
Enzo Claudio Marcello Tortora nasce a Genova nel 1928. É uno dei volti più noti della Rai, conduce trasmissioni fortunatissime come Canzonissima, Campanile Sera, il Festival di Sanremo e La Domenica Sportiva, oltre a una serie di programmi radiofonici. É il creatore di Portobello, trasmissione che riesce a tenere incollati allo schermo 26 milioni di telespettatori. Dal nome del mercato londinese, il programma era una specie di fiera in diretta dove si compravano e vendevano gli oggetti più strani.
É l’uomo del momento, all’apice del successo e della sua carriera quando, alle 4.00 del mattino del 17 giugno 1983, i carabinieri del Reparto Operativo di Roma bussano alla sua porta all’Hotel Plaza, lo dichiarano in arresto e lo ammanettano. L’accusa è grave e infamante: traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico. Il giorno prima Tortora aveva ricevuto diverse telefonate in cui gli veniva chiesto di un suo coinvolgimento in un’enorme vicenda giudiziaria, ma il conduttore non gli aveva dato peso. Il suo arresto scuote l’opinione pubblica, che ha sempre considerato il presentatore un uomo perbene. Gli addetti ai lavori, i colleghi stessi all’inizio non prendono le sue difese, vogliono capire i contorni della vicenda e leggere le accuse, che quando vengono comunicate, appaiono schiaccianti, impossibili da smontare.
Tortora è coinvolto in un’indagine che porta all’arresto di oltre 856 persone collegate alla camorra in 33 province da Bolzano a Palermo. I principali accusatori dell’uomo sono tre: Pasquale Barra, legato alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e noto per la ferocia dei suoi omicidi; Giovanni Pandico, condannato per omicidio e tentato omicidio, oltre che segretario di Cutolo; Giovanni Melluso, affiliato alla mafia siciliana. Poco dopo a questi se ne aggiungono altri: in totale sono ben 19 i pentiti che accusano il presentatore di Portobello, complice anche la legge Cossiga del 1982 che prevede sconti di pena per i collaboratori di giustizia. Tra gli accusatori anche il pittore Giuseppe Margutti e la moglie Rosalba Castellini, che affermano di avere visto il noto conduttore spacciare negli studi di Antenna 3. Oltre alla parola dei pregiudicati, è soltanto una la prova materiale che porta all’accusa di Tortora: l’agendina trovata nell’abitazione del camorrista Giuseppe Puca, all’interno della quale, a penna e con grafia confusa, si trova un numero di telefono con sotto il nome: Tortora.



Il conduttore, portato a Regina Coeli, resta in carcere 7 mesi e viene sistemato in una cella di pochi metri insieme ad altre sette persone. L’unico appiglio per non impazzire è scrivere alla sua compagna, Francesca Scopelliti. La notizia dell’arresto scatena il caos. La Rai, per cui ha lavorato tanti anni, è la prima a trasmettere in modo morboso le immagini di Tortora ammanettato. La sofferenza diventa strumento per far vendere qualche copia in più alle riviste e aumentare gli ascolti. Molti quotidiani usano il suo arresto per dire che:
Non è vero che le leggi o sono sbagliate o, se sono giuste, non vengono applicate, non è vero che non esistono gli intoccabili.
La macchina del fango entra in azione. Si susseguono scoop falsi: cominciano a diffondersi insinuazioni che accusano Tortora di avere usufruito dei soldi del terremoto del 1980 in Irpinia, di avere comprato uno yacht con i proventi dello spaccio, di avere scambiato più volte valigette con boss e affiliati alla criminalità organizzata. Ormai nell’immaginario collettivo è visto come un mostro. Gira anche la voce dell’iniziazione camorristica del presentatore attraverso un taglio sul braccio, del quale ovviamente non vi è traccia alcuna. Tutto il dolore e la tristezza di Enzo emergono nelle parole delle lettere indirizzate alla compagna. In una di queste, poco dopo l’arresto, dice:
È stato atroce, Francesca. Uno schianto che non si può dire. Chiuso in questa cella 16 bis con altri cinque disperati, non so capacitarmi, trovare un perché. Trovo solo un muro di follia. Mi verrebbe da ridere, amore, se la cella non fosse vera, le manette autentiche, le notizie emesse sul serio. È come se mi avessero accusato di avere ucciso mia madre, e dicessero di averne le prove.
Quando Tortora scopre il trattamento riservatogli dai media, scrive alla compagna:
Non mi parlare della Rai, della stampa, del giornalismo italiano. È merda pura. A parte pochissime eccezioni mi hanno crocifisso, linciato, sono iene. Sai, non esco a fare l’ora d’aria perché i tetti sono pieni di fotoreporter.
In un’altra si sfoga:
Ho visto le foto di mia madre infamata persino nella cappella dove va a pregare per me. Sono ancora nel tunnel, sono diventato “il caso”, “il giallo”: tutto ciò che odio.
Il presentatore degli italiani, l’uomo perbene che è entrato nelle case di tutte le famiglie italiane, non riconosce più il suo Paese verso il quale adesso prova solo rabbia:
Questo Paese non è più il mio. Il mio compito è uno: far sapere. E non gridare solo la mia innocenza ma battermi perché queste inciviltà procedurali, questi processi che onorano, per paradosso, il fascismo, vengano a cessare. Perché un uomo sia rispettato, sentito, prima di essere ammanettato come un animale e gettato in carcere su delazioni di pazzi criminali.
Pochi sono i giornalisti che gli restano vicino. Uno di questi è Enzo Biagi, che scrive una lettera al Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, chiedendogli di fare luce sul Caso Tortora, sui legali che non possono leggere i verbali del loro assistito e sulla crocifissione di un uomo che non ha ancora subito un processo. Seguono a ruota le difese di Piero Angela, Indro Montanelli e Giorgio Bocca, contro la perversione di sbattere il mostro in prima pagina e con la richiesta di garantire al presentatore una giustizia equa. Una difesa perentoria arriva anche da Leonardo Sciascia, che è il primo personaggio pubblico ad essere convinto dell’innocenza di Tortora. Con il passare dei mesi, però, qualcosa comincia a muoversi, sono sempre di più quelli che iniziano a chiedersi:
E se non fosse colpevole?
Quando esce dal carcere per affrontare il processo, l’appoggio più significativo gli arriva dal Partito Radicale, che decide di sostenere le sue battaglie civili e di candidarlo alle elezioni europee del 1984.
Il 17 settembre 1985 arriva la sentenza di primo grado: le accuse dei pentiti hanno un’eco troppo grande e l’uomo viene condannato a 10 anni di carcere. Subito dopo l’opinione pubblica torna all’attacco, accusandolo di avere scelto la carriera politica per ottenere l’immunità parlamentare. A quel punto accade un fatto che sorprende tutti, compreso Marco Pannella, leader del Partito Radicale: il noto conduttore decide di dimettersi dal ruolo di europarlamentare, rinuncia all’immunità e si consegna alle autorità.
In aula grida la sua innocenza, è il travaglio di un uomo che ha rinunciato alla sua libertà, mettendosi nelle mani della giustizia per un profondo senso etico ed un rigore morale radicato nel profondo. Sa di non essere colpevole e vuole dimostrarlo ad ogni costo. Tra il 1986 e il 1987 finalmente emerge la verità: Enzo Tortora viene assolto con formula piena sia in secondo grado che in Cassazione. Si scopre, infatti, che il nome sull’agenda del camorrista Puca non è “Tortora”, ma “Tortona”, ed il numero di telefono associato appartiene ad una sartoria.
Per capire il motivo per cui il famoso presentatore è stato trascinato in questa vicenda, bisogna ricostruire una storia di vendetta: quella del pregiudicato Giovanni Pandico, che ha imbastito una rete di testimonianze false per colpa di alcuni centrini da tavola. Pandico, infatti, dal carcere aveva inviato alla redazione di Portobello alcuni centrini, per poterli mettere all’asta durante la trasmissione. La redazione, però, li aveva smarriti e Tortora era stato costretto ad intervenire di persona, mandando una lettera di scuse e rimborsandolo per i centrini andati persi. Il camorrista, in preda a paranoie e manie di persecuzione, non aveva accettato le scuse e aveva iniziato ad inviare a Tortora lettere intimidatorie. Arrivò ad accusarlo, dicendo ai magistrati che i centrini non erano altro che un nome in codice per gli 80 milioni di una partita di coca. Tortora non poteva certo aspettarsi una vendetta di simili proporzioni, con il coinvolgimento di alcuni dei principali pregiudicati di camorra.
È la fine di un caso di malagiustizia trasformato in un’arena mediatica, dove gli spettatori hanno stabilito il destino di un uomo prima ancora che si pronunciasse la magistratura e tutto ciò solo in base alle simpatie o antipatie verso il presentatore. I Pubblici Ministeri che hanno messo Tortora alla gogna non hanno subito conseguenze nel corso della loro carriera e si sono scusati con la famiglia solo a distanza di anni, pur continuando a difendere la loro condotta durante l’indagine. Il CSM ha anche archiviato la richiesta di risarcimento di Tortora di 100 miliardi di lire.
Il caso Tortora ha avuto effetti sull’intera macchina giudiziaria italiana: la vicenda, infatti, ha portato al referendum sulla responsabilità civile dei magistrati e nel 1988 alla Legge Vassalli sul “Risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati”, norma sostituita nel 2015. Queste modifiche sono avvenute proprio perché il “Caso Tortora” ha coinvolto mediaticamente l’intera nazione per la notorietà del presentatore. Il 20 febbraio 1987 finalmente Enzo Tortora torna a condurre il suo Portobello da uomo libero, esordendo con un semplice:
Dunque, dove eravamo rimasti?
Sono passati quasi 1800 giorni di calvario giudiziario. Da quando è entrato in politica si è impegnato per i diritti umani e civili, visitando molte carceri. Il suo ultimo programma è stato “Giallo”, l’ultima apparizione televisiva ne “Il Testimone” di Giuliano Ferrara. Un anno dopo essere stato assolto, Enzo Tortora muore a causa di un cancro ai polmoni. Gli anni di stress, dolore e privazioni, hanno messo a dura prova la sua psiche e il suo corpo. A sopravvivergli, però, è stato l’onore nell’affrontare a testa alta un’ingiustizia, indegna di un Paese democratico. Le sue ceneri sono conservate al museo monumentale di Milano insieme ad una copia della “Storia della colonna infame” di Alessandro Manzoni, capolavoro della letteratura su un caso di malagiustizia ai tempi della peste del XVII secolo.

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