
Di Nunzia Procida
Rita Atria avrebbe compiuto 18 anni il 4 Settembre 1992, ma il 26 Luglio dello stesso anno si suicida gettandosi dal settimo piano del palazzo in cui vive. Perché?
Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto che ha lasciato nella mia vita. […]Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi. Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta.
Chi era Rita?
Innanzitutto una testimone di giustizia. Nata a Partanna (Trapani), figlia di Giovanna Cannova e di don Vito Atria (ufficialmente allevatore di pecore, in realtà piccolo boss locale), si ritrova orfana di padre a 11 anni, quando don Vito viene ucciso durante l’ascesa al potere dei Corleonesi perché disinteressato al traffico della droga. Alla morte di don Vito, a fare le veci del capofamiglia ci pensa il figlio Nicola. Rita e suo fratello sono molto legati fra loro, tant’è che quando Nicola inizia la sua ascesa nel mondo della droga, confida tutti i segreti suoi e di Partanna alla sorella: i nomi delle persone coinvolte nell’omicidio del padre, il movente, i nomi di chi comanda in paese.
Nel Giugno del ‘91, anche Nicola muore in un agguato. Sua moglie Piera, testimone dell’esecuzione, decide di denunciare tutto quello che sa e che ha visto alla polizia. La donna e i suoi figli vengono quindi allontanati da Partanna e trasferiti in una località segreta. Questa scelta influisce anche sulla vita di Rita che viene rinnegata dal fidanzato, Calogero Cascio (un giovane del suo paese impegnato nella raccolta del pizzo), perché cognata di una pentita. È Luglio, Rita d’improvviso si ritrova sola.
Passano pochi mesi e, a Novembre, la ragazza decide di seguire l’esempio di Piera e raccontare alle forze dell’ordine tutto quello che sa. All’epoca, il procuratore di Marsala è Paolo Borsellino che raccoglie le dichiarazioni di Rita. A Borsellino, la giovane consegna anche il suo diario, sul quale in precedenza aveva segnato tutte le confidenze fattele dal fratello. Grazie al coraggio di Rita e di Piera, la magistratura può iniziare a far luce su molte cosche mafiose del Trapanese e della Valle del Belice, avviando un’indagine sull’onorevole Vincenzino Culicchia, sindaco di Partanna per più di trent’anni.
Rita viene trasferita a Roma e costretta a frequenti cambi di residenza e di identità. Abbandonata e rinnegata dalla madre, che la accusa di aver disonorato la famiglia, Rita si lega a Borsellino, a zio Paolo (come comincia a chiamarlo), un uomo gentile con cui si sente al sicuro. È consapevole dei rischi della sua scelta – Falcone era stato assassinato a Maggio di quell’anno – ma sa di essere nel giusto e lo scrive anche nel suo tema della maturità. Poche parole, lucide, che descrivono la mafia, il suo mondo, la sua forza; eppure traspare, dalle parole di Rita, la voglia, il desiderio, la speranza – lecita di un’adolescente – di un mondo migliore:
La morte di una qualsiasi altra persona sarebbe apparsa scontata davanti ai nostri occhi, saremmo rimasti quasi impassibili davanti a quel fenomeno naturale che è la morte del giudice Falcone, per chi aveva riposto in lui fiducia, speranza, la speranza di un mondo nuovo, pulito, onesto, era un esempio di grandissimo coraggio, un esempio da seguire. Con lui è morta l’immagine dell’uomo che combatteva con armi lecite contro chi ti colpisce alle spalle, ti pugnala e ne è fiero. Mi chiedo per quanto tempo ancora si parlerà della sua morte, forse un mese, un anno, ma in tutto questo tempo solo pochi avranno la forza di continuare a lottare. Giudici, magistrati, collaboratori della giustizia, pentiti di mafia, oggi più che mai hanno paura, perché sentono dentro di essi che nessuno potrà proteggerli, nessuno se parlano troppo potrà salvarli da qualcosa che chiamano mafia.
Ma in verità dovranno proteggersi unicamente dai loro amici: onorevoli, avvocati, magistrati, uomini e donne che agli occhi altrui hanno un’immagine di alto prestigio sociale e che mai nessuno riuscirà a smascherare. Ascoltiamo, vediamo, facciamo ciò che ci comandano, alcuni per soldi, altri per paura, magari perché tuo padre volgarmente parlando è un boss e tu come lui sarai il capo di una grande organizzazione, il capo di uomini che basterà che tu schiocchi un dito e faranno ciò che vorrai.
Ti serviranno, ti aiuteranno a fare soldi senza tener conto di nulla e di niente, non esiste in loro cuore, e tanto meno anima. La loro vera madre è la mafia, un modo di essere comprensibile a pochi.
Ecco, con la morte di Falcone quegli uomini ci hanno voluto dire che loro vinceranno sempre, che sono i più forti, che hanno il potere di uccidere chiunque. Un segnale che è arrivato frastornante e pauroso. I primi effetti si stanno facendo vedere immediatamente, i primi pentiti ritireranno le loro dichiarazioni, c’e chi ha paura come Contorno, che accusa la giustizia di dargli poca protezione. Ma cosa possono fare ministri, polizia, carabinieri? Se domandi protezione, te la danno, ma ti accorgi che non hanno mezzi per rassicurare la tua incolumità, manca personale, mancano macchine blindate, mancano le leggi che ti assicurino che nessuno scoprirà dove sei. Non possono darti un’altra identità, scappi dalla mafia che ha tutto ciò che vuole, per rifugiarti nella giustizia che non ha le armi per lottare.
L’unica speranza è non arrendersi mai. Finché giudici come Falcone, Paolo Borsellino e tanti come loro vivranno, non bisogna arrendersi mai, e la giustizia e la verità vivrà contro tutto e tutti.
L’unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo.
Rita non ce l’ha fatta: la strage di via D’Amelio ha una vittima in più.



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