
In un mercato del lavoro sempre più competitivo e in continua evoluzione, la parola chiave sembra essere Lifelong Learning che significa apprendimento lungo tutto l’arco della vita ossia un processo di istruzione e formazione che ci accompagna sin dalla nascita e che investe tutto il nostro percorso di conoscenze, competenze e abilità. Da tale concetto se ne sviluppano altri:
- Continuing Education – Formazione Continua: “è il termine generale applicabile a tutte le forme ed i tipi di educazione e formazione per chi, intrapresi studi regolari, si sia inserito nella vita professionale o in altre attività sociali”.
- Lifelong Education (learning) – Istruzione Permanente: “corrisponde al concetto pedagogico di una formazione a lungo termine come processo che, partendo dalla nascita, si sviluppa nel corso della vita. Il termine comprende l’istruzione primaria, secondaria, dell’obbligo e tutti i tipi di formazione continua”.
- Adult education – Istruzione degli Adulti: “include l’apprendimento sistematico degli adulti che acquista diverse sfumature a seconda del paese; ad esempio in Francia si associa alla formazione professionale continua (che permette l’adattamento del soggetto alle innovazioni tecniche del mercato e al mutamento delle condizioni del lavoro) e all’istruzione permanente per quei soggetti usciti dall’istruzione scolastica iniziale ed universitaria (la formazione degli adulti è prevalsa come esperienza nella prima metà del secolo per l’incremento dell’educazione popolare e la promozione sociale)”.
Più nello specifico la Lifelong Learning è un tipo di formazione che non si ferma al ciclo di studi, ma che prosegue praticamente tutta la vita. Una formazione permanente che mira a migliorare non soltanto le competenze del personale relative ad un mestiere o una professione, ma fa sì che i lavoratori acquisiscano capacità trasversali – quelle digitali, per esempio – che li faciliteranno in compiti diversi e in un’eventuale ricollocazione nel mercato del lavoro.
Certo è che studiare e dedicare energie all’aggiornamento, con intervalli sempre più brevi e obiettivi sempre più ambiziosi, è sicuramente entusiasmante, ma è anche molto faticoso. Per questo ci sono 3 “leve” su cui bisogna spingere per non rimanere indietro e non mollare la presa, tra loro strettamente collegate:
- la motivazione ad apprendere: il lavoratore, il soggetto che impara deve rendersi conto che sta facendo questa fatica per obiettivi chiari e che approva, ma soprattutto che accrescono la sua persona;
- una formazione modellata sulle esigenze del soggetto;
- un soggetto intraprendente e propenso a mettersi in gioco, approfondire e condividere impressioni, bisogni e competenza per aumentare la qualità della didattica e dell’apprendimento. In pratica, una didattica “flessibile” e una buona motivazione di partenza sono già elementi positivi, ma diventano doppiamente potenti se si associano a una capacità di dialogo e di condivisione degli apprendimenti.
Il Lifelong Learning viene introdotto intorno al 2000, dopo il vertice del Consiglio Europeo di Lisbona, durante il quale viene promosso un nuovo piano di istruzione e formazione, con il fine di integrare un numero sempre maggiore di persone e lavoratori. Gli effetti del cambiamento sono diversi:
- si sminuisce il valore di una gran quantità di lauree;
- si moltiplica il numero dei corsi di laurea;
- si creano corsi di formazione specifici, che rendono inutili dal punto di vista concorrenziale il possesso di una laurea.
L’acquisizione di conoscenze e competenze risulta essere l’obiettivo e la risorsa principale, atta a garantire la propria sopravvivenza e quella delle future generazioni. La Learning Society, che stiamo sperimentando, racchiude in sé elementi positivi, quali la crescita delle competenze personali e la qualificazione dei lavoratori nella nuova era digitale, l’aumento della concorrenzialità e in generale dell’evoluzione culturale dell’intera società.
L’aspetto più debole del Lifelong Learning è il contesto socio-lavorativo attuale, in quanto molti ruoli lavorativi del settore terziario sono ricoperti da persone che non sono in possesso di numerosi titoli ed esperienze pregresse che negli anni ’70 non erano richieste e che, invece, oggi sono ricercate. Il tutto limita la crescita culturale e l’acquisizione di nuove competenze necessarie ai vecchi lavoratori e allo stesso tempo non valorizza chi invece ha acquisito una formazione più elevata, non favorendo un ricambio generazionale in linea alla competenza e all’efficienza.


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