
Di Cristina Casella e Gianfrancesco Coppo
L’interesse per il crimine non nasce dalla curiosità culturale: è raro, infatti, che un crimine non abbia precedenti. Alcune variabili d’interesse possono essere illustrate dalla vicinanza emotiva e dai tasti che essa tocca rispetto alla sensibilità delle persone, andando contro ogni processo razionale. Vi è qualcosa, tuttavia, che spiega l’intensità e la dedizione con cui si fissa l’attenzione su particolari eventi piuttosto che su altri. Probabilmente l’effetto alone dato dai mass media, così come la facilità con cui un evento si adatta ai diversi contesti di discussione, rappresentano ottimi veicoli d’interesse.
Un episodio di cronaca – una volta spogliato e smontato dei suoi elementi più esterni – viene assorbito e metabolizzato perdendo i connotati freddi della notizia. Quando questo processo avviene con più persone, raggiungendo quella che viene definita “la massa”, subentrano meccanismi completamente diversi che si distaccano dall’analisi personale e soggettiva della singola notizia.
I grandi maestri del giornalismo amavano ripetere che la dimensione della cronaca si nutre totalmente delle famose tre S: sesso, sangue e soldi [1]. Oggi, però, la cronaca nera si è trasformata in un genere da molti definito “Criminality”. Oltre alla dimensione del reality, emerge anche quella della quotidianità così come il tasso di confidenza con i soggetti che la animano. Sarah, Yara, la mamma di Cogne, o Rudy Guede, avendo popolato le case degli italiani per un grandissimo numero di ore, potrebbero quasi essere considerati ospiti abituali, o perlomeno ricorrenti della nostra vita familiare.
Anche il male finisce per essere in qualche modo neutralizzato, in una sorta di sindrome dell’iper-realtà che ha tra i suoi effetti quello di anestetizzare la coscienza. Si spiega, dunque, perché la dimensione della cronaca – quella che una volta era chiamata “nera” o “giudiziaria” – è diventata qualcosa di diverso. Una sorta di reality pervasivo nel quale la raffigurazione degli ambienti finisce col diventare la proiezione di luoghi conosciuti, poiché simili a quelli di cui si compone la nostra quotidianità. La Perugia degli studenti stranieri, l’Avetrana delle campagne assolate del Mezzogiorno, la dimensione della laboriosa vita prealpina bergamasca rotta nella sua ritualità, diventano qualcosa che va al di là del melodramma italiano.
Tutto confluisce in una sorta di Sociologia popolare, che include in sé gli elementi della propria degenerazione ma anche del proprio riscatto. Se tale dimensione riesce ad essere nutrita da una prospettiva di lettura critica, capace di leggere il fenomeno all’interno di una pedagogia popolare possibile, allora non siamo nel campo del puro voyeurismo. Guardare il male può essere un modo per ricercare un orizzonte di bene o, quantomeno, per prevenire i rischi ambientali in cui il male germina.
A tutto ciò si aggiunge l’ipotesi che l’interesse per un delitto sia ricollegabile al semplice interrogativo anglosassone “Whodunit” ovvero “Chi è stato?”. Di fronte alla difficoltà di trovare un colpevole o al fallimento della prova scientifica, la gente risponde mostrando il proprio intuito. Basandosi su una prima impressione, sulla fisionomia dei protagonisti o su un dato iniziale, gli individui prendono definitivamente una posizione: è colpevole, non è colpevole. Di conseguenza continuano a seguire appassionatamente la vicenda, soltanto con lo scopo di trovare conferme alla proprie convinzioni.
Questo meccanismo è particolarmente evidente quando si giunge ad un processo. Chiunque si sia interessato di diritto penale sa quanto sia difficile orientarsi, sia nel campo delle accuse che in quello delle difese. Senza contare la complessità dell’ambito testimoniale e di quello peritale. Solo il giurista, che ha studiato il fascicolo e seguito tutte le udienze, è veramente in possesso dei dati. Ed è proprio questa la ragione per la quale, interrogando un penalista su un celebre processo, si ottiene spesso la risposta: “Sembra così, ma non ho ancora letto il fascicolo”. Un professionista non può dire di più.
Sono i mezzi di comunicazione, su tutti la tv, a tracciare percorsi extra-processuali allo scopo di esaltare e spesso esasperare le notizie di cronaca, ricercando spasmodicamente non il colpevole, ma “un colpevole” da sottoporre alla gogna mediatica.
Quando l’opinione pubblica appare divisa su un qualche clamoroso caso giudiziario – divisa in “innocentisti” e “colpevolisti” – in effetti la divisione non avviene sulla conoscenza degli elementi processuali a carico dell’imputato o a suo favore, ma per impressioni di simpatia o antipatia. Come uno scommettere su una partita di calcio o su una corsa di cavalli. Il caso Tortora è in questo senso esemplare: coloro che detestavano i programmi televisivi condotti da lui, desideravano fosse condannato; coloro che invece a quei programmi erano affezionati, lo volevano assolto.
(Leonardo Sciascia)
[1] R. Bruzzone, Chi è l’assassino. Diario di una criminologa, Mondadori, 2012


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