Di Nunzia Procida
Al centro degli studi di Gary Becker (Pottsville, 2 dicembre 1930 – Chicago, 3 maggio 2014), premio Nobel per l’Economia nel 1992, ci sono argomenti meno ovvi di quanto ci si aspetterebbe dal suo ambito di riferimento: matrimonio, divorzio, genitorialità, fecondità, crimini, punizioni, cauzioni. Questo perché Becker comprende che alla base degli spostamenti economici ci sono le persone: il capitale umano. Analizzando la società capitalista – fondata sul dominio del denaro – in relazione al rapporto crimine/sanzione, lo studioso si accorge che l’ammenda economica (la multa e/o il risarcimento pecuniario) è la soluzione punitiva più razionale.
Riportando la discussione sul piano economico, il reato può essere considerato come una transazione (non consensuale) che trasferisce qualcosa dalla vittima al reo. Volendo ristabilire gli equilibri e rendere giustizia alla vittima, l’operazione da seguire è quella di una transazione reciproca alla precedente (anche questa non consensuale) di ordine opposto che trasferisca qualcosa dal reo alla vittima. Inoltre, per essere ed avere effetto dissuasivo, la sanzione economica deve essere proporzionale al reddito del reo e deve essere stabilita in misura tale da annullare ogni possibile guadagno ottenibile dal compimento del crimine.
Prendendo in prestito il modello della teoria economica della scelta (anche quella criminale), possiamo ipotizzare che tutti gli individui – criminali e non – rispondono a incentivi in base a costi e benefici derivati dalle azioni, e che in base a questi le scelte di ciascuno tendono a modificarsi. L’approccio economico, dunque, ci suggerisce che un agente tenderà a delinquere se il beneficio sarà superiore all’eventuale costo da pagare (la pena): “l’individuo che contempla un’azione criminale deciderà di compiere un crimine solo se si aspetta che ciò avrà risultati più soddisfacenti rispetto a quelli attesi dal non farlo” [1] . La pena, quindi, deve tendenzialmente essere proporzionata al reato.
Il protagonista di Prendi i soldi e scappa (Woody Allen, 1969), Virgil Starkwell (interpretato dallo stesso Allen), fa del furto la sua missione di vita perché, a suo avviso, si sente incapace di fare altro: fin da piccolo, infatti, mentre soffre la violenza dei bulli del suo quartiere, che si divertono a calpestargli con non celata cattiveria gli occhiali, inizia a raccogliere i primi insuccessi come ladro. Il personaggio di Virgil viene presentato da una voce fuori campo come “un bambino eccezionalmente intelligente, di ottimo carattere”, elementi che non tendono a motivare le sue azioni future: “già all’età di 25 anni sarà ricercato dalla Polizia di sei Stati per furto aggravato, rapina a mano armata e sosta vietata continuata” come, invece, riesce l’ambiente che lo circonda: “un esuberante quartiere dove l’indice di criminalità è il più alto di tutto il Paese. […] Vivendo praticamente in strada, Virgil entra già in tenera età nel mondo del crimine; il suo fallimento è sensazionale: sfugge a mala pena ad una guardia ma rimane catturato da una macchinetta distributrice”.
A 18 anni avviene la svolta: “Virgil abbandona gli studi; quello che desidera è entrare a far parte di una delle gang del quartiere per realizzarsi ed esprimere la propria virilità. […] Incapace di integrarsi nell’ambiente che lo circonda, Virgil decide di diventare un lupo solitario, insomma di mettersi in proprio”. Accade quindi che un giorno, Virgil entra in un negozio e ruba dalla vetrina del bancone una pistola; con questa minaccia due agenti che stanno svuotando un furgoncino pieno di banconote e, dopo averne preso un sacco, scappa col malloppo. Questi lo rincorrono, sparano diversi colpi nella sua direzione e quando Virgil, trovatosi in una strada senza uscita, tenta di rispondere al fuoco si accorge che l’arma è, in realtà, un accendino. Il nostro viene allora catturato, inaugurando così il suo iter penitenziario che prevede numerose tentate fughe e altrettanti ritorni in carcere. Vale la pena ricordare la sua prima evasione: minacciata la guardia penitenziaria con una saponetta modellata a mo’ di pistola e colorata con del lucido per le scarpe, la conduce verso l’esterno della costruzione ma, poiché piove, l’arma si scioglie producendo una copiosa schiuma.
Girato come un mockumentary (falso documentario), Prendi i soldi e scappa racconta, in realtà, non un temerario criminale ma il più fallimentare di essi. Virgil colleziona esclusivamente tentativi di rapina non riusciti: da quella a un negozio di animali dove viene rincorso da un gorilla al furto ad un’anziana donna della borsetta, che scoprirà contenere esclusivamente catene di metallo. Quando, nel parco, si ritrova a scorgere una potenziale vittima, una giovane donna intenta a dipingere, finisce persino per innamorarsene: “[Luise] era così tenera, così dolce […] che dopo 15 minuti avevo già deciso di sposarla; dopo mezz’ora avevo rinunziato del tutto all’idea di rubarle la borsetta”.
“Spinto dall’amore, Virgil cerca di dare ordine alla sua vita con un colpo da maestro”: una rapina in banca. Si reca allo sportello presentando un foglio dove ha scritto “mettete sul banco $15.000 e agite con calma. Vi tengo sotto tiro”. L’assurdo non risiede nella metodologia della richiesta e nella tranquillità che alberga nel personale della banca nel gestirla, ma nella discussione che si apre sull’ortografia del messaggio. Per questa sventata rapina, Virgil viene condannato a 10 anni “da scontarsi nella prigione più terribile dello Stato”. Dal carcere, Virgil riesce a scappare e a raggiungere Luise per sposarla. Trova un onesto impiego in una società assicurativa dove diventa vittima di Miss Blaire che, scoperta la sua vera identità, minaccia di denunciarlo alla polizia.
Dopo aver tentato di ammazzare la sua ricattatrice, Virgil scappa verso Sud con la famiglia e qui ricomincia a delinquere: con altri malcapitati organizza una “rapina che era così brillante, acuta che, a cose fatte, venne considerata un capolavoro da tutti gli occupanti delle celle del mio braccio”. Il progetto, infatti, non ebbe gli esiti sperati: “Tutti i membri della banda ebbero 5 anni, Virgil ne ebbe 10 da scontare, questa volta, ai lavori forzati in un cantiere stradale”. Legato ad altri cinque galeotti riesce a scappare dalla cava di pietra e a riprendere il suo percorso criminale.
Dopo essere stato catturato da un suo vecchio amico d’infanzia, viene processato per 52 reati e condannato a 800 anni di reclusione.
Al termine del film, un giornalista gli chiede: “Ora che sei stato catturato e hai davanti a te una lunga pena da espiare, provi qualche pentimento per aver scelto la vita del criminale?” E Virgil risponde: “Io credo che il delitto, alla lunga, renda bene e che, insomma, offra soddisfazioni: le ore di lavoro non sono molte, non dipendi da nessuno, viaggi, conosci gente interessante. Insomma, è un buon lavoro, in generale”. La relazione rischio/guadagno viene analizzata da Virgil che ne scorge i soli vantaggi e non considera le pesanti sanzioni che gli sono state sottoposte. Esattamente l’opposto di quanto avallato da Becker nel suo studio quando verifica quale utile può trarre un soggetto da un comportamento criminale: Virgil, nonostante abbia pagato più di quanto noi spettatori saremmo portati a pensare, ritornerebbe a delinquere. Fuori da ogni logica monetaria, potremmo azzardare che l’utile non è riscontrabile nel guadagno economico proveniente dal furto ma dall’euforia adrenalinica che si scatena nella fuga col bottino.
[1] P. Lattimore, A. Witte, Models of Decision-Making Under Uncertainty: The Criminal Choice (1986).



Lascia un commento