocca all’uomo accusato di essere l’esecutore materiale dell’omicidio: Giuseppe Fontana. Il Novecento si apre con i due responsabili del delitto di Emanuele Notarbartolo in prigione. Nel 1902 il processo riprende, ma viene spostato a Bologna, dove Fontana e Palizzolo vengono condannati a 30 anni di reclusione. La decisione della Corte d’Assise di Bologna viene, però, annullata dalla Cassazione a causa di un vizio di forma.
Nel 1903, dieci anni dopo l’assassinio, il processo riparte da Firenze. L’attenzione dell’opinione pubblica sull’intera vicenda è nettamente calata. L’esistenza di un’organizzazione criminale, chiamata mafia, viene minimizzata ancora una volta. Le difese, stavolta, hanno la meglio sull’accusa e nel 1904 Palizzolo e Fontana vengono scarcerati per insufficienza di prove. Insieme a Fontana, l’altro autore del delitto sarebbe stato un certo Matteo Filippello, ma stranamente l’uomo viene trovato morto, probabilmente suicida, prima di essere ascoltato in tribunale.
Dal punto di vista giudiziario, dunque, la vicenda legata all’assassinio di Emanuele Notarbartolo si conclude in modo deludente. Palizzolo perde il suo potere politico a livello nazionale, ma non a livello locale. A Leopoldo Notarbartolo non rimane che onorare la memoria del padre: dai suoi appunti, ricordi e documenti di famiglia ricava un libro, pubblicato postumo: “Mio padre Emanuele Notarbartolo”. La sorte di Notarbartolo ha molto in comune con quella del compianto Giovanni Falcone che, fino al giorno in cui è stato vittima nella Strage di Capaci, ha vissuto con la moglie a Palermo proprio in via Emanuele Notarbartolo, 23.


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