
Di Nunzia Procida
Scrive Pino Arlacchi:
Il contenuto intrinseco del concetto di onore si riferisce a due attributi ideali fondamentali dell’uomo e della donna: la virilità da una parte, la verginità e la pudicizia sessuale dall’altra. […] Essere un uomo significa […] dimostrare di essere orgogliosi e sicuri di sé, pronti a reagire con rapidità ed efficacia alle minacce dell’onore individuale e familiare che nascono numerose dall’arena sociale [1] .
Quando si registra una lesione nell’onore, la vendetta di sangue diventa un’azione obbligatoria che il resto della comunità attende. Ad un’eventuale non-vendetta consegue un allontanamento dalla comunità locale degli individui e dei gruppi privati dell’onore.
Ai tempi della guerra una contadina che aveva il marito il soldato divenne l’amante di uno […]. Quando il marito ritornò al paese capì subito, dalla freddezza dei saluti, che qualcosa di grave doveva essere successo all’onore suo e della famiglia. Venuto a sapere dal suo vecchio padre cosa era successo, non ebbe il coraggio di uccidere né la moglie né [… l’amante]. Dopo pochi mesi dovette partire per l’America. Nessuno lo teneva più nella minima considerazione. Perfino i bambini per la strada avevano cominciato a deriderlo [2] .
La sensibilità esasperata nei confronti dell’onore femminile, ergo familiare, ha suggerito al legislatore italiano le disposizioni sul delitto d’onore: art. 544 c.p. [3] sul matrimonio riparatore e art. 587 [4] sul delitto d’onore, articoli poi abrogati con la Legge n. 442 del 5 agosto 1981.
In Divorzio all’italiana (Pietro Germi, 1961), il delitto d’onore è la soluzione “all’italiana” al problema che affligge il barone Ferdinando, Fefè, Cefalù (Marcello Mastroianni): non potendo divorziare [5] dalla bruttina e petulante Rosalia (Daniela Rocca), come potrebbe coronare il suo sogno d’amore con la giovane e bella Angela (Stefania Sandrelli) se non ammazzando la moglie fedifraga?
A suggerirgli questa possibilità è un fatto di cronaca: una donna, Mariannina, ha sparato al suo uomo perché l’aveva tradita. Mentre “l’onore meridionale aveva trovato la sua eroina”, Mariannina era stata condannata a soli 8 anni di reclusione. Se anche Rosalia avesse avuto un amante Fefè avrebbe potuto sposare Angela. Preso il Codice Penale per cercare l’articolo di riferimento (587) e leggere la pena prevista: dai tre ai sette anni, “ma sette anni sono il massimo!”, l’uomo si convince che Rosalia deve avere un amante. La moglie, purtroppo, è “disgustosamente fedele” e lo rimane fin quando in paese ritorna Carmelino (Leopoldo Trieste), del quale Rosalia era innamorata da giovane.
Come previsto da Fefè, quando i paesani, scoperto il tradimento di Rosalia, iniziano a dileggiarlo e a ostracizzarlo perché “cornuto” e “disonorato”, lo incitano a vendicarsi. Quindi “autorizzano” (culturalmente e giuridicamente) l’omicidio. Al funerale del padre di Angela, Fefè viene raggiunto dalla moglie di Carmelo che gli chiede cosa intende fare. Non avendo avuto la risposta attesa, la donna gli sputa addosso. Raccolta la provocazione e acquisito il bene placet della comunità, si mette sulle tracce dei due fuggiaschi. Quando li trova, uccide Rosalia, subito dopo che la moglie di Carmelo ha sparato al suo congiunto. Fefè viene condannato a tre anni di prigionia. Pochi, pochissimi rispetto alla pena prevista per un omicidio ma comprensibile se letta alla luce di un’arringa, riportata nella cronaca di quegli anni, di un avvocato a favore di un suo cliente uxoricida:
Se sei tradito uccidi, lo gridano i tuoi avi da millenni, te lo gridano i tuoi morti da tutte le fosse. Uccidi, se no sei disonorato due volte [6] .
Fefè ha ucciso Rosalia e questo gli ha fatto riacquisire i valori dignitari perduti a causa del gesto riprovevole della moglie, riconducendo ad un principio di estraneità lui e la sua famiglia rispetto al comportamento deprecabile del soggetto colpevole. Scontata la pena, riacquistato l’onore, tutta la comunità è pronta ad accogliere festante Fefè, che può finalmente sposare Angela in Chiesa. Durante la luna di miele, il tradimento di Angela si consuma in punta di piedi e subito si insinua il dubbio negli spettatori: riuscirà la neo sposina ad attendere la legittimazione del divorzio?
[1] P. Arlacchi, La mafia imprenditrice. Dalla Calabria al centro dell’inferno, Il Saggiatore, Milano 2007, pp. 29-30.
[2] Intervista raccolta da Arlacchi e riportata in La mafia imprenditrice, cit., p. 31.
[3] Il testo recitava: “[I]. Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’art. 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali”.
[4] Il testo recitava: «[I]. Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. [II]. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona, che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella. [III]. Se il colpevole cagiona, nelle stesse circostanze, alle dette persone, una lesione personale, le pene stabilite negli artt. 582 e 583 sono ridotte a un terzo; se dalla lesione personale deriva la morte, la pena è della reclusione da due a cinque anni. [IV]. Non è punibile chi, nelle stesse circostanze, commette contro le dette persone il fatto preveduto dall’art. 581».
[5] Ricordiamo che il divorzio in Italia verrà introdotto con la legge Fortuna-Baslini (L. n. 898 del 1º dicembre 1970) e confermato dalla sconfitta del referendum abrogativo nel 1974.
[6] Cfr. http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/07/15/giovedi-italia-del-delitto-onore.html



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