Di Cristina Casella
È il 15 febbraio del 2012 quando al largo della costa del Kerala – nella parte Sud occidentale dell’India – due fucilieri della marina italiana, imbarcati su una petroliera battente bandiera nazionale, fanno fuoco in direzione di una nave poco distante.
La convinzione è che si tratti di un imminente attacco pirata, pericolo reale in quel tratto di acque. A bordo della petroliera italiana Enrica Lexie, viaggia un equipaggio di 34 persone, tra cui Massimiliano La Torre e Salvatore Girone. Verso le 16:30, ora locale, i Marò sparano verso l’altra imbarcazione. I colpi uccidono due degli 11 membri occupanti, Ajeesh Pink, di 20 anni, e Valentine Gelastine, di 44.
Successivamente, la guardia costiera indiana entra in contatto con l’Enrica Lexie, chiedendo se fosse stata oggetto di attacco pirata. Dopo la risposta affermativa, il comandante della petroliera, Umberto Vitelli, asseconda la richiesta di attraccare nel porto di Kochi. Nella tarda notte di quello stesso giorno, viene effettuata l’autopsia sul corpo dei due pescatori indiani. Sì, perché in realtà – quello incrociato dal mercantile italiano – era un semplice peschereccio.
Il 17 febbraio si svolgono i funerali dei due marinai, mentre l’Enrica Lexie viene posta in stato di fermo. Qualche giorno dopo, i fucilieri della marina italiana, La Torre e Girone, vengono arrestati con l’accusa di omicidio. La custodia avviene presso la Central Industrial Security Force indiana, non in un semplice carcere, dunque.
Per il governo indiano deve prevalere la legge della territorialità, in quanto sia le vittime che il peschereccio si legano a quella nazione. Diversa l’opinione dell’ambasciatore Giacomo Sanfelice: la petroliera italiana navigava in acque internazionali, pertanto l’episodio deve essere sottratto all’autorità di New Dehli. Kochi, luogo dove i due marines sono giunti per l’inizio del procedimento giudiziario a loro carico, si affolla di rancore: gli abitanti chiedono la massima pena per i Marò, gridando giustizia per i due pescatori uccisi.
Massimiliano La Torre e Salvatore Girone hanno da sempre dichiarato che i colpi – quel giorno – furono esplosi in aria, come monito di avvertimento. La perizia balistica, però, sembrerebbe andare contro la tesi sostenuta. Eppure, l’analisi tecnica effettuata dall’esperto Luigi Di Stefano, rafforzerebbe quanto sostenuto dai due marines.
Le forze armate italiane, infatti, sono equipaggiate con il fucile Beretta AR 70/90. Questo modello esiste in diverse versioni, ma tutte dal calibro 5,54. Gli accertamenti autoptici effettuati sui cadaveri dei pescatori, parlano di un proiettile a punta pari a 3,1 cm di lunghezza, 2 cm di circonferenza sulla punta e 2,4 cm sulla base. Di conseguenza, a partire dalla circonferenza, è possibile calcolare il raggio, ottenendo quindi il diametro. Il valore di quest’ultimo corrisponde a 7,64mm, un calibro identificabile con il 7,62 esistente in duplice versione, ovvero NATO ed Ex URSS.
È facile dedurre che il tipo di proiettile estratto dal corpo dei due pescatori indiani non sia compatibile con il calibro in dotazione ai due fucilieri della marina. Un particolare importantissimo, questo, volto a far riflettere anche quella parte di opinione pubblica italiana che ha condannato i Marò per “partito preso”.
La petroliera Enrica Lexie, tra l’altro, era abbastanza lontana rispetto al peschereccio indiano. Quel tratto di mare, particolarmente pericoloso, è spesso attraversato dagli Arrow Boat, piccole imbarcazioni dedite al pattugliamento. Tra le loro dotazioni ritroviamo proprio il calibro 7,62.
Quattro anni di rinvii, tra prolungamenti e licenze concesse a La Torre per potersi curare nel suo paese. Oggi è arrivato l’ok da parte del tribunale dell’AIA in merito alla richiesta italiana di concedere anche all’altro fuciliere, Salvatore Girone, la possibilità di attendere l’esito dell’arbitrato in Italia.
In seguito, si stabilirà la competenza giuridica sulla vicenda. Poi, con l’inizio di un nuovo processo, potremo forse mettere la parola fine a questa lunghissima pantomima tra Italia ed India.


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