
Di Nunzia Procida
La paura di invecchiare, di essere “troppo vecchia per essere amata”, perché “il tempo non ha rispetto per la bellezza” è il cruccio di molte bellissime donne, regine, principesse che farebbero di tutto per arrestare l’avanzare dell’età, per mantenere candida la pelle.
Tra queste, singolare è la storia raccontata in La Contessa (Julie Delpy, 2009):
La Storia è un racconto narrato dai vincitori. Chi sono i vincitori? Barbari guerrieri, folli sovrani e avidi traditori. Forse la maggior parte delle nostre storie è composta da favole fabbricate da quei gloriosi vincitori. Questa è la storia della contessa Erzsébeth Báthory [… che] nacque in una delle famiglie più illustri d’Ungheria nel 1560. Venne data in sposa a Ferenc Nadasky fin dalla nascita. La Storia narra che, fin dalla più tenera età, Erzsébeth imparò ad essere impavida, insensibile, curiosa.
Ma, soprattutto, narra che Erzsébeth (qui interpretata dalla stessa regista) era innanzitutto la “Contessa sanguinaria” che, stando ai fatti riportati nel corso dei secoli, uccise e torturò oltre 600 ragazze nel castello di Cachtice, avuto dal suo sposo come regalo di nozze.
Qui Erzsébeth si circondò di persone che avevano i suoi stessi interessi – la tortura, la magia nera, l’occultismo – Helena Jo, Dorothea Szentes, Anna Darvulia. Erszsébeth era, come abbiamo anticipato, una bellissima donna e molti uomini – attratti per la sua bellezza e i suoi possedimenti – l’avrebbero presa volentieri in sposa quando, nel 1604, morì suo marito.
Durante una festa, Erzsébeth conobbe il giovane e aitante Istvan Thurzo (Daniel Brühl) e se ne innamorò ricambiata. La differenza d’età e le voci che giravano sull’onestà della Contessa, permisero al padre di Istvan di convincere il figlio di “essere uno dei tanti” e di sposare la sua promessa sposa. Erzsébeth soffrì molto la separazione e si convinse che la fine di quell’amore fosse lo sfiorire della sua giovinezza.
Quando, un giorno, una servetta le tirò una ciocca di capelli mentre la pettinava, Erzsébeth la picchiò finché uno schizzo di sangue non le finì addosso. Guardatosi il volto notò che qualcosa era cambiato: nessuno sa se ciò che vide nello specchio fosse frutto del sole mattutino che la illuminava in modo inconsueto o il segno che la sua mente vacillasse.
Da allora, lei si prese cura della ferita della ragazza, avendo poi cura di utilizzare le garze intrise di sangue sulla propria pelle perché, sempre più convinta, che cancellasse dal suo corpo i segni del tempo:
Guardate […] è la risposta di Dio alle mie preghiere. Non solo appare [più liscia] ma percepisco anche la pelle completamente diversa. Come se fossi più giovane. Penso che sia perché è una vergine: la purezza del suo sangue sembra essere il motivo per cui funziona. È davvero un miracolo.
Dicono che sia così che gli omicidi ebbero inizio. Per soddisfare la sua folle ricerca di eterna giovinezza e bellezza: aveva bisogno di sangue fresco ancora e ancora. Se proviamo a dare un senso alle azioni della Contessa, finiamo immancabilmente nella leggenda; ma ciò che è certo è che “Elisabetta non era folle, né succhiava il sangue, era semplicemente crudele, cinica e insensibile verso chi reputava di rango inferiore. Riteneva, insomma, legittimo esercitare il diritto di vita e di morte su chiunque considerasse di sua proprietà” [1] .
Con tutta probabilità, la sua crudeltà fu volutamente ingigantita per via di “una campagna diffamatoria che tentava di sbarazzarsi di una donna politicamente pericolosa poiché antiasburgica” [2] . Quando viene emesso il verdetto che la giudica colpevole dei numerosi omicidi, delle torture, della stregoneria condannandola ad essere murata viva in una stanza del suo castello, la Contessa si rivolge al padre di Istvan, Gyorgy Thurzo, che aveva condotto le indagini:
Elisabetta: “Avete orchestrato tutto questo in modo magistrale, devo dire.”
Gyorgy: “Voi avete ucciso donne innocenti. Centinaia.”
E) “Menzogne. Quanti innocenti avete sterminato durante la vostra ricerca di ricchezza?”
G) “La vostra persistenza nel negare la verità conferma solo che avete ormai perso la ragione.”
E) “[…] Il vostro racconto non fa che confermare che le donne sono pazze e vanesie e non dovrebbero avere il diritto di governare. La vostra storia terrà la plebe occupata per molto tempo. Sarà terrorizzata dal mito assetato di sangue in cui mi avete trasformata e dimenticherà i mali davvero reali.”
Il film della Delpy propone dunque un’analisi in chiave femminista della crudeltà umana, di come non si possa giustificare una sete di sangue in una donna, a differenza di quanto accade per gli uomini:
Dio mi hai abbandonata. In guerra a centinaia vengono uccisi e torturati. E sono lasciati a marcire e a sfamare gli avvoltoi. Eppure glorifichiamo i nostri guerrieri, dando loro corone d’alloro e onori. Eppure io non ottengo che tormenti: non posso essere umiliata così. […] Magari fossi nata uomo: ne avrei uccisi migliaia in battaglia; avrei conquistato paesi, bruciato streghe: sarei stata un eroe.
Elisabetta nacque donna e destinò tutta la sua crudeltà contro altre donne. Una crudeltà, il cui mito, echeggia da mezzo millennio e la cui ferocia ha interessato quanto la plebe tanto i nobili superando i confini del suo regno e raggiungendo le penne di scrittori, artisti, studiosi e, come in questo caso, registe.
© Riproduzione riservata
[1] S. Bonura, Le 101 donne più malvagie della Storia, Newton, 2011.
[2] Ivi.




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