
Una storia, quella di Noemi, che sembra ricordarne tante altre. Forse troppe. Cambiano i vissuti, i luoghi e l’età anagrafica delle vittime, ma le modalità attraverso cui prende forma la violenza, per poi essere brutalmente perpetrata, sembrano essere legate ad un comune denominatore. E c’è un filo sottile a cui molte donne cercano di aggrapparsi, sfuggendo ad un mondo fatto di urla mute, soprusi e rassegnazioni.
Eppure, quasi mai è semplice uscirne. Nella maggior parte dei casi le vittime rimangono intrappolate nella spirale della violenza, divorate dai traumi subiti, completamente sopraffatte da emozioni negative e contrastanti. Le donne maltrattate stentano a parlare della propria condizione, spesso anche solo per pudore. Quando, però, i segni delle aggressioni fisiche appaiono inconfutabili, intervenire diventa un dovere morale a cui nessuno dovrebbe sottrarsi. È questa l’unica strada percorribile per scongiurare un finale ancor più drammatico.
La madre di Noemi non aveva esitato neppure un attimo: vedendo la figlia arrivare a casa con il volto tumefatto, aveva capito immediatamente che era successo qualcosa di grave. Da qui la decisione di denunciare il fidanzato 17enne della ragazza. Che la loro fosse una relazione tormentata era noto a tutti. Non un rapporto normale tra due adolescenti, ma una storia fatta di litigi, tensioni, attriti. Noemi di questo era consapevole: sul suo profilo Facebook, poco prima di sparire nel nulla, scriveva:
Non è amore se fa male. Non è amore se ti controlla. Non è amore se ti picchia. Non è amore se ti umilia. Il nome è abuso. E tu meriti l’amore.
Un cattivo presagio, forse, o la volontà di esternare l’angoscia vissuta in quei momenti? Noemi scompare domenica 3 settembre. I familiari si allarmano immediatamente, partono così le ricerche. La ragazza si è allontanata dalla sua casa di Specchia – nel leccese – alle 5:00 del mattino senza portare nulla con sé, neppure l’inseparabile cellulare. Credeva, forse, di rientrare quanto prima? Il pensiero della famiglia è andato subito al fidanzato, mostratosi violento anche in passato. A nulla era servito osteggiare quella relazione: i due adolescenti – infatti – avevano continuato a frequentarsi senza il consenso dei genitori, sia dell’uno che dell’altra.
In un primo momento si era pensato che i due potessero essere scappati assieme. L’ultima immagine di Noemi viene catturata da una telecamera di videosorveglianza: alle 4.55 del mattino la ragazza sale a bordo di una FIAT 500 bianca, proprio quella del fidanzato. Dai frammenti video non sembra evincersi alcun diverbio o cenno di litigio tra i due, resta il fatto che da quel momento si perdono le tracce della sedicenne.
Le squadre di ricerca, nei giorni successivi, ispezionano grotte e pozzi senza alcun esito. La speranza è che Noemi sia viva, da qualche parte. Col passare del tempo, il silenzio diventa assordante. Si affievolisce, così, l’ipotesi iniziale dell’allontanamento volontario. I Carabinieri, allora, decidono di mettere sotto torchio il 17enne che, alla fine, confessa l’omicidio:
L’ho uccisa io, voleva lasciarmi.
Il giovane ha poi condotto gli inquirenti sul posto dove ha occultato il corpo della povera Noemi. La ragazza sarebbe stata uccisa con alcuni colpi di pietra, ma solo l’autopsia potrà dare certezze in merito. Da una prima TAC effettuata sul cadavere della vittima, infatti, non si evincerebbero segni di fratture scheletriche. L’unico punto fermo sembra essere la data della morte: Noemi è stata uccisa all’alba di quel 3 settembre. Un omicidio premeditato, aggravato dalla crudeltà e dai futili motivi. Il carnefice, finora, non ha mostrato alcun segno di pentimento.
Una cosa è certa: la vita di Noemi Durini poteva e doveva essere salvata. Dopo la denuncia per maltrattamenti effettuata dalla madre della giovane nei confronti del fidanzato, era stato avviato un provvedimento di tutela. I servizi sociali avrebbero dovuto prendere in carico Noemi, data la situazione di forte disagio che stava affrontando. Purtroppo, l’iter burocratico ha avuto un pessimo tempismo, facendo sì che il via libera per l’affidamento ai servizi sociali arrivasse il 5 settembre, quando la giovane non solo era scomparsa da due giorni, ma era ormai già vittima dell’ennesimo caso di femminicidio.


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