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Il Gaudio e il Gladio: lo Spettacolo della Morte ne “Il Gladiatore”

23 Settembre 2016 da Webmaster Lascia un commento

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Di Nunzia Procida

Nell’immaginario collettivo contemporaneo, il gladiatore è uno solo:

Massimo Decimo Meridio, comandante dell’esercito del Nord, generale delle legioni Felix, servo leale dell’unico vero imperatore, Marco Aurelio. Padre di un figlio assassinato, marito di una moglie uccisa, il cui scopo è farsi vendetta in questa vita o nell’altra.

Massimo (Russell Crowe) è il protagonista de Il Gladiatore (Ridley Scott, 2000), film che racconta di come la gelosia di un figlio, Commodo (Joaquin Phoenix), per il proprio padre, l’imperatore Marco Aurelio (Richard Harris), e la sua bramosia di potere possano persino arrivare a distruggere il sogno di un intero popolo, quello romano. Marco Aurelio, infatti, vuole che, alla sua morte, sia Massimo a comandare Roma e non suo figlio Commodo.

Marco Aurelio: C’è un ultimo dovere che ti chiedo di compiere prima di tornare alla tua casa.

Massimo: Che cosa vuoi che faccia, Cesare?

Marco Aurelio: Voglio che tu divenga il protettore di Roma, dopo la mia morte. Te ne darò l’autorità… per un unico scopo: restituire il potere al popolo di Roma e porre fine alla corruzione che la rende abbietta.

Massimo: Con tutto il cuore no.

Marco Aurelio: Massimo, è per questo che devi essere tu!

Massimo: E Commodo?

Marco Aurelio: Commodo è un uomo senza moralità, lo sai sin da quando eri ragazzo… Commodo non può governare, non deve assolutamente governare. Tu sei il figlio che avrei dovuto avere.

Pervaso dalla gelosia, Commodo comanda ai suoi l’uccisione di Massimo e della sua famiglia. Sfuggito malapena alla morte, il generale viene ridotto in schiavitù, venduto a Proximo [1] (Oliver Reed), dal quale viene addestrato per partecipare ai giochi gladiatori.

Proximo: Io sono Proximo e per i pochi giorni che seguiranno, gli ultimi della vostra miserabile vita, […] non ho pagato per godere della vostra compagnia, ho pagato per trarre profitto dalla vostra morte, e come vostra madre era con voi al principio, io sarò con voi alla fine… e quando morirete, perché voi morirete, il vostro trapasso avverrà con questo suono: [Clap Clap Clap] Gladiatori, io vi saluto!

Nell’arena, la fama di Maximo comincia a crescere. Giunto a Roma, Massimo capisce che è arrivato il momento di vendicare la morte della moglie e del figlio uccidendo il nuovo imperatore, Commodo, dopo essere diventato il più grande campione dell’impero.

Nell’antica Roma, però, solo alcuni dei 3,5 milioni di gladiatori morti [2] nelle arene ottennero la stessa fama di cui godono – ad esempio – oggi i calciatori: la maggior parte di loro, infatti, morì nell’anonimato e, spesso, in modo del tutto ingloriosa. Dagli studi del dottor Karl Großschmidt e dell’archeologo Fabian Kanz, sui resti dei 67 gladiatori ritrovati ad Efeso, si evince che i gladiatori che la folla condannava a morte erano spesso ancora vivi quando venivano trascinati fuori dall’arena e, una volta lontani dagli occhi del pubblico, colpiti con un colpo di martello sulla testa da un boia.

Siccome i gladiatori erano schiavi e criminali, in genere i loro corpi venivano scaricati dentro fosse di rifiuti, tuttavia per un gladiatore di successo uno dei benefici era rappresentato dalla prospettiva di una sepoltura decorosa pagata dagli ammiratori riconoscenti [3] .

In origine i giochi tra gladiatori venivano organizzati in onore dei morti, allo scopo di immolare vittime agli déi. I Romani asserivano di aver ripreso la pratica dagli Etruschi – come lasciano supporre le testimonianze archeologiche riscontrate in pitture tombali, urne e sarcofagi e la somiglianza tra alcuni nomi tipici del mondo gladiatorio a parole etrusche – ma molti storici tendono invece a rintracciarne i natali nel popolo sannita che, effettivamente, ha lasciato tracce di combattimenti gladiatori che avvenivano in occasioni importanti.

Sacrificare i prigionieri di guerra e versane il sangue sulle tombe dei grandi guerrieri era una pratica diffusa in tutto il mondo: così la loro forza si trasferiva agli eroi e allo stesso tempo li vendicava in parte. Nondimeno di tanto in tanto i prigionieri venivano fatti combattere l’uno contro l’altro: non solo era più divertente che tagliar loro la gola su una tomba, ma spostava l’onere dell’uccisione dai sacerdoti ai compagni di prigionia. Consentiva inoltre uno sfoggio di clemenza verso un unico prigioniero fortunato, scelto dagli déi perché sopravvivesse. […] La generale assenza di combattimenti al di fuori del mondo romano impedisce di leggerli come l’inevitabile manifestazione di una universale sete di sangue degli uomini. I Romani fecero dei giochi una parte integrante della vita civile, uno spettacolo che rendeva insensibili i cittadini alla vista del sangue e del dolore e che al contempo eliminava i prigionieri di guerra e i criminali in eccesso. In quanto popolo guerriero con nemici da tutte le parti, i Romani dovevano abituarsi fin da piccoli alla morte violenta. Mediante l’esempio i giochi insegnavano come affrontare la morte con coraggio e dignità, avvaloravano l’importanza di essere romano mostrando schiavi, criminali e stranieri, oggetto di odio, che venivano fatti a pezzi [4].

Solo in un’ottica come questa, le parole di Proximo ai suoi gladiatori si dimostrano vere, profetiche e possono essere comprese:

Affondate la lama nella carne di un uomo, ed essi vi ameranno per questo.

[1] Grazie alla fortuna, all’abilità o al carisma, poteva anche capitare che un gladiatore si ritirasse dalla carriera vivo e libero. Spesso i gladiatori a riposo diventavano, proprio come Proximo, a loro volta allenatori o combattenti a contratto, molto pagati; altri si impiegavano come guardie del corpo e scagnozzi di qualcuno oppure entravano nel crimine. Si è calcolato che nell’epoca di Agusto (27 a.C. – 14 d.C.) soltanto il 20% dei combattimenti si concludeva con la morte, ma sotto imperatori successivi si arrivò al 50%. Cfr. K. Nossov, Gladiatori. Sangue e spettacolo nell’antica Roma, LEG, 2010.

combattenti a contratto, molto pagati; altri si impiegavano come guardie del corpo e scagnozzi di qualcuno oppure entravano nel crimine. Si è calcolato che nell’epoca di Agusto (27 a.C. – 14 d.C.) soltanto il 20% dei combattimenti si concludeva con la morte, ma sotto imperatori successivi si arrivò al 50%. Cfr. K. Nossov, Gladiatori. Sangue e spettacolo nell’antica Roma, LEG, 2010.

[2] Cfr. K. Hopkins e M. Beard, Il Colosseo: la storia e il mito, Laterza, 2006.

[3] M. White, Il libro nero dell’umanità. La cronaca e i numeri delle cento peggiori atrocità della storia, Ponte alle Grazie, 2011.

[4] Ivi.

© Riproduzione riservata

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