
È trascorso un anno dal brutale omicidio di Emanuele Morganti, il 20enne di Alatri massacrato di botte all’uscita di un locale. Una vicenda che ha scosso profondamente non solo la piccola comunità del frusinate ma l’intero Paese.
Tutto inizia attorno all’una e trenta del 25 marzo. Emanuele, in compagnia della fidanzata e di cinque amici, si dirige al Mirò (questo il nome del club) per consumare alcuni drink. Il locale, quella sera, è molto affollato. Emanuele e la sua ragazza si avvicinano al bancone per ordinare quattro shot di tequila, quando – improvvisamente – vengono infastiditi da un ragazzo ubriaco. Quest’ultimo dapprima importuna la barista, poi si avventa su Emanuele, strattonandolo e tirandogli contro un portatovaglioli.
In quel momento intervengono i buttafuori, trascinando Emanuele fuori dal locale. In seguito viene appurato che l’aggressore non è albanese come si pensava all’inizio, bensì italiano. Il giovane non prenderà parte al linciaggio di gruppo che si consumerà poco più tardi. All’esterno del Mirò, infatti, si accende una discussione tra Emanuele, i suoi amici e i buttafuori. Le responsabilità di ciascuna parte sono ancora da verificare.
La fidanzata della giovane vittima racconta che il suo compagno viene picchiato ripetutamente dagli addetti alla sicurezza del locale. Gli amici lo aiutano a divincolarsi, ma Emanuele viene raggiunto da una decina di persone. È in quel momento che inizia un vero e proprio linciaggio. Alcuni testimoni riferiscono di aver visto il ragazzo aggredito addirittura a colpi di manganello. Un accanimento lungo e violento, ma gli amici di Emanuele riescono ancora una volta a sottrarlo a quell’inspiegata ferocia.
Purtroppo gli agiti brutali non cessano: il ragazzo viene accerchiato nuovamente dal gruppetto, questa volta senza avere scampo. Un colpo lo raggiunge in pieno volto, facendogli perdere l’equilibrio. Emanuele cade, battendo violentemente il capo contro la portiera di un’automobile. Sono le due di notte. I suoi amici provano a soccorrerlo, allertando anche i carabinieri. Arriva l’ambulanza. Il giovane, ricoverato in gravissime condizioni all’Umberto I di Roma, morirà domenica sera. La fidanzata della vittima racconta:
Emanuele è stato picchiato prima all’interno del locale, perché credevano fosse stato lui ad importunare la barista. Ma non era vero. Lo hanno trascinato fuori, dandogli uno schiaffo. Non riusciva a capire perché si fossero scagliati contro di lui, glielo aveva detto che non c’entrava niente. Fuori è stato accerchiato ed aggredito con violenza. Tutti urlavano, allora ho preso il telefonino per chiamare i carabinieri, ma qualcuno mi ha detto che erano già stati avvertiti. Sono riuscita ad arrivare dov’era quel gruppo. Ad un certo punto ho visto Gianmarco, un nostro amico, sconvolto e ferito. Emanuele era a terra, privo di sensi.
Perché Emanuele è stato vittima di tanta ferocia? E, soprattutto, ad opera di chi?
Uno scambio di persona, probabilmente. Nel mirino della banda di picchiatori c’era qualcun altro. Sul movente non ci sono certezze, ma pare che il gesto sia stato compiuto con l’intento di mostrare una sorta di dominio del gruppo sul proprio territorio. Ad alimentare la violenza del branco, anche uno stato psichico poco lucido. Arrestati con l’accusa di omicidio volontario aggravato da futili motivi, Franco Castagnacci (50 anni), il figlio Mario (27), Paolo Palmisani (24) e Michel Fortuna (25).



Lascia un commento