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Meglio il delitto, che il disonore: Vincenzo Brunzo uccide il fratello Aldo

13 Gennaio 2017 da Webmaster Lascia un commento

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Di Ferdinando Terlizzi

L’ambigua figura del fratello sacerdote che l’obbligò a sposare la sua amante. Il delitto maturato in un’atmosfera “boccaccesca”. Il sacerdote avrebbe avuto rapporti sessuali con due sorelle, di cui una minorenne e l’altra imposta come moglie al fratello. La pubblica accusa ritenne che ci fu consiglio di famiglia: “Meglio il delitto, che la vergogna e il disonore”. Sequestrata una fitta corrispondenza epistolare tra i due amanti. Mandato di cattura per il prete (già detenuto per concorso in omicidio) per violenza sessuale ai danni di una minorenne.

Sangue, soldi e sesso, questi  gli ingredienti di un delitto (fratricida) con al centro l’ambigua figura di un prete, Andrea Brunzo, di anni 38, fratello dell’assassino e della vittima, che provocò il risentimento per la sua scandalosa relazione sessuale con una ragazza, Paolina Dello Iacono, 22enne, bella e precoce contadinotta di Casaluce, che poi “impose” quale moglie al fratello Aldo (32 anni, agricoltore) rimasto ucciso per mano del fratello Vincenzo (47 anni, agricoltore).

Si pensi, oltretutto, che questa vicenda – che fece un enorme scalpore – si svolse il 21 Aprile del 1953. Ai carabinieri giunse la notizia che alla Vittorio Veneto vi era stata poco prima una sparatoria. I militi giunti sul posto trovarono un gruppo di persone dal quale seppero che il ferito era stato trasportato all’ospedale di Aversa e che era stato fatto oggetto di numerosi colpi di arma da fuoco da un suo fratello. Poiché la sue condizioni di salute si erano notevolmente aggravate, in serata venne trasportato nella sua abitazione alla via Chiesa 28, dove morì verso la mezzanotte.

Sul posto si recò anche il Vice Pretore Onorario, l’Avvocato Pasquale Farinaro,  e lo sparatore venne identificato per Vincenzo Brunzo che nel frattempo si era dato alla latitanza. Le prime indagini appurarono che, qualche giorno prima del delitto, al sacerdote Andrea Brunzo, insegnante presso il Seminario di Cava dei Tirreni era giunto un telegramma da parte della sorella Angelina (40 anni, casalinga), con il quale lo invitava a rientrare con urgenza per un grave fatto che si era verificato in famiglia. Il sacerdote, ottenuto il permesso dei superiori, giunse in serata a Casaluce e andò a casa della sorella che trovò a letto. La stessa – esibendo un certificato medico redatto dal dottor Raffaele D’amore, medico condotto di Casaluce, dal quale si evinceva che la donna aveva riportato lesioni guaribili in vari giorni – raccontò di essere stata presa a calci dal fratello Aldo a causa di una lite avuta con la moglie di quest’ultimo, Paolina Dello Iacono.

Le cause delle lite tra la Brunzo e la cognata scaturirono dal fatto che la prima era stata sorpresa dalla seconda a prendere del vino da un recipiente di pertinenza di quest’ultima, esistente nello stesso scantinato in comune in quanto le due famiglie abitavano in ambienti contigui. Da tale causale, però, le donne trassero motivo per riesumare argomenti gravi di interessi e onore, che avevano sempre costituito il pomo della discordia fra le stesse ed i fratelli Aldo e il sacerdote Andrea Brunzo. Quest’ultimo, infatti, oltre che ebbe praticamente a disporre della ripartizione fra tutti i germani dei beni lasciati dal padre alla sua morte, influì anche in modo determinante nelle nozze contratte dal fratello con la Paolina Dello Iacono. In merito a tali nozze, infatti, varie voci erano sempre corse in Casaluce poiché la giovane in precedenza frequentava con assiduità la chiesa in contrada Aprano, ove il sacerdote esercitava il suo ministero quale vice parroco.

Vox populi additava la giovane quale amante del sacerdote e le voci si fecero più consistenti allorquando, in occasione delle nozze, il sacerdote non soltanto si decise ad un atto di generosità rinunciando alla sua quota ereditaria del fabbricato paterno in favore del fratello Aldo (convolato a giuste nozze), ma indusse (leggi costrinse) anche la sorella Angelina a fare altrettanto, riservando per tale sorella soltanto l’usufrutto a condizione tuttavia che egli avesse acconsentito a una vita comune con lui e la sorella.

Dopo le nozze, frequenti divennero le liti fra il reverendo e il fratello Aldo e tra questi e la sorella Angelina, la quale non era mai andata d’accordo con la cognata contribuendo a mantenere l’atmosfera di sospetto e sordidi rancori in tutti i componenti della famiglia. In ultimo, da qualche tempo i rapporti fra il sacerdote ed il fratello Aldo erano andati via via intorbidendosi per un complesso di motivi di onore e interesse: Andrea Brunzo aveva, infatti, indotto il germano a sposare il 5 marzo del 1950 la Paolina Dello Iacono che pare non fosse stata trovata “vergine” all’atto della consumazione del matrimonio. Tale circostanza messa in relazione con la voce diffusissima in paese – che rapporti intimi fossero intercorsi fra la Dello Iacono e il sacerdote, sia prima che dopo il matrimonio – aveva ingenerato nello animo di Aldo Brunzo un sordo rancore contro costui che perciò, rendendosi conto della impossibilità della desiderata vita in comune, si era deciso a lasciare la carica di vice parroco della frazione Aprano. Allontanarsi da Casaluce e trasferendosi a Cava dei Tirreni per insegnare matematica in quel seminario.

Il luogo del delitto Brunzo

Nella casa paterna, ove erano rimasti Aldo, la moglie, e la sorella Angelina, le cose non erano migliorate. I rapporti fra le due donne, e di riflesso quello fra l’Aldo e la sorella, erano andati peggiorando rapidamente tornando di frequente i presunti rapporti della Paolina col sacerdote sulla bocca della Angelina, che anzi aveva finito con l’invitare il fratello e la cognata a rilasciarle la casa, o quantomeno a corrisponderle adeguato compenso. Il dissidio, acuito dalla pretesa dell’Angelina cui l’Aldo aveva dovuto far buon viso per evitare il peggio, era scoppiato in tutta la sua violenza il giorno 11 aprile quando Aldo, traendo spunto da un banale incidente verificatosi fra le due donne nel cortile comune, aveva percosso la sorella dandole dei calci all’addome. Tale episodio ed i naturali suoi strascichi avevano finito con l’indurre l’Angelina – che peraltro si era fatta visitare immediatamente dal medico per farsi rilasciare regolare referto – a richiedere l’intervento del fratello Andrea, cui difatti aveva telegrafato il successivo giorno richiedendo la sua presenza in Casaluce.

Il sacerdote la sera stessa era giunto colà e il giorno successivo, dopo aver preso contatto col suo legale Dario Cristiano e con il dottor D’amore, dal quale aveva fatto visitare nuovamente la sorella, aveva tenuto in casa di quest’ultima – verso le ore 20.00 – una riunione alla quale avevano partecipato, oltre alla sorella fattasi trovare a letto e l’Aldo, aveva mandato a chiamare anche il fratello Crescenzo, la moglie di costui, Giovanna Di Costanzo, nonché l’altra cognata Anna Di Martino, moglie dell’altro fratello Salvatore. La riunione, però, non aveva avuto esito felice; anzi gli animi si erano tanto eccitati che il sacerdote aveva finito col minacciare il fratello Aldo di denunciarlo per le lesioni cagionate alla sorella e Aldo Brunzo, che per poco non si era con lui colluttato, si era allontanato minacciando a sua volta di attendere per strada il sacerdote e rendere di pubblico dominio quanto era a sua conoscenza circa la relazione da lui tenuta con la propria moglie.

Atmosfera incandescente quindi e conseguente consiglio di famiglia: meglio il delitto, che la vergogna e il disonore. Precisarono, infatti, i carabinieri – la cui indagine era stata avocata dalla Compagnia di Aversa e le relative e delicate indagini affidate al capo della Squadra di Polizia Giudiziaria della Procura della Repubblica, il Brigadiere Aniello Romanucci (un soggetto passato alla storia per i suoi modi bruschi di fare indagini) – che dalle parole lasciatesi sfuggire dalla Di Costanzo e dalla Di Martino era stato dato di assodare altresì che allontanandosi Aldo Brunzo, subito dopo le minacce proferite, i fratelli Andrea e Crescenzo erano discesi subito al pianterreno della casa e quivi si erano incontrati con l’altro fratello Vincenzo col quale si erano trattenuti brevemente a parlare.

Poi tutti e tre erano usciti in strada seguendo l’Aldo, che su di una bicicletta li aveva sorpassati dirigendosi verso via Monte. Quivi, qualche attimo dopo, gli avevano sparato e gravemente ferito. A questo punto le versioni sono contrastanti: la verità dell’imputato, la verità degli inquirenti? La verità giudiziale? La verità ha più volte affermato il Presidente Giovanni Leone è inafferrabile!

Giovanni Brunzo ammise subito di essere stato l’unico responsabile materiale dell’uccisione del fratello (scagionando gli altri fratelli, compreso il prete) dovuta, però, a circostanza assolutamente accidentale e conseguente a “legittima” difesa. Pertanto egli precisò che il fratello Aldo ebbe ad ingiungergli di allontanarsi, altrimenti gli avrebbe sparato e, in dipendenza di ciò, egli aveva tentato di disarmarlo afferrandogli la sua mano destra armata di pistola. Ma era accidentalmente partito il colpo che ne aveva provocato la morte.

Dal delitto – come era ovvio – uscì fuori anche la parte pruriginosa del processo: le frequentazioni sessuali del sacerdote, le corna di fidanzate e mogli infedeli. Anche se poi molte illazioni furono smentite dalle perizie ufficiali. Ve ne furono tre. La autoptica, effettuata nel cimitero di Lusciano sulla salma della vittima dai medici sammaritani Pasquale Tagliacozzi e Mario Pugliese, con la consulenza del professore Francesco Tarsitano; quella balistica, sul proiettile rinvenuto nel corpo di Aldo Brunzo, affidata al dottor Vito Amedeo Claps (la pallottola risultò calibro 32 americano, partita da un revolver a tamburo, marca Smith.)

Nel corso del dibattimento si sviluppò un accanito dibattito tra le parti per il possesso della pistola, che secondo gli inquirenti apparteneva al sacerdote. La terza perizia, la più delicata, fu quella ginecologica affidata al Dottor Mario Pugliese sulla ragazza Caterina Dello Iacono, anni 20, nubile, casalinga che – secondo l’accusa – era stata fatta oggetto delle attenzioni del sacerdote, oltre alla moglie del fratello. L’esito però diede un risultato sorprendente: la ragazza non era stata deflorata e non aveva avuto rapporti anali. Ma su questi e su altri episodi “boccacceschi” vi furono denunce specifiche. Secondo i carabinieri il sacerdote aveva avuto rapporti con le due sorelle Paolina e Caterina Dello Iacono. La prima minorenne, la seconda imposta come moglie al fratello, vittima del delitto.

VICENDA GIUDIZIARIA

Il 13 Agosto 1954 il Giudice Istruttore – allegando alcuni precedenti penali che avevano interessato sia il sacerdote Andrea Brunzo che la sorella Angelina e Celestina Torrembacco, ex fidanzata di Aldo Brunzo, prima che sposasse la Paolina Dello Iacono – su conforme richiesta del Pubblico ministero ordinò il rinvio a giudizio, innanzi alla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, del solo Vincenzo Brunzo per rispondere del fratricidio che gli era stato contestato.

Con la stessa sentenza il giudice dichiarò il “non doversi procedere” a carico del sacerdote Andrea Brunzo e del fratello Crescenzo per concorso in omicidio “per insufficienza di prove”. Assolse il sacerdote dalla violenza carnale nei confronti della Paolina Dello Iacono “perché il fatto non sussisteva” e per gli atti di libidine contro la stessa “perché il fatto non costituisce reato”.

La Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (composta da Giovanni Morfino, presidente; Ugo del Matto, giudice a latere; pubblico ministero, Nicola Damiani) con sentenza del 23 Ottobre 1956 condannò Vincenzo Brunzo per il fratricidio, con la concessione delle attenuanti generiche, ad anni 20 di reclusione. Gli imputati e i difensori, per la verità numerosi e tutti valorosi, avevano sostenuto fin dalle prime battute istruttorie che il delitto “non era stato premeditato”, che i rapporti del sacerdote con le donne erano “inventati”, e che l’omicidio era avvenuto “accidentalmente” durante la colluttazione sorta per disarmare il fratello.

In Appello, infatti, il delitto venne ridimensionato e “ghettizzato” in un omicidio “preterintenzionale”. La Corte di Assise di Appello, infatti,  (composta da Emanuele Montefusco, presidente; Mario Sabelli, giudice a latere; procuratore generale e pubblico ministero, Ignazio Custo) in aderenza alle tesi difensive, con sentenza del 10 Dicembre 1960,  ridusse la pena ad anni 14, derubricando il reato in omicidio preterintenzionale. La difesa, dopo la derubricazione del delitto da volontario a preterintenzionale, non si accontentò e pretese ancora una diversa configurazione del fatto e cioè insisté per l’omicidio colposo. Infatti, fu inoltrato un ulteriore ricorso in Cassazione con varie motivazioni:

La Corte di Assise di Appello – chiarirono i difensori – ha rigettato il motivo di gravame col quale era stata chiesta la definizione del fatto con una motivazione vaga, contraddittoria ed insufficiente, accettandosi, nell’accoglimento dei rilievi difensivi sull’insussistenza della volontà omicida moltissime argomentazioni contenute nei motivi di appello, ma svalutandosi le stesse argomentazioni che pure avrebbero dovute condurre all’accoglimento del motivo principale proposto. Specificatamente venne dedotto l’errore dei primi giudici che avevano invocato la causale di odio fra il defunto Aldo Brunzo ed il prosciolto prete Andrea Brunzo, per giustificare il primo col convincimento che l’imputato avesse voluto e cagionato la morte. Non causale di odio per interesse o di solidarietà con il prete, non desiderio di occultare lo scandalo (già trapelato), non gelosia di interessi economici delusi, non ‘volontaria adesione a protervi sentimenti’ di altri mossero l’imputato Vincenzo Brunzo che il giudice di appello definisce ‘incensurato, laborioso e onesto padre di famiglia’.

La difesa appellante aveva però proposto al giudice di appello una questione di estrema importanza che venne totalmente trascurata: voleva l’Aldo uccidere il fratello prete? Aldo lo aveva minacciato (da ricordare la frase: “Chi mi ha ingannato deve morire!”) già in precedenza e lo minacciò ancora la sera della tragedia (“Ti devo fare la sentinella!”, frase riportata anche nella sentenza di II grado). Secondo i riferimenti della Paolina Dello Iacono, ex amante del prete e moglie del fratello vittima del delitto, Aldo iniziò l’attuazione del suo proposito omicida dopo il drammatico colloquio col fratello prelato. Andò a casa se non per armarsi, ne uscì in bicicletta per andare in una via solitaria e attendere il parroco che doveva passare.

Perché Vincenzo Brunzo (l’assassino) andò verso l’Aldo (la vittima) che era in agguato?

Pare logico e vero che Vincenzo Brunzo, impensieritosi della più acuta tensione quella sera manifestatosi fra l’Aldo e l’Andrea e indi allarmato a veder Aldo muovere sulla stessa strada ove si erano incamminati Andrea e Crescenzo, abbia voluto intervenire, così come dice con la sola autorità di fratello maggiore, onde pacificare quegli che appariva in quel momento più arrabbiato e minaccioso, e cioè Aldo, e così lo abbia raggiunto esortandolo ad acquietarsi . Ed allora sarà bastato un incauto ingiusto rimprovero dell’uno e una permalosa o minacciosa replica dell’altro scambiati in quelle poche frasi a suscitare l’ira dell’intenzionale paciere e ad armarne la mano traendolo al delittuoso sparo.

L’avvocato Giuseppe Marrocco

Nessuna considerazione hanno avuto i rilievi della difesa sulla scarsa attendibilità dei due ragazzi Saverio Felaco e Valentino Moccia, che in dibattimento “sapientemente” non ricordarono più nulla sui contrasti fra il fatto narrato dai ragazzi (colpo a distanza, offensore in piedi ed offeso sulla bicicletta) e fra quello ricostruito sulla prova generica (colpo a bruciapelo, ferita da sinistra a destra, dall’alto verso il basso, offeso ed offensore sullo stesso piano).

Tutto sommato, sopito lo scandalo, arrivate le sentenze con il dubbio e l’insufficienza di prove anche per i reati “pruriginosi” il delitto venne pagato ben poco. Nei 4 gradi di giudizio, con denunce e querele, con imputati e parti lese, gli avvocati impegnati formarono un cast eccezionale: Luigi Patroni Griffi, Giacinto Mazzucca, Alfredo De Marsico, Pasquale Purificato, Giovanni Porzio, Luciano Numeroso, Vincenzo Romeo, Giovanni Leone e  Giuseppe Marrocco.     

Fonte: Archivio di Stato di Caserta

© Riproduzione riservata

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