
Di Giulia Panico
La vulnerabilità rappresenta una condizione di vita in cui l’autonomia e la capacità di autodeterminazione dei soggetti è permanentemente minacciata da un inserimento instabile dentro i principali sistemi di integrazione sociale e di distribuzione delle risorse. (Ranci, 2002)
Il termine vulnerabilità sociale è sempre più frequentemente utilizzato per indicare gli effetti di quei cambiamenti socio-economici che nel corso degli ultimi decenni hanno eroso gli assetti tradizionali dello Stato sociale a base industriale, in Italia come nel resto dell’Europa. Si tratta di una condizione che si può determinare da un momento all’altro e che quindi condiziona la nostra capacità di fare dei progetti. Questo concetto nasce con la globalizzazione, l’unica differenza è che attualmente si vive un peggioramento della situazione di vulnerabilità.
Costanzo Ranci, professore di sociologia economica, afferma che la condizione di vulnerabilità sociale sia da ricondursi alla crisi di tre pilastri:
- mercato;
- famiglia;
- welfare, su cui si era fondata la sicurezza della società industriale nella fase fordista.
La prima istituzione è quella del mercato del lavoro dominato dalla grande industria; la seconda è quella della famiglia basata sulla divisione tradizionale dei ruoli secondo il genere; la terza grande istituzione è quella del welfare fondato sulle grandi assicurazioni sociali obbligatorie.
Secondo Nicola Negri, il mercato del lavoro dominato dalla grande impresa ha garantito una piena occupazione a tempo indeterminato, che ha contribuito non solo a soddisfare i bisogni personali dei lavoratori ma anche quelli delle loro famiglie. Questo tipo di mercato del lavoro ha condizionato lo sviluppo di aspirazioni sociali, favorendo un livello maggiore di istruzione e processi di mobilità sociale. Inoltre, il sistema di welfare assicurativo, garantiva assicurazioni sociali conto il rischio di malattia. Questo meccanismo ha iniziato a non funzionare più «perché sono entrate in gioco sia le trasformazioni della struttura economica della società sia quelle della struttura demografica della popolazione, ma anche i cambiamenti culturali» (N.Negri, 2006)
A tal riguardo secondo Negri, se precedentemente gli assetti di welfare a base industriale di tipo fordista prevedevano un rischio sociale configurato come un evento che poteva colpire incidentalmente la vita delle persone normali, per un periodo di tempo circoscritto, attualmente questi rischi sono sostituiti da rischi che diventano parte integrante della vita quotidiana.
Le conseguenze della vulnerabilità sociale sono:
- estensione del rischio, il numero delle persone esposte al rischio sono aumentate;
- conseguenze della prima democratizzazione del rischio, il rischio può colpire senza distinzione di status sociale;
- prolungamento del rischio, non è possibile definire quanto duri un condizione di rischio;
- personalizzazione del rischio, si differenzia da soggetto a soggetto.
Chi sono quelli maggiormente esposti ad una condizione di vulnerabilità sociale?
La vulnerabilità sociale è “giovane”: colpisce, infatti, le nuove generazioni (single, nuclei familiari in cui l’età dei componenti è inferiore ai 40 anni, con figli piccoli o con capofamiglia donna, ecc.). La criticità principale riguarda il rischio abitativo: il lavoro (incertezza, instabilità) aggravato dal non possedere una “riserva” (il patrimonio) da cui poter attingere nei momenti di difficoltà.
Detto ciò, arriviamo ad analizzare un punto focale della vulnerabilità, quali sono le implicazioni per le politiche di intervento?
Partiamo da alcune considerazioni che riguardano il dibattito sulla cosiddetta modernità riflessiva. In un contesto in cui i processi di de-tradizionalizzazione e di de-standardizzazione che tendono a liberare gli uomini dal controllo esercitato dalle strutture sociali, la capacità di scegliere, di progettarsi, ossia la capacità di agire come attori auto-riflessivi diviene più determinante. La riflessività, non è una risorsa individuale, ma bensì una risorsa collettiva, che però diviene scarsa in una società che ha perso la capacità di offrire coordinate di riferimento.
Se questo è vero, sostenere «i processi generati dalla riflessività», diviene un compito vitale delle politiche (Balbo, 1997). Questa affermazione implica la necessità di operare un passaggio verso un sistema di politiche attive, che preveda la creazione di sistemi di intervento integrati, che abbiano come principio di base la presa in carico. L’adozione di politiche attive rimodula il concetto di presa in carico inteso come un sistema di accompagnamento ma che nella fase operativa preveda l’adozione di un sistema di counseling che sostenga il soggetto nella fase di esplorazione, progettazione e attuazione di cambiamenti positivi di tipo emozionale, relazionale e sistematico, che individui e potenzi le risorse personali per sostenere la persona nelle diverse transizioni che nella società contemporanea possono rivelarsi critiche.
Inoltre, ad esso è legata la necessità di attuare una cooperazione tra politiche del lavoro, politiche sociali e soprattutto politiche per la famiglia. Un’ulteriore riflessione riguarda l’esigenza di de-categorizzare, ossia personalizzare le politiche. Ovviamente nel tener conto che ogni destinatario ha bisogni diversi. Occorre però superare quello che Amartya Sen definisce feticismo delle politiche (1993). Sen afferma che, per valutare il tenore di vita, non è utile domandarsi di quali beni dispongano i soggetti, ma che cosa essi siano in grado di fare con questi beni. Solo così sarà possibile comprendere i bisogni espressi. Quindi il presupposto è domandarsi cosa i soggetti siano in grado di fare rispetto agli strumenti forniti per sostenerli.
Anche un intervento di tipo assistenziale si può ritenere efficace se va ad inserirsi nella biografia di un soggetto dotato di risorse proprie. Tutto questo implica una rivalutazione del rischio, elemento imperniante della nostra società che come suggerisce Giddens ha una dimensione attiva, poiché attiene a quei rischi che decidiamo di fronteggiare. Questa profonda esigenza implica, la realizzazione di un Welfare delle opportunità (Massimo Paci), di un welfare attivo il cui scopo – continua Giddens – è di aiutare i soggetti ad affrontare il rischio.
Tutto questo è possibile solo attraverso l’affermazione di un’etica della responsabilità, che si realizzi nel rendere partecipi e consapevoli i destinatari di tali interventi. Il passaggio, da un welfare passivo ad un welfare attivo, si ritiene tale nel momento in cui riesce ad instaurare un rapporto contrattuale tra Stato sociale e beneficiario.


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