
Su disposizione del gip di Varese e su richiesta del sostituto pg di Milano, Carmen Manfredda, la polizia ha arrestato un uomo per l’omicidio di Lidia Macchi, la studentessa trovata morta in un bosco, in provincia di Varese, nel 1987.
Il 7 gennaio 1987 la giovane era andata a trovare un’amica ricoverata all’ospedale di Cittiglio, senza fare ritorno a casa. Due giorni dopo fu trovata morta, uccisa da ben 29 coltellate. Lidia aveva solo 20 anni, studiava Giurisprudenza alla Statale di Milano ed era capo scout nella sua parrocchia di Varese.
L’uomo arrestato per l’omicidio della donna, avvenuto trent’anni fa, si chiama Stefano Binda, ha 47 anni e sarebbe colui che, nel giorno dei funerali della ragazza, ha inviato una lettera anonima alla famiglia Macchi, intitolata “In morte di un’amica”, che conteneva chiari ed inquietanti riferimenti all’omicidio di Lidia.
Nell’ambito della nuova inchiesta, riaperta nel 2013 dal sostituto procuratore generale di Milano, è stata anche archiviata la posizione di un religioso che conosceva bene la ragazza, sempre formalmente sospettato.
L’inchiesta milanese ha riguardato anche Giuseppe Piccolomo, già condannato all’ergastolo per il cosiddetto “Delitto delle mani mozzate”, avvenuto sempre in provincia di Varese. Nei mesi scorsi, però, una perizia sui reperti ritrovati sul corpo e nell’auto di Lidia Macchi ha portato a scagionare l’uomo.




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